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Società clonate e truffa, nei guai un bergamasco

Nei guai, inquisiti a vario titolo per reati tributari, sono finiti in dodici: il professionista bergamasco si occupava della parte economico-burocratica

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Tratto da Cremonaonline

Una serie di società fittizie, vere e proprie scatole vuote senza struttura nè personale nè attrezzature, intestate a prestanome; poi imprese con ragioni sociali pressoché identiche se non per qualche impercettibile sfumatura, ‘cloni’ costituiti al solo scopo di gestire i proventi illeciti della frode; e infine un commercialista connivente capace di far risultare crediti in realtà inesistenti con lo Stato: sono i cardini su cui si basava il sistema, sofisticato e per certi versi ‘nuovo’, che avrebbe consentito ad un gruppo di aziende, tutte attive nel settore dell’edilizia e ‘alleate’ in una sorta di redditizio sodalizio criminale, di evadere il fisco per 206 milioni di euro nell’arco di quattro anni, dal 2005 al 2009.

Lo hanno scoperto, con un’indagine capillare e lunga quasi tre anni, i militari della tenenza della Guardia di finanza di Crema. Nei guai, inquisiti a vario titolo per reati tributari, sono finiti in dodici: il professionista bergamasco che si occupava della parte economico-burocratica, cinque stranieri tutti originari dell’Europa dell’Est e sei imprenditori italiani. Un gruppo che, stando ai riscontri raccolti dagli uomini del tenente Angelo Andrea Bardi, avrebbe gestito in maniera del tutto illecita una decina di attività imprenditoriali fra Crema e il Cremasco, il Milanese e la Bergamasca, fin giù ad Ascoli Piceno. Le accuse: ‘dichiarazione infedele’, ‘omessa dichiarazione’, ‘occultamento o distruzione di documenti contabili’, ‘omesso versamento di ritenute certificate’; ancora: ‘omesso versamento dell’Iva e di ritenute certificate’, ‘indebita compensazione’, ‘truffa ai danni dello Stato’ e ‘somministrazione fraudolenta di manodopera’. Quest’ultima imputazione perché, nel corso delle verifiche, gli inquirenti hanno anche scoperto 28 lavoratori completamente in nero e 31 irregolari.

«Il meccanismo illecito — hanno riferito ieri in conferenza gli investigatori — si concretizzava nella sistematica creazione di crediti Iva inesistenti, o comunque non spettanti, e nella loro successiva compensazione con altri debiti tributari». Ad esempio relativi a ritenute Irpef operate nei confronti dei lavoratori dipendenti ma mai versate all’Erario o con oneri previdenziali ed assicurativi dovuti all’Inps e all’Inail.
Operazione complessa, quella che gli stessi finanzieri hanno denominato ‘Codice zero’ in virtù della presentazione, da parte degli accusati, di modelli di versamento F24 a saldo zero. E incominciata sulla scorta delle risultanze dell’incrocio e dell’analisi dei dati acquisiti attraverso la consultazione delle banche dati in uso al Corpo: quel monitoraggio ha fatto prima emergere anomalie evidenti su alcuni operatori cremaschi impegnati nell’edilizia per poi allargarsi progressivamente ad altri contesti, svelando i contorni di una frode fiscale e contributiva ingente e sistematica. In sostanza, accertamento dopo accertamento, è affiorato come tutte le società avessero dichiarato una sede fittizia; come tutte avessero segnalato un ampio impiego di manodopera dipendente; e come quasi tutti i legali rappresentanti delle imprese coinvolte fossero prestanome.

«Con quei rilievi, con attività di intelligence e anche con pazienti pedinamenti di tipo tradizionale — ha spiegato il comandante provinciale, colonnello Giampiero Ianni — siamo riusciti ad arrivare ai veri ideatori del sistema criminoso rilevando, peraltro, come questi si recassero quasi quotidianamente presso diversi Istituti di credito per incassare consistenti importi di denaro». A quel punto, sono scattate le perquisizioni ed è stata sequestrata la documentazione di pertinenza delle imprese coinvolte e di altri soggetti collegati: è lì che è affiorata anche l’esistenza di un ulteriore circuito di società riportanti la medesima denominazione sociale di quelle inizialmente sottoposte ad indagine, con l’unica differenziazione di un punto. «Esisteva l’impresa Alfa e, al suo fianco, l’impresa ‘.Alfa’ — hanno riferito ancora Ianni e Bardi —. Si tratta di realtà clonate che non presentavano alcuna struttura aziendale o segni d’operatività ma che risultavano intestatarie di conti correnti bancari attivi e particolarmente movimentati». E che, presumibilmente, erano state costituite per gestire appalti edili che venivano di fatto eseguiti da personale assunto dall’impresa originale. In questo modo, ricevendo i pagamenti sui conti correnti intestati alla società clone, all’insaputa dell’impresa committente tratta in inganno dall’omonimia, potevano gestire al meglio le rilevanti somme di denaro percepite.

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