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Frontiere d’Africa, quei confini tracciati col righello

Chiara Brambilla, africanista e ricercatrice all???Universit?? di Bergamo, presenta il proprio libro il 30 ottobre alla libreria Terzo Mondo di Seriate.

Fin dalle scuole elementari, guardando la cartina dell’Africa, tutti ci chiedevamo perché i confini tra i diversi stati fossero diritti, come tracciati da un righello. Ci veniva detto che siccome c’era il deserto i confini non erano importanti, e per non perdere tempo venivano tracciati così, tanto per dare una fine ad uno stato. Cosa sarebbe giusto sapere invece? Lo chiediamo a Chiara Brambilla, africanista e ricercatrice all’Università di Bergamo.
Ricordiamo innanzitutto che quei confini fatti col righello sono stati tracciati dagli europei. Gli Africani non hanno mai avuto l’idea di confine che abbiamo noi. L’organizzazione africana non prevede la divisione in stati perché si tratta soprattutto popoli nomadi, per loro il territorio si vive nel movimento. Sono stati tracciati davvero col righello dagli europei nel periodo coloniale, durante il congresso di Berlino del 1885, per spartirsi gli stati africani, senza rispettare le identità e le tradizioni. Ancora oggi diverse etnie si trovano a convivere nello stesso stato o etnie uguali sono costrette ad una separazione territoriale da assurdi confini. Oggi alcune situazioni sembrano poter avere un cambiamento, infatti alcune frontiere non sono più una semplice separazione tra stati, ma rappresentano un confine che regola in maniera più complessa le dinamiche relazionali tra stati africani e stati più forti come può essere la Cina, che da un po’ di tempo ha intrapreso rapporti di scambio con Sudafrica e Namibia, garantendo più certezze economiche e rispetto per questi ultimi. Purtroppo ci sono anche aspetti negativi: infatti, alcuni popoli, soprattutto in Africa Mediterranea, vivono il fenomeno dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea in Africa. Alcune frontiere sono attrezzate come campi di detenzione per i migranti.

RIPENSARE LE FRONTIERE IN AFRICA è il titolo del libro che Chiara Brambilla presenterà il 30 ottobre alle 19 alla libreria Terzo Mondo di Seriate. Chiara, nel tuo libro porti l’esempio del confine tra Angola e Namibia. E’ un caso emblematico della mancanza di ‘ripensamento’?

E’ un caso interessante perché quei confini sono espressione e risultato di una colonizzazione unica in Africa. Infatti la Namibia ha subito una colonizzazione esterna, dalla Germania prima e successivamente dall’ Inghilterra. In più ha subito una colonizzazione contigua, dal Sudafrica, da cui si è liberata solo nel 1990. Inoltre contrappone due stili di colonizzazione diversi, proprio agli opposti; quello inglese per la Namibia, un tipo di colonizzazione indiretto, e quello portoghese per l’Angola, una forma di dominio vero e proprio che è risultata molto pesante per la conservazione della storia e delle tradizioni locali. Inoltre quel confine durante la guerra fredda è stato anche un confine di fronte; l’Angola appoggiava l’Unione Sovietica, mentre la Namibia, essendo sotto la protezione del Sudafrica, si è schierata con gli Stati Uniti. Ancora oggi ci sono i resti delle basi militari proprio vicino a quei confini, dove si è combattuta una vera e propria guerra.

Chi ci sarà con lei a presentare il tuo libro?
Saranno presenti Gianluca Bocchi dell’Università di Bergamo, Elena Dell’Agnese, che insegna geografia alla Bicocca di Milano, esperta di confini, e Cristiana Fiamingo, ricercatrice dell’università di Scienze Politiche di Milano, un’africanista insegnante di Storia e Istituzioni d’Africa.

Dopo la presentazione canterà Stefano Vergani, promettente cantautore milanese sullo stile di Fossati e Capossela. E’ una casualità o ci sono delle attinenze ai temi trattati nel libro?
E’ un carissimo amico e anche se le sue canzoni non parlano d’Africa, ho sentito nei suoi testi una lettura fortemente antropologica della realtà. Inoltre ci sono dei momenti di cantato in dialetto e mi sembra forte il suo sentimento di conservazione delle tradizioni popolari. Forse da questo punto di vista un piccolo collegamento ci può essere.

Chiara, il suo libro potrà cambiare qualcosa?
Non ho tale pretesa, ma come per ogni ricercatore c’è il dovere e la passione di provarci, di continuare a pensare alle frontiere, con un’ottica interdisciplinare dove necessita muoversi in uno spazio di confine tra discipline diverse. Per ripensare le frontiere c’è bisogno di attraversare i confini, anche tra discipline, ed è l’operazione più difficile. Nel libro c’è una parte di studio etnografico ma anche una prima parte teorica molto importante, dove propongo un’epistemologia nuova di concezione delle frontiere, che non può essere di contrapposizione tra un noi e un loro, tra un dentro e un fuori, ma che si muove in uno spazio meticcio, necessariamente.

Per portare avanti un tipo di studio e di analisi di questo genere è necessario andare sul campo?
Sì, credo di sì, e lo dico dal punto di vista della geologa e dell’antropologa. Soprattutto per non parlare un linguaggio stereotipato e testimoniare ciò che si studia e si va a vedere. E’ doveroso andarci e starci, vivere lì.Quando si parla di Africa si dovrebbe parlare di Afriche.E’ un territorio che è grande tre volte l’Europa e ha una varietà etnica e linguistica impressionante. Ad esempio, all’interno di uno stesso gruppo etnico, quello degli Ovambo, abbiamo 12 sottogruppi diversi che parlano lingue diverse. Ecco perché è importante essere sul posto. Nel villaggio di Ongala, sulla frontiera Angola-Namibia, gli abitanti vivono senza considerare la frontiera. Ci sono sterpaglie e un filo per 600 km di frontiera e solo 2 posti di polizia. L’uomo raffigurato sulla copertina del mio libro si trova proprio su quel confine, nella ‘no mans land’ tra l’Angola e la Namibia; è una frontiera che esiste sulle mappe ma non nel territorio, questo ci insegna che la mappa non è la realtà. Ciò comporta l’esistenza di molti traffici illegali, spostamenti continui, contrabbando, passaggio di bestiame non vaccinato etc. Senza vivere lì è impossibile conoscere queste realtà.

Ci sono case editrici in Italia, particolarmente sensibili a questi temi?
C’è L’Armatan di Torino, che è una succursale dell’Armatan di Parigi. In realtà il discorso delle frontiere è ancora poco affrontato in Italia. Gli editori anglofoni sono più attivi e vantano un buon numero di pubblicazioni, mentre in Italia non c’è un vero e proprio centro di ricerca che si occupa di frontiera. Infatti collaboro con un centro di ricerca olandese.

Commenti

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  1. Scritto da Lorenzo

    Interessante intervento.
    Per completare l’argomento invito a visitare il mio fito http://www.pillandia.blogspot.com , dove sono pubblicate centinaia di foto di luoghi di confine da tutto il mondo (tra i quali anche alcuni dell’Algeria, del Mali e del Niger in pieno deserto).
    Saluti da Mantova.