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Il programma di “Altri percorsi”

Dies Irae, L’ingegner Gadda va alla guerra, la malattia della famiglia M e tanti altri. Guarda l’intero programma di “Altri percorsi”.

Teatro Sociale
21 dicembre 2010

E PENSARE CHE C’ERA IL PENSIERO
di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
regia Emanuela Giordano
con Maddalena Crippa
produzione TIEFFE Teatro Milano e Fondazione Giorgio Gaber
 
«Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti, un mare di parole un mare di parole ma parlan più che altro i deficienti». (E pensare che c’era il pensiero, 1994). Dopo le fortunate esperienze di Sboom e di A sud dell’alma, Maddalena Crippa torna al teatro-canzone, e questa volta dalla porta principale, confrontandosi con uno spettacolo culto per molte generazioni, E pensare che c’era il pensiero, nato dal genio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Un titolo che segna, insieme ad altri grandi titoli gaberiani, un preciso spartiacque sul fare e pensare teatro e che rappresenta forse il punto più alto dell’opera della coppia. «Quello che sembrava fosse un inarrestabile processo rivoluzionario sul piano delle coscienze, prima ancora che su quello storico e politico, comincia a mostrare i suoi limiti, le sue incertezze, i suoi tentativi un po’ patetici di nascondere contraddizioni sempre più evidenti. L’appiattimento dell’individuo preconizzato dai vari Adorno e Marcuse, è qui presentissimo. Si comincia ad avvertire un senso di impotenza, di incapacità a contrapporre istanze diverse al modello americano e alla sua trionfale avanzata. Si percepisce il disagio di una sconfitta collettiva che ci ostiniamo ancora a non voler riconoscere come tale».
 
 
Teatro Sociale
18 gennaio 2011
DIES IRAE _ 5 episodi intorno alla fine della specie
creazione collettiva di Teatro Sotterraneo
testi Daniele Villa
luci Roberto Cafaggini
costumi Lydia Sonderegger
graphic design costumi Claudio Paganini
con Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo CeccarellieClaudio Cirri
produzione Teatro Sotterraneo/Fies Factory One
coproduzione Centrale Fies, AREA06, OperaEstate Festival Veneto
in collaborazione con Inteatro/Scenari Danza 2.0 AMAT Regione Marche

 

«Non potrai mai camminare a fianco di un neandertaliano. Non potrai mai nemmeno parlare con un mesopotamico oppure osservare il cielo con un maya. Non vedrai l’arrivo di una delegazione aliena sul maxischermo e non vedrai il sole diventare supernova. In realtà non ti sei visto nascere e non ti vedrai nemmeno morire. Il presente è un tempo storico. Il presente è una convenzione. Il presente è soprattutto un perimetro d’azione. Per colonizzare passato e futuro possiamo immaginare due archeologie opposte: una che dissotterri il passato e una che sotterri il presente in attesa di un dissotterramento futuro. Abbiamo sempre seguito delle tracce e non potremo non lasciarne di nuove. Ognuno viva e canti il suo tempo e poi torni alla polvere. Alleluia». Dies irae _ 5 episodi intorno alla fine della specieè un lavoro sull’estinzione della civiltà, sull’esaurimento dell’esperienza umana, sulla scomparsa intesa non come evento traumatico, ma come prospettiva, come sguardo archeologico, proveniente da un tempo successivo al nostro. Se dovessimo sparire adesso, la nostra capacità di colonizzare il futuro starebbe negli oggetti che ci cadrebbero di mano, nelle strade che stavamo percorrendo e nelle opere che stavamo osservando. Prima che la natura si riappropri del pianeta, prima che le costruzioni crollino e i lasciti del nostro linguaggio diventino indecifrabili, si potrebbero ancora ritrovare e raccogliere materiali e reperti, predisponendo una sorta di museo in cui le nostra vestigia direbbero di noi, lasciando comunque quasi tutto inspiegato, sopra un pianeta solitario, in orbita, pieno di cose. Dies irae _ 5 episodi intorno alla fine della specie, attraverso pezzi diversi per formato e impianto estetico ma attraversati da un unico discorso, tenta un’operazione di archeologia del presente. Attraverso la ricodificazione di porzioni d’immaginario collettivo, Teatro Sotterraneo interroga la forza e la tenuta della traccia, del reperto che racconta di qualcosa che non c’è più e, quindi, della memoria contrapposta all’oblio.
 
