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Meno preti e più anziani, la Chiesa punta sul “popolo di Dio”

Diminuiscono i sacerdoti ma il numero rimane più alto che in ogni altro paese. Le diocesi puntano sulla riorganizzazione

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Le vocazioni calano, i preti invecchiano ma è necessario correggere subito una sensazione che in molte parrocchie potrebbe farsi avanti, soprattutto se interessate da sconvolgimenti organizzativi: i preti nel nostro paese sono tanti, tantissimi. Più che in ogni altro paese. Per intenderci meglio, da noi sono 33mila preti diocesani che devono badare a 58milioni di anime; in Brasile il “gregge” è di 145milioni e la chiesa deve farsene carico con un terzo del personale: 10mila preti diocesani.
In Italia c’è in media un vescovo ogni 250mila cattolici mentre è uno ogni 400mila in Polonia. Il Belpaese può contare su 25.700 parrocchie, con grosso modo l’80% delle quali gestite da un parroco residente, mentre sono solo il 40% le parrocchie dei cugini francesi che possono permettersi questo privilegio. Insomma, non c’è gara: la Chiesa in Italia può fare affidamento sull’apparato più ramificato che vi sia. Eppure qualcosa sta cambiando, ed è questo che provoca gli sconvolgimenti ai quali oggi stiamo assistendo.
Il motivo è molto semplice: i cattolici italiani sono stati abituati “troppo bene”. All’inizio del ‘900 hanno potuto contare su un prete diocesano ogni 300 praticanti, a metà del secolo su uno ogni 700. E ora, indubbiamente, il “personale” italiano è sottoposto ad un peso mai raggiunto prima: un prete diocesano ogni 1800 anime. Un lusso per le comunità d’oltralpe, nient’affatto per la cattolicissima popolazione italiana. E come se non bastasse continua a crescere anche l’età media dei parroci, che già ora si aggira attorno ai 60 anni.
L’arcidiocesi di Milano se la passa un pochettino meglio ma anche qui molto è cambiato. Oggi può contare su 2885 preti, uno ogni 1600 battezzati.
È evidente che le strutture ecclesiastiche non possano più permettersi le glorie del passato, e anche in un’agenzia che si occupa di fede oggi sono costretti a fare i conti il pragmatismo. Questo significa riorganizzare e razionalizzare. Costruendo una struttura che ricalchi il modello già operante tra i "colleghi" stranieri: «un ristretto numero di preti che cura l’educazione e il lavoro di una comunità allargata», ha spiegato Monsignor Stucchi a Varesenews. Vediamo cosa potrebbe cambiare nel lungo periodo.
Fino ad oggi la Chiesa ha mantenuto una struttura di penetrazione all’interno della società imperniata sulla dispersione territoriale delle parrocchie come unità religiosa di base. L’elevato numero di sacerdoti ha garantito inoltre la presenza permanente di una guida al loro interno, coadiuvata da un’infinità di figure religiose. Quella che ora si rende necessario è la riorganizzazione della struttura ecclesiastica verso una direzione, per così dire, meno clerocentrica, con la partecipazione più attiva della comunità dei fedeli.
In Francia, paese che può contare sulla metà dei preti sui quali fa affidamento l’Italia, ma che ha meno cattolici, la chiesa si è già strutturata su questo modello. Oltralpe solo il 40% delle parrocchie può contare su una figura sacerdotale permanente. Oltre il 50% dei sacerdoti è impiegato su più comunità religiose.
Certo la Francia è ancora "lontana" e il passaggio non sarà così drastico, ma è giusto tenere conto di quale potrebbe essere l’orizzonte.
«L’obiettivo deve essere valorizzare maggiormente le risorse interne alle comunità – aveva spiegato tempo fa monsignor Gilberto Donnini al nostro giornale -: in termini sia religiosi sia di impegno dei laici, valorizzando ciascuno nel proprio ruolo. Non è un obiettivo da poco: è materia del Concilio Vaticano Secondo, dove si parlava non di suore, preti, parroci, ma di “popolo di Dio”».

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