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“Fare Mondi” non costruire ghetti

In corso fino al 22 novembre la Biennale d’Arte di Venezia, che ha superato i 284.000 visitatori dal giorno di apertura tra lodi e critiche

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Il campo dell’arte è stato da sempre attraversato da un non felice rapporto tra  il pubblico e l’arte stessa. Non è un fatto momentaneo e non è un problema della contemporaneità. E’ una situazione che si propone da quando il pubblico, di fronte ad un intero ciclo pittorico arrivato alla sua massima potenza espressiva, tende a riverirlo, a conservarlo e non è per niente pronto a capire, con la stessa intensità e esaltazione, le nuove esperienze che gli si presentano. Le difficoltà di rapporto si sono accentuate a partire dagli anni, ‘80/’90, invasi, come si è stati,  da proposte concettuali, poveriste, post-concettuali e oggettuali; nel tentativo di richiamare l’arte e gli artisti a comporre forme più accessibili, di più immediata comprensione.
Quasi a voler affermare che l’attività creativa deve restare entro confini stabiliti, usare precisi schemi, comporsi in ordini e soluzioni formali che non corrispondono necessariamente alla mutevolezza del mondo stesso, alla sua realtà sempre in cambiamento, alla sensibilità propria e mutevole dell’individuo artista.
Si è tentato, in tutti i modi, di imporre la ricerca di un’arte che nella sua omogeneità perseguisse non fini poetici, espressivi, estetici ma, semplicemente valori morali, col pericolo, non del tutto vinto, di  scivolare in un terreno di invadenza politica totalmente estraneo ai fini propri dell’arte.  Forte è stato il tentativo di cristallizzare l’arte in una dimensione prettamente borghese, da ridurla ad una pura scelta di convenienza, si pensi al ritorno del figurativo o a certa pittura anacronistica.
Modelli di riferimento così categorici che nel campo della contemporaneità sono stati poco ammissibili perché gli autori, nella loro diversità umana, nella loro varietà culturale, vivono individualmente e con particolari e personali emozioni sia il rapporto con il mondo sia con le complesse dinamiche esistenziali.
Ogni artista è attraversato da particolari emozioni, vive e si manifesta dentro complesse moralità, mostra precisi ripensamenti interiori sia sulle cose sia sulle idee che lo contornano e che gli permettono di generare immagini e forme come se fossero una seconda natura, una natura sognata, espressa, realizzata nel semplice campo visivo della tela o nello spazio/luogo della scultura.
Mostrando esperienze conoscitive attorno alle cose del mondo connotate da una densa tensione interiore. Senza questa tensione ed esperienza l’artista non è in grado di conferire forma al sogno, non è capace di interpretare lo spirito del  suo tempo.
La lunga e affaticante visita alla 53° esima Biennale Internazionale d’Arte di Venezia ci regala, in buona parte del suo percorso, questa dimensione. La rassegna è intrisa  da questi fremiti complessivi anche grazie all’eterogeneità delle culture rappresentate nei vari padiglioni nazionali e così, prima di porsi come modello costitutivo filtra tra le sale un mondo sotterraneo in cui l’operazione artistica evita costantemente un suo auto-specchiamento ma rivela, svela mondi.
Daniel Birnbaum, curatore generale dell’esposizione non poteva scegliere titolo migliore: Fare Mondi. Dove le opere, gli oggetti, i filmati, le installazioni altro non sono se non il prodotto concreto, perciò materia, cosa, reso in forma  dall’artista stesso.
Certamente in alcuni padiglioni lo spirito creativo sembra ripetere stilemi precedenti e non innovativi, come i lavori esposti nei paesi nordici; a volte sembra apparentemente assopito su correnti artistiche già storicizzate, come l’Austria o la repubblica Ceca; in altre situazioni i video non svelano arcani ma si limitano a documentare, a mostrare ( Polonia, Australia….); in altri una certa tautologia del fare arte non va al di la del suo semplice manifestarsi ( Germania…). Alcune istallazioni poi, nel sempre suggestivo spazio dell’Arsenale, ripetono vecchie modalità operative e restano nel loro complesso afone.
L’eterogeneità dei linguaggi, certamente non esaustivi delle nazioni di riferimento, danno corpo ad una Biennale che se anche non diventa un punto di riferimento o di partenza per altre possibilità espressive, come quella curata qualche anno fa da Harald Szeeman, risponde correttamente al proprio compito. Quello di mettere in mostra, nonostante la globalizzazione in cui viviamo,  una dimensione dell’arte che non fa tendenza in sé ma è in grado di mostrare una ricerca tra i vari linguaggi artistici pur dentro il sottile livellamento culturale che il mondo subisce.
Una pluralità espressiva in cui ripetizioni e differenza creano infinite variazioni di linguaggio, in cui la visione personale dell’artista è metro di riferimento e non tendenza o scuola inglobante, quasi a voler dire di una possibilità, quella di costruire un qualcosa in comune, un qualcosa di condivisibile. Dare risalto al processo creativo, alla produzione, alla sperimentazione e al costruire comune appare un po’ lo spirito di questa cinquantatreesima rassegna, peccato che il ripristinato Padiglione Italia non risponde a questo spirito generale.
Da anni si è polemizzato sul fatto che alla Biennale veneziana, al di la di qualche partecipante italiano, non esisteva più uno spazio specifico per gli artisti italiani. L’averlo ripristinato in questa occasione non qualifica l’esposizione stessa, non solo perché i pochi autori in mostra non rappresentano la ricerca italiana, ma mostrano modalità pittoriche e ricerche  fatte ancora con  canoni arretrati.
Ci si dimentica, nel mostrare al pubblico questa squadra d’artisti, che il quadro, la scultura o il video, sono sempre un’azione, non sono un semplice oggetto decorativo, e l’azione implica uno svelamento, un mostrarsi e un mostrare;  nonostante tutte le tensioni che lo svelamento comporta qui siamo ancora alla retorica coloristica di un certo post-cubismo e post-futurismo,  le tele a collage non sono altro che episodi di ancor più antica memoria e se la scultura sembra, di primo impatto, affascinare a un’analisi più attenta si scopre solo  frutto di una normale artigianalità e di sapore prettamente scolastico. Peggio è il tentativo oggettuale, lontano da qualsiasi memoria concettuale, o come nell’installazione con cassette del pronto soccorso lontanissimo da possibili ironie o da più innovative “camere delle meraviglie”.
Eppure il territorio italiano non è all’anno zero della ricerca artistica, è un territorio ricco di risorse, talmente ricco che l’assunto di Boccioni citato dai curatori “ Verrà un tempo in cui il quadro non basterà più …”non solo ha sostanziato molte ricerche italiane fin dal dopo avanguardie, ma è stato lo spirito propulsivo a tante situazioni anche negli anni più recenti.Ripercorre all’indietro un cammino ormai storicizzato senza attraversarlo è  il percorso scorciatoia  suggerito dal padiglione italiano e poiché nulla è nuovo sotto il sole tutto finisce nella più banale retorica e nel trovarsi in posizioni più arretrate di quanto è stato fin dalle avanguardie auspicato, dentro una visione difensiva,  basata sul rispetto di un punto di vista ragionevole ma chiuso all’esperienza sensibile e disvelante del presente.






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