 
Teatro Sociale
3 febbraio 2011
2984
di Enrico Remmert e Luca Ragagnin
tratto da 1984 di George Orwell
regia Emanuele Conte
impianto scenico Davide Sorlini e Emanuele Conte
luci Cristian Zucaro
musiche Einsturzende Neubauten a cura di Tiziano Scali
video art Gregorio Giannotta
regia video Luca Riccio
attrezzeria Renza Tarantino
con Enrico Campanati, Andrea Di Casa, Marina Remi e Carla Buttarazzi, Alessandro Damerini, Luca Ferri, Gianni Masella, Sara Nomellini.
si ringrazia per la video‐partecipazione Enrico Ghezzi
collaborano al progetto Amedeo Romeo e Bruno Cereseto
interventi video e voce Pietro Fabbri, Alice Scano, Antonio Zavatteri
produzione Teatro della Tosse
 
«Uno spazio neutro, nero, nudo non è un teatro – non ci sono poltrone né palcoscenico – si tratta di un tubo chiuso che si snoda nell’intestino delle nostre paure. Ecco, siamo nel tubo catodico digerente del Grande Fratello, quello vero! Intorno ci sono presenze inquietanti, animali impagliati, pareti oppressive che annebbiano anche la nostra fantasia, noi, pubblico o attori non importa, non riusciamo più a immaginare, non sappiamo quasi pensare, sembra reale solo quello che ci restituiscono i televisori ingabbiati che sono dappertutto. Lì, anzi qui, tutto è felicità, sorrisi rassicuranti montati su bocche rosso Ferrari. Finché il televisore è acceso naturalmente. E se si spegnesse? Il buio ci mangerebbe? La paura ci corroderebbe dall’interno? Oppure semplicemente… ma tanto non è possibile spegnere questo mondo perfetto, e poi perché farlo?». 2984 è una coproduzione tra il Teatro della Tosse e il Festival della Scienza, che da diversi anni collaborano insieme con crescente successo. Il testo di 2984 è di Enrico Remmert, scrittore e sceneggiatore, e Luca Ragagnin, poeta, scrittore e autore di testi musicali. Lo spettacolo celebra il 60° anniversario della pubblicazione del libro dello scrittore inglese, che concludeva la sua ideale trilogia sulla dittatura comunista iniziato con Omaggio alla Catalogna e proseguito con La Fattoria degli animali. Come Orwell scrive il suo libro nel 1948 e inverte le ultime cifre della data per raccontare un futuro prossimo pericoloso e inquietante, così nello spettacolo il numero 1 del titolo diventa un 2. Il protagonista Winston Smith vive in un mondo dominato dai ministeri dell’Amore, dell’Abbondanza, della Verità e della Pace, e per le strade risuonano gli slogan «La Guerra è Pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza». Tutto ci ricorda sinistramente il nostro tempo e il continuo ricorso alla Paura e alla Propaganda per limitare sempre più la libertà di scelta.
 
 
 
 
 
Teatro Sociale
1 marzo 2011
L’INGEGNER GADDA VA ALLA GUERRA
(o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro)
un’idea di Fabrizio Gifuni
da Carlo Emilio Gadda e William Shakespeare 
regia Giuseppe Bertolucci
disegno luci Cesare Accetta
direttore tecnico Hossein Taheri
con Fabrizio Gifuni 
produzioneAssociazione Culturale Esplor/Azioni  
 
Quattro anni dopo ‘Na specie de cadavere lunghissimo, spettacolo che, a partire dai testi di Pasolini e Somalvico, poneva le basi di una riflessione teatrale sulla trasformazione del nostro paese negli ultimi quarant’anni, Fabrizio Gifuni e Giuseppe Bertolucci riprendono il loro discorso guidati dalla lingua e dal pensiero di uno dei più grandi scrittori del ‘900. I Diari di guerra e di prigionia – resoconto fedele della partecipazione di Gadda alla prima guerra mondiale – e l’esilarante Eros e Priapo, scritto-referto sulla psicopatologia erotica del ventennale flagello fascista, tracciano la rotta di un viaggio che ci conduce fino al nostro presente, alla scoperta di un popolo mai cresciuto. E, in ultima analisi, di noi stessi. «Un Amleto ormai vecchio, solo, senza più un padre o una madre da invocare o da maledire, sempre più debole di nervi, collerico. Solo con i suoi fantasmi. La lingua squassata da lampi di puro genio proteiforme. Sempre sull’orlo di una follia tragica eppure, a tratti, comicissima. E ricca di metodo.  Ah sì, ricca di metodo. Così inizio a immaginare L’ingegner Gadda va alla guerra. Un “Amleto Pirobutirro”, che riavvolge il nastro delle sue nevrosi camminando a ritroso – come un granchio – sulle tavole della memoria. Una discesa agli inferi che riapre antiche ferite, mai rimarginate. Fino ad arrivare alla ferita originaria. A ciò da cui tutto discende. Nel male e nel bene. Al pozzo nero della sua futura infelicità ma anche, forse, all’involontaria miniera della sua immensa arte».
 
