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Laurea honoris causa, la sua lectio magistralis

Pubblichiamo la lectio magistralis che Ilario Testa ha tenuto in occasione della laurea honoris causa in Ingegneria che gli è stata conferita il 7 febbraio 2006.

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Pubblichiamo la lectio magistralis che Ilario Testa ha tenuto in occasione della laurea honoris causa in Ingegneria che gli è stata conferita il 7 febbraio 2006.

Magnifico Rettore,
Illustri Professori dell’Università degli studi di Bergamo,
Autorità,
Signore e Signori,

desidero ringraziare il Senato Accademico, l’Ateneo nel suo insieme, per l’onore riservato alla mia persona con il conferimento della laurea in ingegneria gestionale, così come tutti Voi, presenti oggi, a questa prestigiosa e austera cerimonia.
Al prof. Stefano Paleari, che ha tenuto il suo elogio descrivendo con grande benevolenza i tratti salienti del mio cammino personale e professionale, esprimo sincera e profonda riconoscenza.
È d’uopo iniziare la lectio magistralis esprimendo una serie di doverosi ringraziamenti. Sono tanti coloro i quali hanno segnato positivamente la mia vita professionale, e a tutti sento di dovermi rivolgere con il rispetto e la deferenza che essi meritano. Sono persone importanti non solo per me, ma per la società tutta, in virtù delle grandi capacità dimostrate nell’intraprendere, sempre fedeli al comandamento etico, che mai deve venire meno nell’agire dell’uomo.
Mi sono chiesto più volte e in diverse circostanze quanto io abbia effettivamente dato alla società e al mondo del lavoro e quanto invece abbia ricevuto dalle migliaia di persone che, a vari livelli e a diverso titolo, professionale e personale, sono state partecipi dell’esperienza vissuta in Patria e nella lontana, ma sentimentalmente vicina Argentina, dove ho trascorso venti indimenticabili anni tra il 1961 e il 1980 e dove continuano a vivere i miei due figli con le rispettive famiglie.
Ne ho dedotto, e l’evento odierno ne è la conferma, che io debba ritenermi una persona fortunata. Considerandomi tale intendo riconoscere l’aver avuto la possibilità di vivere e lavorare in contesti sociali e professionali che hanno favorito a più riprese una maturazione crescente e multidisciplinare, amplificando quello che viene comunemente definito "senso di responsabilità" verso di sé e verso gli altri.
L’anzianità di servizio è evidente se si tiene conto che la mia attività lavorativa è iniziata nel 1939, a soli 14 anni, in qualità di impiegato dell’ufficio vendite alla Dalmine alla vigilia dell’ultimo conflitto bellico, sempre ricordato per il terribile bombardamento aereo del 6 luglio 1944 subito dallo stabilimento.
Mai avrei pensato che, da quel primo gradino, mi sarei ritrovato, quarant’anni dopo, a ricoprire la carica di Amministratore Delegato.
Non ho mai dimenticato i primi anni di lavoro trascorsi alla Dalmine e soprattutto il grande desiderio di calarmi nella realtà produttiva per capirne le particolarità e osservare ruolo e comportamenti di ciascuno degli attori che ogni giorno svolgevano la loro attività nei grandi corpi di fabbrica.
Ho imparato presto ad apprezzare e fare tesoro di quella grande risorsa che è il fattore umano, visto e inquadrato in un’organizzazione del lavoro che detta i meccanismi di produzione senza tralasciare il coinvolgimento, la collaborazione e la stima per ogni soggetto, quale che sia la sua mansione.
Mi sono altresì serviti a comprendere che la vera responsabilità, una volta assunta la guida di un’azienda, deriva dalla capacità di capire, intuire, decidere possibilmente nell’interesse di tutti, ma anche dal dialogo, indispensabile, nell’affrontare e contribuire anche a risolvere problemi di natura personale con cui ogni singolo individuo potrebbe essere chiamato a confrontarsi e che, invece, se manifestati e riflessi sul lavoro, avrebbero ripercussioni su sicurezza, affidabilità e qualità.
Essere nato a Dalmine, laddove, diciannove anni prima, era stata fondata l’impresa siderurgica, intorno alla quale si era formato un nucleo residenziale tutt’uno con il complesso industriale, ha inciso in modo profondo sulla visione del lavoro e della cultura d’impresa.
All’epoca dell’insediamento, la Dalmine, che quest’anno festeggia il suo primo centenario, ha adottato un vero e proprio progetto sociale, alla base del successivo sviluppo urbanistico e architettonico della città, cosicchè le radici dell’impresa si sono unite a quelle della comunità.
