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“Non ho ucciso io la Pezzoli”

Al processo l'unico imputato, il senegalese Al?? Ndiogou, ribadisce la sua innocenza. E' in carcere dal 30 agosto 2008. "Le prove sul Dna? Sono cose che dicono i carabinieri. Non avevo mai litigato con quella donna".

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I suoi atteggiamenti, a tratti, non sono quelli di un uomo che rischia una pena pesante. Alì Ndiogou, l’operaio senegalese imputato per l’omicidio di Maria Grazia Pezzoli (il 24 luglio 2008 a Vertova), in aula davanti alla Corte d’Assise, al pm Carmen Pugliese e agli avvocati, è capace di sorridere, di scherzare quando si confonde dicendo “compagno di cella”, invece di “compagno di stanza in ospedale”, mentre parla dei postumi di un infortunio sul lavoro subito nel 2006, quando lavorava in un cantiere di Padova per conto di Giuseppe Bernini, l’imprenditore marito della vittima.
Poi, però, con la sua voce fonda e il suo italiano stentato, Ndiogou tira fuori le unghie, spesso se ne infischia della procedura del dibattimento, e alle domande del pm risponde con contro domande, dice al sostituto procuratore di “stare calma” facendole perdere più volte la pazienza.
E’ in carcere dal 30 agosto del 2008, quando i Ris di Parma comunicarono ai carabinieri di Bergamo i loro riscontri: gocce di sangue trovate fuori dall’abitazione della Pezzoli, sudore su un lembo di pantaloni impregnato di sangue della Pezzoli e un’altra traccia biologica trovata su un pezzo di carta vicino al corpo della vittima “corrispondenti al profilo genetico di Ndiogou Alì”. Da allora, nonostante prove schiaccianti, l’operaio senegalese ha continuato a ribadire la sua innocenza, senza però mai fornire indicazioni o nuove verità che potessero dare una svolta al caso.
Così è stato anche in aula, durante la deposizione nella mattinata del 30 ottobre. Ndiogou ha riferito che il giorno del suo infortunio (aprile 2006) a una caviglia in un cantiere di Padova, “quando lavoravo per l’Orobica coperture di Bernini, ho chiesto di essere portato in ospedale a Padova. Il capocantiere ha chiamato Bernini al telefono, e Bernini ha voluto parlare con me: Ndiogou, fatti portare in ospedale ad Alzano, che tanto è uguale. Qualche mese dopo, all’Inail, mi hanno detto che Bernini non aveva nemmeno denunciato l’infortunio”. Un incidente di lavoro che, secondo l’accusa, potrebbe costituire il movente, o un movente, dell’omicidio. “Ma io ho sempre e solo parlato di lavoro con Bernini, mai con sua moglie. La vedevo poco, era una persona riservata. Io in ufficio e in cantiere vedevo sempre lui, il marito. Anche per l’infortunio non ho mai parlato con la donna e non ho mai litigato con lei. Una delle poche volte in cui l’ho vista Maria Grazia era stata anche gentile con me: mi aveva regalato una maglietta dell’azienda, che di solito suo marito non voleva dare agli "africani", dicendomi di non dirlo al suo uomo”.
Sulla giornata dell’omicidio, che si sarebbe consumato attorno alle 13,30 del 24 luglio 2008, gli orari e gli spostamenti indicati da Ndiogou sono andati più volte in contraddizione con le dichiarazioni di altri testimoni. “Alle 13,45 circa di quel giorno sono uscito di casa con il mio amico e coinquilino Saku Diop, con la sua auto. L’ho portato al lavoro, alle 14,30 ero all’Adecco di Albino, per cercare un’occupazione, poi sono andato a Bergamo alla Cisl per la causa dovuta all’infortunio. Non sono mai stato a Vertova”.
Ndiogou cerca di smontare la deposizione di una teste chiave, Mariella Civino, residente nello stesso immobile della Pezzoli e del Bernini, in via Cinque Martiri 65. Si tratta della teste che dice di aver visto un “uomo nero” uscire dall’abitazione attorno alle 13,30 del 24 luglio, e di averlo riconosciuto con precisione solo il 30 agosto, vedendolo in televisione il giorno dell’arresto. “Io ero sempre lì vicino a quella casa, quando andavo nel magazzino dell’azienda di Bernini. Sono entrato 200 volte nell’ufficio di Bernini nella stessa casa. La Civino mi conosceva, come ha fatto a riconoscermi solo quando mi ha visto in televisione?”.
Alla fine della sua deposizione l’imputato risponde brevemente: “Non sono mai stato in quella casa il 24 luglio, non ho mai rotto il vetro della finestra, mi ero tagliato ad un gomito nel bagno di casa mia. Io non ero lì”. E quelle impronte e tracce biologiche che sono le prove schiaccianti e la base di tutta l’accusa? “Cose che dicono i carabinieri, non so darmi una spiegazione”.

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Commenti

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  1. Scritto da marilena

    io qualche dubbio sulla sua colpevolezza ce l’ho fin dall’inizio della vicenda. Mi fa comunque molta pena questo uomo solo in un paese che di certo non gli è molto amico; mi ha colpito anche il particolare della maglietta regalata dalla vittima contro il parere del marito, non mi sembra un aneddoto inventato e fa molto pensare. Spero che la verità, quale che sia, venga presto alla luce.