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Trent’anni fa la strage di Bologna

Ottantacinque morti e duecento feriti aspettano ancora che si faccia piena luce su uno degli episodi più oscuri della storia d'Italia

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L’orologio della stazione di Bologna è fermo alle 10,25. Si è fermato il 2 agosto 1980, esattamente trent’anni fa, insieme alle vite di 85 persone, senza contare quelle dei loro parenti, e dei mutilati ( i feriti furono 200). E anche se a metà di questo interminabile trentennio una sentenza ha riconosciuto colpevoli per la strage Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, terroristi neofascisti già condannati a vari ergastoli per svariati omicidi ma sempre proclamatisi innocenti di questo crimine, e se ancora nel 2007 ai condannati con sentenza definitiva si è aggiunto un terzo estremista "nero", Luigi Ciavardini, la verità completa a tutt’oggi non si sa.

La bomba, 23 chili di esplosivo ad alto potenziale attivati da un congegno a tempo e nascosti in una valigetta abbandonata su un tavolino proprio sotto il muro portante, detonò nella sala d’aspetto di seconda classe della Stazione di Bologna Centrale, quel giorno piena di gente in partenza o di ritorno dalle vacanze. Chi vedeva già il mare e le spiagge, trovò la morte. Fu una strage calcolata per massacrare il maggior numero possibile di persone, con freddo odio, e che riuscì egregiamente nell’intento. L’esplosione fece crollare l’ala ovest della struttura. I soccorsi furono tempestivi: non bastando le ambulanze esistenti si utilizzarono per i feriti meno gravi anche autobus, taxi e auto dei privati che generosamente intervennero a prestare aiuto come potevano. Il personale medico disponibile interruppe le ferie, interi reparti ospedalieri si fecero in quattro per soccorrere i feriti e il gran numero di persone sotto choc. La reazione della città ferita fu piena di dignità. Ad essa si unì subito il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’unico politico applaudito dai bolognesi nei giorni del dolore. Tutto questo avveniva in una città che era ed è nodo strategico e fondamentale delle comunicazioni nazionali via terra, su ferro e non solo; una città "rossa", dal dopoguerra, dove dominava il PCI.

La condanna definitiva di Fioravanti e Mambro, nel 1995, non ha convinto tutti: l’attentato non rispondeva allo stile dei pur gravissimi crimini fin lì compiuti dalla coppia, ma forse la "colpa" della sentenza era soprattutto di non soddisfare la dietrologia da subito scatenatasi per capire da dove potesse venire l’ordine di compiere una simile strage, e quale ne fosse lo scopo.  L’associazione familiari delle vittime, tuttavia, ha sempre supportato le risultanze del processo. Cui si affiancarono le condanne per il depistaggio delle indagini a carico di Licio Gelli, il "venerabile maestro" della loggia P2, di Francesco Pazienza e degli alti ufficiali dei servizi segreti militari Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.

Ufficialmente, nessun mandante dietro le quinte, nessun burattinaio, nessun Grande Vecchio a manovrare. Quel che è certo è che l’Italia dell’epoca era un campo di battaglia segreto della Guerra Fredda, e le ragioni dell’accaduto sono con ogni probabilità da cercare in quella direzione. Era in atto sin dalla fine degli anni Sessanta la cosiddetta "strategia della tensione", un piano di guerra psicologica in chiave anticomunista, comprensivo di azioni politiche, mediatiche e militari, partorito da ambienti "ultra-atlantisti" con il consenso di figure politiche, elementi delle istituzioni e delle forze armate, di frange estremiste "nere" e ovviamente dei servizi segreti, italiani e di Paesi cui dovevamo – dobbiamo – obbedienza. Un piano proseguito in seguito con le trame della P2 e il "Piano di Rinascita Democratica". Obiettivo finale: la stabilizzazione in senso conservatore dell’opinione pubblica, in risposta a una percepita avanzata delle sinistre. Funzionò, ma non subito, visto che la prima fase, fra stragi e "tintinnar di sciabole" con le voci di golpe, risultò in una forte crescita del PCI; tuttavia il partito, visto anche l’esempio terribile del Cile di Pinochet, fu intimidito e indotto a trattare il "compromesso storico" invece di insistere per l’alternativa di governo. Quando le Brigate Rosse poi fecero la cortesia (suggerita? se ne discute ancora) di rapire e liquidare l’uomo che tale compromesso incarnava, Aldo Moro, il più era fatto.

Il 1980, anno della strage di Bologna, fu l’anno della svolta definitiva, con eventi simbolici di un’epoca nuova come la disfatta dei sindacati alla Fiat e la fondazione dell’impero televisivo di Silvio Berlusconi: da lì cominciò il declino della sinistra italiana.
Sulla strage la tesi a tutt’oggi prevalente è che, data la quantità industriale di depistaggi intenzionali e mezze verità che anche in tempi recenti sono emersi sulla vicenda, il fatto vada inquadrato nell’ambito della strategia della tensione; con qualche possibilità che risulti legato al disastro di Ustica, di appena un mese prima. Un legame che ha fatto sospettare anche una possibile "pista mediorientale", che se nel caso dell’aereo precipitato nel Tirreno vedeva coinvolta anche la Libia in uno scenario di battaglia aerea (famoso il caso del Mig finito sulla Sila), nel caso di Bologna coinvolgerebbe i palestinesi, ma come vittime di un attacco "sotto falsa bandiera" da parte israelo-statunitense, anche per "punire" l’Italia della sua (tiepida) vicinanza all’OLP. È la tesi del terrorista Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos lo Sciacallo: anche qui però la credibilità è scarsa, e il mistero resta più fitto che mai. Tanto più che l’attribuzione ai palestinesi della parternità della bomba fu uno dei primi depistaggi accertati.

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