L’immagine che mi ha accompagnato nel corso della vita è quella di mio padre, impegnato per 47 anni ai laminatoi della Dalmine e che ha avuto l’opportunità di conoscere sul lavoro Agostino Rocca, allora giovane ingegnere, l’uomo che, con il fratello Enrico, mi ha poi preso per mano conducendomi paternamente durante la mia formazione sul lavoro.
Il destino, particolarmente benevolo nei confronti della mia persona, mi ha legato alla figura di Agostino Rocca, già amministratore delegato della Dalmine e poi fondatore del Gruppo Techint, che a partire dal febbraio 1946 si stabilì in Argentina, terra della nuova frontiera, dove già tanti italiani emigrati, coesi con la cultura locale, avevano contribuito a cucire il tessuto socioeconomico fornendo un impulso notevole in tutti i settori.
Nel caso specifico dell’insediamento argentino, non si trattava di una delocalizzazione industriale, ma di un progetto che estendeva e ramificava la storia e l’esperienza di un’impresa solida, laddove emergeva l’opportunità di riproporre la nascita di un polo produttivo, insieme alla crescita di una comunità servita nei suoi bisogni.
Un progetto che ho vissuto fin dall’inizio, quando nel 1946 venni trasferito nella sede milanese della Dalmine con il compito di realizzare e gestire l’ufficio esportazione.
L’anno seguente entravo di fatto nell’organizzazione del gruppo Techint, che nel frattempo aveva ottenuto l’incarico di costruire, con tubi di produzione Dalmine, un gasdotto di oltre mille chilometri dalla Patagonia a Buenos Aires, e per conto del quale avrei avviato, sotto la guida di Enrico Rocca, i rapporti commerciali nell’ambito dei vari Paesi Europei.
Una parentesi durante la quale ho avuto l’impressione di contribuire, all’interno del piccolo ruolo che mi era stato ritagliato, a ricucire quelle relazioni che la guerra, e le distruzioni che ne erano seguite, avevano in qualche modo lacerato.
Il bisogno di ricominciare, la voglia e la necessità di ricostruire e risollevarsi, il desiderio di riallacciare rapporti e confrontarsi erano il migliore antidoto alla diffidenza che si era venuta a creare.
E la risorsa tecnologica, di cui Dalmine era portatrice, influì positivamente in quella fase storica, dando il senso di un Paese che non aveva smarrito le proprie capacità, ma pronto a rimettersi in moto, sia sul proprio suolo che all’estero.
I miei viaggi in Argentina ebbero inizio nel 1952.
Nel 1954 a Campana – città a 70 chilometri da Buenos Aires – laddove avrei vissuto la mia lunga esperienza in Sud America – la Dalmine SAFTA Argentina (oggi Tenaris Siderca), con gli impianti di fabbricazione italiana e con la assistenza dei tecnici dello stabilimento bergamasco, avviava la produzione di tubi di acciaio senza saldatura.
Nel 1961, dopo alcuni anni di esperienza nella gestione della società Safau di Udine che fabbricava acciaio per lo stabilimento di Campana, accettai di trasferirmi a Buenos Aires, quale Amministratore Delegato della Dalmine Argentina assumendo, progressivamente, ulteriori incarichi nel Gruppo Techint, quali: responsabile di tutto il settore siderurgico, componente il comitato esecutivo, membro del board della Holding finanziaria, diventando così uno dei principali e il più stretto tra i collaboratori di Agostino Rocca.
Una presenza lunga vent’anni, vissuta in una dimensione di straordinaria umanità e di attaccamento al lavoro della comunità locale, di cui era parte importante la collettività italiana, alla quale mi sento profondamente legato.
Nel tempo, tra non poche vicissitudini e una serie di ostacoli allo sviluppo industriale, frapposte dalle vicende politiche e militari che hanno contrassegnato la storia dell’Argentina, la realtà di Campana è riuscita non solo a conservare, ma a migliorare la propria identità, fatta di stile di vita e lavoro, che ha consentito di creare un humus culturale e la naturale simbiosi tra cittadini e complessi aziendali, fondendo le esperienze degli uni negli altri creando un senso di appartenenza che ha pochi eguali.
Nel mese di luglio 1980, senza che né fatti, né tantomeno alcuno lo lasciassero presagire, mi veniva offerta dai vertici Iri-Finsider la gestione della Dalmine Italiana in qualità di amministratore delegato, e la contestuale presenza nei consigli di amministrazione di diverse società controllate da Finsider.
