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L’uomo che corre senza fermarsi mai

Il francese Serge Girard ha battuto il record di corsa non-stop 22. 582 km percorsi in 307 giorni.

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Se la medicina, la scienza avessero sempre ragione, Serge Girard, che ha 56 anni, dovrebbe già essere morto. Non dovrebbero avergli lasciato scampo, negli ultimi dodici suoi faticosissimi anni, tempeste cardio-vascolari, imboscate aortiche, esplosioni di ventricoli, tendiniti ciclopiche, artrosi devastanti, senza dimenticare stiramenti, abrasioni cutanee, devastazioni apocalittiche del tessuto osseo, disidratazioni da depressione dancalica.
Invece Serge Girard sta benissimo, da dodici anni allegramente, filosoficamente, corre. Questo energumeno della fatica ha percorso, letteralmente, il mondo a piedi: Los Angeles-New York, sono 4597 km, in 53 giorni, nel 1997; Perth-Sydney, 3755 in 46 giorni, nel 1999; Lima-Rio de Janeiro, 5235 in 73 giorni (ci sono le salite, ovvero le Ande), nel 2001; Dakar-Il Cairo, 8295 in 123 giorni nel 2003.
Avete, ammalati di sedia e scrittoio, il fiatone solo a leggere? Bene: nel 2005 è andato di corsa da Parigi a Tokyo in 260 giorni, e sono 19.097 chilometri. Si sfocia nell’esclamativa dichiarazione: ma come ha fatto? Che cosa gli resta di smisurato da infrangere? Qualche briciola c’è. Ieri questo specialista dell’ultrafondo, ha conquistato il record: quello di distanza percorsa in un anno senza giorni di riposo, spedendo tra le anticaglie i 22.581,09 chilometri galoppati da un indiano sbucato direttamente dalle pagine fiammeggianti del «Mahabharata», Thirta Kumar Phani.
L’ha battuto, come si dice, «di passaggio». Perché aveva dato appuntamento per il 17 ottobre a Parigi, stadio Charléty, «alle undici in punto», alla maniera di Phileas Fogg. Perché di lì era partito lo scorso anno per il primo giro d’Europa di corsa: 27 Paesi dell’Unione, esclusi Cipro e Malta, che fanno 25.300 chilometri, l’equivalente di seicento maratone. Dapprima si è diretto verso Sud, per sfruttare il clima mite del Mediterraneo durante i mesi freddi; poi è risalito verso Nord. Il programma era di percorrere settanta chilometri al giorno. Ha accelerato e ha scavalcato il record quando, passata Amsterdam, sta galoppando verso il Lussemburgo e poi la Francia natia. Del record non gli importa nulla, come a tutti gli asceti virtuosi della corsa lunga, che è cimento, sfida intima, non cronometro: «È solo una carota, un pretesto che ti fa andare avanti, non è un obiettivo importante quando lo raggiungi. Quello che conta è quanto accade in te lungo il cammino». Eh sì, c’è davvero in tutti i fondisti estremi qualche rusticana rassomiglianza con gli eroi degli antichi poemi cavallereschi.
Levata ogni mattina alle sei, lo seguono i due automezzi dell’intendenza, sopra quattro persone, la sua squadra: la moglie Laure, chiropratica «che pensa a tutto», un podologo e due esperti in logistica. Seguono dieci, dodici ore di corsa alla media di nove/dieci chilometri, alla sera lo stop. Dopo aver consumato ottomila calorie e aver bevuto dieci litri d’acqua. Così tutti i giorni, da un anno. C’è, se volete, un’ombra quasi burocratica in questa fatica, che lo riporta ai tempi di quando era promotore finanziario e assicuratore. Poi, a quarant’anni, ha scoperto la traversata di lunga distanza. Leggendo «La grande corsa di Flanagan», di Tom McNab, resoconto dell’epica traversata degli Usa da parte di duemila concorrenti nel 1931. Da allora Girard corre, per mestiere. I 400 mila euro necessari per questo giro d’Europa, compresa la realizzazione di un documentario di 52 minuti, arrivano dagli sponsor, in particolare AGF, la compagnia di assicurazione per cui lavorava; e poi dai libri, dalle conferenze, dai film.
«Vivere è avanzare senza soste», diceva Monod. Ma perché Girard si sforza con tanto letterale accanimento di trasformare questo motto in chilometri? Un giorno, in Niger, un tuareg,vedendolo passare, chiese perplesso ai suoi accompagnatori: «Ma cosa ha fatto questo signore per meritarsi una punizione così grave?». Non lo sentirete mai parlare di ritmi, di cadenze di fiato; ma di «lavoro su se stesso e di avventura interiore… è nella difficoltà, nel dolore fisico che si scalano i gradini e si conquistano certe virtù».
Questi dodici anni gli hanno «insegnato a essere paziente», umile ma faticosa filosofia. Il suo album di ricordi è sterminato: dal pane diviso con la gente sul bordo della strada in Kirghizistan, al vento a cento all’ora del Turban, in Cina. Ha attraversato il mondo disteso nel suo bel corpo di monti, di terre e di cieli, nuovi e ineffabili a ogni orizzonte di strada, ha risalito fiumi che hanno la leggenda nelle sillabe, il Danubio, l’Indo, il Niger. Ma la sua voce freme e trema solo quando descrive il rispetto, la fraternità che ha trovato tra gli spettatori di questi mondi, per lo più poveri, che ha attraversato: perché «quando uno corre non è né preda né predatore, posare il piede sul suolo è qualcosa di importante, di simbolico che tutti capiscono». Correre, il gesto più antico dell’uomo.
Nel 2013 sa già che ripartirà, il primo giro del mondo, passando per i due Poli, 50 mila chilometri in due anni. Ma «la strada è lunga solo per chi non va fino in fondo ai suoi sogni», risponde ai dubbiosi. Montale diceva: «Amo la corsa perché è poesia, se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta». Girard è uno che continua a correre un po’ per non morire. Spiritualmente.

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