 
Teatro Sociale
29 marzo 2011
LA MALATTIA DELLA FAMIGLIA M
di Fausto Paravidino
regia Fausto Paravidino
scene Laura Benzi
costumi Sandra Cardini
conJacopo-Maria Bicocchi, Iris Fusetti, Emanuela Galliussi, Nicola Pannelli, Fausto Paravidino, Paolo Pierobon e Pio Stellaccio
produzione Teatro Stabile di Bolzano
 
Fausto Paravidino è uno dei migliori autori teatrali italiani di oggi. Rappresentato ovunque, tradotto in molte lingue, con la sua scrittura è l’esempio vivente di un teatro, quello italiano, che può ancora fare scuola all’estero. In soli nove anni, da quando Paravidino è approdato per la prima volta allo Stabile di Bolzano con la messinscena di Due Fratelli, ha fatto davvero molta strada. Questo giovane autore, attore e regista si è cimentato con il teatro ma anche con la fiction televisiva e, soprattutto, con il cinema, dirigendo Texas, opera prima prodotta da Fandango che ha riscosso un grande successo di critica e di pubblico. La malattia a cui si allude nel titolo è in realtà il disagio esistenziale di una famiglia allo sbando che vive in una città di provincia. La madre scomparsa, due sorelle che tirano avanti tentando di dare forma alla loro vita tra fidanzati non equamente ripartiti e dividendosi tra un padre alla deriva e un fratello minore, Gianni, che guarda la vita come un gioco dal quale uscirà in modo drammatico e improvviso. Cristofolini, il cechoviano medico del paese, è testimone implicato in questa storia a più voci, dove ciascuno dialoga con l’altro ma rimane in solitudine, incapace di risolvere le proprie difficoltà nel comunicare. Per la prima volta in un lavoro teatrale di Fausto Paravidino oltre ai giovani compaiono gli adulti, insieme protagonisti di questo viaggio all’interno della provincia italiana con i dialoghi che scorrono veloci e semplici, con le parole che si susseguono l’una all’altra apparentemente banali, ma che, al contrario, vanno a scavare proprio dove ci sono ferite aperte e situazioni, come ha detto lo stesso autore, di normale anormalità. Ma nel testo ci sono anche tanta ironia e autoironia generazionale capace di attirare lo spettatore e catapultarlo in una trama che non lo lascerà fino a quando, sulla storia, non calerà il sipario.
 
 
Teatro Sociale
28 aprile 2011
MADE IN ITALY
di Valeria Raimondi e Enrico Castellani
scene Gianni Volpe
costumi Franca Piccoli
luci e audio Ilaria Dalle Donne
movimenti di scena Luca Scotton
con Valeria Raimondi e Enrico Castellani
produzione Babilonia Teatri e Operaestate Festival Veneto
con il sostegno di Viva Opera Circus e Teatro dell’Angelo
 
Vincitore del Premio Scenario 2007 e del Premio Vertigine 2010
 
Made in italynon racconta una storia. Affronta in modo ironico, caustico e dissacrante le contraddizioni del nostro tempo. Lo spettacolo procede per accumulo. Fotografa, condensa e fagocita quello che ci circonda: i continui messaggi che ci arrivano, il bisogno di catalogare, sistemare, ordinare tutto. Procede per accostamenti, intersezioni, spostamenti di senso. Le scene non iniziano e non finiscono. Vengono continuamente interrotte. Morsicate. Le immagini e le parole nascono e muoiono di continuo. Gli attori non recitano. La musica è sempre presente e detta la logica con cui le cose accadono. Come in un video-clip. Made in italy è un groviglio di parole. È un groviglio di tubi luminosi. È un groviglio di icone. Per un teatro pop. Per un teatro rock. Per un teatro punk. Un teatro carico di input e di immagini sovrabbondante di suggestioni, ma privo di soluzioni. Babilonia Teatri, la giovane compagnia veronese autrice dello spettacolo, che irride le convenzioni, i luoghi comuni, i clichet della vita moderna e del teatro contemporaneo, mette insieme le contraddizioni della realtà in cui è nata, cresciuta e si è moltiplicata. Essere pop-rock-punk è evidentemente una provocazione, uno di quegli ossimori di cui Babilonia Teatri nutre la propria originale drammaturgia, affrontando così il teatro di parola e di critica sociale con un sereno ma feroce distacco.