Roberto Rocca, figlio di Agostino, dispiaciuto del mio allontanamento, ha sicuramente visto nel ruolo che avrei assunto, non solo la figura di suo padre quando era alla guida della Dalmine, ma anche la fase iniziale di un possibile ritorno della famiglia, sempre desiderato, nella azienda Siderurgica Bergamasca.
Mi preme sottolineare natura e motivazione della chiamata, dettata da valutazioni legate alla persona e non ad appartenenze a correnti politiche o cordate di interessi.
Credo che la nomina e la permanenza in un ruolo di manager ovvero di alto livello dirigenziale, in ogni realtà pubblica e privata, debbano essere giustificate da considerazioni condivise di riconosciute capacità rispondenti ai requisiti richiesti per ricoprire un determinato incarico e perseguire precisi obiettivi.
Ritengo che un manager, per essere veramente tale, debba conservare la propria autonomia, rispondere del proprio operato e delle proprie azioni esclusivamente agli organi societari e non subire, come purtroppo spesso accade, il ricambio a causa del mutamento del vento politico.
L’assunzione della guida aziendale, in particolare, richiede la necessaria continuità di progetti e azioni a medio e lungo termine.
Così è stato, per quanto mi riguarda, anche in relazione ai quasi otto anni trascorsi ai vertici della Dalmine, al termine dei quali, per un intero lustro, ho avuto modo di mettere la mia esperienza a disposizione di diverse realtà, non solo del mondo siderurgico.
Nel 1993 ho accettato la proposta fattami dall’allora Sindaco di Bergamo, anche a nome di altri illustri cittadini, di collaborare allo sviluppo dell’Aeroporto di Orio al Serio.
Una infrastruttura che dal 1975 attendeva di assumere una funzione primaria nel quadro del sistema di mobilità territoriale della Lombardia, fino a svolgere un’azione di supporto operativo e logistico alla realtà produttiva e sociale della Bergamasca.
Un impegno iniziato con una profonda analisi del ruolo dell’aeroporto, all’epoca incentrato soprattutto sul traffico courier, settore che ha contribuito strategicamente a conservare le potenzialità dello scalo nel panorama nazionale del trasporto aereo.
Va sottolineato che gli unici finanziamenti da parte dello Stato alla Sacbo sono stati concessi in occasione delle opere legate ai mondiali di calcio Italia 1990.
L’azione svolta dagli azionisti bergamaschi è un esempio concreto di volontà e lungimiranza, in quanto, pur senza le certezze relative agli ammortamenti degli investimenti, ottenute solo nel 2002 grazie alla proroga della concessione quarantennale da parte di Enac, ha consentito il potenziamento infrastrutturale, propedeutico alla successiva fase di sviluppo del traffico passeggeri. Le decisioni prese dagli azionisti attraverso oculati piani di investimenti, che dal 1993 al 2005 sono stati complessivamente di 90 milioni di €, tutti autofinanziati da SACBO, hanno permesso di dotare l’aeroporto delle infrastrutture e dei servizi necessari a raggiungere i più alti requisiti di affidabilità e sicurezza, pienamente rispondenti alle normative nazionali e internazionali e sanciti dall’ottenimento delle relative certificazioni di qualità. La crescita costante del movimento passeggeri richiama la necessità di un’attenta politica gestionale e di programmazione con l’obiettivo di creare servizi aggiuntivi rivolti alla clientela e tali da far lievitare il fatturato non aeronautico.
I nuovi obiettivi sono rappresentati dalla volontà di mantenere il traffico courier, riducendolo rispetto a quanto originariamente previsto nel Piano di Sviluppo Aeroportuale, a beneficio dei voli passeggeri nella fascia diurna, senza penalizzare i livelli occupazionali garantiti dal movimento attuale delle merci aeree, generate localmente e limitate ai soli corrieri espresso. In tale strategia si è deciso di non realizzare il cargo center e proseguire quindi negli interventi per il potenziamento di infrastrutture e servizi aeroportuali, la sicurezza e la mitigazione ambientale. Tra questi figura l’installazione del nuovo sistema radar dell’ENAV, omologato nel luglio 2005, in grado di garantire una migliore, più sicura ed efficiente gestione del traffico aereo, con conseguente riduzione dell’impatto acustico e ambientale, a cui peraltro contribuisce l’impiego di aeromobili di ultima generazione dotati di motori a bassa rumorosità. Analizzando il quadro operativo di oggi con quello in essere fino al 2001, si può affermare che abbiamo assistito a un salto di qualità importante sul fronte del contenimento del rumore, ottenendo nel contempo una riduzione significativa dei consumi e il rispetto degli standard imposti dalle normative internazionali. Sacbo sa di dover continuare a intervenire affinchè l’aeroporto sia percepito non solo come fonte di rumore, ma soprattutto come sistema di mobilità di primo livello e grande risorsa economica e occupazionale.
Infatti, l’analisi aggiornata, effettuata da Studio Clas, sugli effetti economici prodotti dall’attività aeroportuale indica un livello occupazionale di oltre 3.500 addetti, che, includendo i servizi esterni e le attività indotte, sfiorano le 18.000 unità lavorative, mentre il valore della produzione, attivata dall’aeroporto, insieme all’indotto, supera i 2 miliardi di € annui. Tuttavia, l’effetto più rilevante prodotto è quello di fornire un’offerta di trasporto aereo rapido ed economicamente accessibile, in grado di mettere a disposizione soluzioni di viaggio utili alle aziende e ai singoli viaggiatori che si muovono per motivi di lavoro, studio o vacanza, contribuendo ad attirare visitatori e generare turismo.
In tutti questi anni è stato importante aver mantenuto rapporti trasparenti e collaborativi con i Comuni dell’intorno aeroportuale, così come con le Organizzazioni Sindacali.
Ciò ha permesso, e sono convinto consentirà sempre meglio, di confrontarsi con chiarezza, tenendo conto delle reciproche esigenze per individuare le azioni idonee a garantire il migliore funzionamento del sistema organizzativo aeroportuale.
Il 2005 si è chiuso con un incremento di oltre un milione di passeggeri rispetto all’anno precedente. Un riconoscimento per i risultati ottenuti, con un anticipo di circa dieci anni rispetto al programma, va attribuito a chi ha sostenuto la società negli anni difficili, ma soprattutto alle persone che hanno lavorato e lavorano in tutto il sedime aeroportuale con grande dedizione, professionalità, competenza e responsabilità. La forte radicazione di Sacbo nel contesto territoriale induce a perseguire obiettivi di presenza e partecipazione strategica con partner pubblici e privati al fine di portare avanti iniziative ad alto valore aggiunto, condotte nell’interesse della comunità e del territorio, nonché di collaborare con altre infrastrutture aeroportuali, non solo contigue, mettendo a disposizione l’esperienza maturata con una partecipazione mirata alle loro attività da attuarsi in termini di cogestione operativa. Chi vi parla si è formato, per così dire, sul campo. Oggi il nostro sistema universitario mette a disposizione gli strumenti per acquisire una preparazione a tutto tondo, a condizione che non ci si limiti alla parte teorica, ma si approfondiscano tutti gli aspetti oggetto degli studi. Nel corso degli anni ho avuto modo di verificare, a più riprese, quanto importanti siano: la preparazione di fondo, frutto degli studi innanzitutto oltre che della capacità di tenersi aggiornati; l’attenzione che si deve prestare in ogni circostanza a tutti gli aspetti di un problema, senza mai dare nulla per scontato;
la predisposizione al confronto e il senso di responsabilità, doti che devono essere connaturate nelle persone chiamate a dirigere. La managerialità richiede qualità umane e lungimiranza, un continuo arricchimento del sapere, non solo indirizzato alla materia o al settore che si è chiamati a gestire, la capacità di motivare e infondere fiducia nei collaboratori. È indispensabile che l’azione di un manager faccia leva su uno stile aziendale fatto di serietà, correttezza, criteri rigorosi di gestione, decentramento operativo, unito a un controllo centrale. Un principio semplice, ma basilare, per chiunque sia chiamato ad assolvere la gestione di un’impresa è quello secondo cui "non si può spendere più di quanto si produce", ma nel contempo occorre impegnarsi a ottenere i margini economici che servono principalmente a realizzare nuovi investimenti destinati alla ricerca e all’innovazione.
In una dimensione di mercato globale, ritengo si debba fare tesoro di quella larga parte di esperienza industriale del recente passato che ha dato frutti sul piano dell’occupazione e dell’espansione del prodotto. Non si può guardare al futuro con consapevolezza e determinazione senza attingere alla storia delle aziende che hanno segnato positivamente il cammino del nostro Paese.
Criteri e strategie adottati nella seconda metà del secolo scorso sono tanto più validi e attuali in quella componente fondamentale che risiede nella capacità di intravedere gli sviluppi del mercato, individuare le diverse variabili e operare in funzione delle spinte innovative.
L’Italia, che in tempi nemmeno tanto lontani è stato Paese di emigranti, si ritrova all’inizio del XXI secolo a fare i conti con: l’esportazione di intelligenze di livello assoluto;
la tendenza delle imprese a delocalizzare con l’obiettivo di conseguire minori costi di produzione e conquistare nuovi mercati;  e l’arrivo di immigrati, molti dei quali attratti più che altro da chimere mediatiche ma senza le auspicate prospettive di lavoro.
È dunque importante, anzi fondamentale, nel contesto dell’attuale quadro socio-economico, assumere un atteggiamento propositivo ma realistico, dotarsi di spirito d’iniziativa, ma decidere con cognizione di causa. I cambiamenti insiti nella natura stessa dei sistemi produttivi, caratterizzati da progressiva evoluzione per stare al passo coi tempi e soprattutto con gli stati di avanzamento tecnologico che investono tutti i settori, hanno determinato una richiesta di continua crescita del ruolo manageriale.
Anche coloro i quali sono chiamati a dettare linee guida, strategie e assumere decisioni nel proprio contesto lavorativo, devono sottostare alla logica della formazione continua, che nel caso del manager, sia esso d’impresa o di azienda pubblica, si traduce nell’impegno a leggere, interpretare, possibilmente a prevedere il delinearsi di situazioni che possano incidere sugli aspetti organizzativi e produttivi.
È possibile notare, rispetto al passato, anche quello più recente, come l’attenzione non possa essere circoscritta solamente al perimetro fisico entro cui si svolge l’attività, ma deve essere proiettata necessariamente all’esterno per consentire di percepire e valutare tutto ciò che è in grado di influenzare processi e offerta di prodotto.
Sono sempre più rare le figure di imprenditore/manager che hanno segnato per decenni la vita economica e produttiva del nostro Paese. Ciò non deve apparire né bene né male. Deve essere solamente la presa d’atto di una mutazione dettata dalla necessità di rispondere a nuove esigenze che nascono da compiti e funzioni più ampi e complessi.
È innegabile che oggigiorno un giovane manager debba sentirsi innanzitutto imprenditore di se stesso per essere nelle condizioni di intraprendere le sfide della gestione, competizione e innovazione. Ciò tanto più se ci si trova in una delle molteplici realtà aziendali a conduzione familiare, tipica espressione del territorio in cui viviamo e operiamo, chiamate a essere partecipi delle continue trasformazioni di mercato.
La presenza di un’infrastruttura di mobilità come l’aeroporto aiuta sicuramente ad avvicinare i diversi Paesi e incoraggia un tipo di pendolarismo sostenibile che vede protagoniste figure trainanti del mondo economico e delle professioni: uomini d’affari, manager, dirigenti, laureati.
Intelligenze vive e in cammino. Seguendo l’esempio di coloro che si sono mossi, anche in tempi più difficili, dobbiamo essere in grado di allargare i nostri confini accorciando le distanze con le altre realtà.
I trasferimenti di lavoro non vadano visti, pertanto, come allontanamento, bensì come opportunità, occasione per poter innescare nuovi processi in una forma ancora più marcata e incisiva di quanto avvenuto in passato, quando tempi e costi di viaggio da un punto all’altro dello stesso continente potevano considerarsi difficili da affrontare se non in qualche caso proibitivi.
Disponibili ad andare, dunque, senza per questo spezzare o abbandonare il legame culturale e professionale da cui si parte e che deve restare ben saldo.
In conclusione, ritengo che le esperienze manageriali maturate nella mia attività di lavoro abbiano dimostrato come una gestione produttiva e premiante richieda: un impegno assiduo;
la conoscenza del funzionamento del sistema aziendale, che ogni giorno si arricchisce di nuove idee e contenuti per adottare continui miglioramenti; la capacità di orientare l’attenzione a 360 gradi;
e in particolare tenere sempre nella dovuta considerazione i rapporti umani.

Conclusioni
Al termine di questa lettura, rinnovando il mio più vivo grazie al Magnifico Rettore e al Senato Accademico per l’alto onore riservatomi, mi sia permesso esprimere alcuni pensieri e considerazioni che riguardano la mia sfera personale. Innanzitutto, ringrazio continuamente Dio per avermi donato le capacità che mi hanno consentito di svolgere l’attività che ho prima descritto, e in particolare per avermi fatto incontrare la persona che da 58 è mia moglie. Ella è stata per me di grande stimolo, mi ha accompagnato con dolcezza, amore e convinzione negli spostamenti nelle varie città del mondo, mi ha sostenuto nei momenti difficili e mi ha donato una totale serenità in casa con i nostri due meravigliosi figli. È pertanto giusto riconoscere che gran parte del mio (se così si può definire) successo lo devo accreditare a Lei, con il più caro ed amorevole ringraziamento. E per ultimo, non certo per importanza, rivolgo un pensiero di infinita riconoscenza e affetto a mio padre e a mia madre.

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