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L’Espresso: gli affari di Mister bonifica

Basandosi sulle carte dell'inchiesta in corso, a fine agosto il settimanale tracciava un ritratto di Giuseppe Grossi, il re della spazzatura e delle bonifiche lombarde.

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Chi lo ha visto di recente lo descrive depresso e inquieto. Giuseppe Grossi, meglio conosciuto come il re Mida lombardo delle bonifiche ambientali, imprenditore dal patrimonio personale sterminato, vive sospeso tra gli affari che hanno virato al peggio e un’inchiesta penale per false fatture ed evasione fiscale dagli esiti al momento imprevedibili. Dopo anni e anni trascorsi a tessere il filo di relazioni ad alto livello, dalla famiglia Berlusconi al governatore lombardo Roberto Formigoni fino all’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, adesso Grossi si sente abbandonato da tutti. In breve, scaricato. Forse non è proprio così, se è vero che la Lombardia ha da poco confezionato quello che appare come l’ennesimo pacco regalo per un imprenditore cresciuto cavalcando l’onda degli appalti pubblici.
A fine giugno, con i voti della maggioranza di centrodestra, il consiglio regionale ha approvato un provvedimento che, tra l’altro, promette altri 32 milioni di euro alle aziende di Grossi impegnate nella bonifica dell’area Sisas di Pioltello-Rodano, nell’immediata periferia est di Milano. Un gigantesco deposito di veleni, oltre 400 mila metri cubi di nerofumo, eredità dell’azienda chimica Sisas dichiarata fallita nel 2001. La bonifica, però, è iniziata solo l’anno scorso e alla fine potrebbe venire a costare oltre 100 milioni, forse 120. Quasi tutti soldi pubblici. Come ultima portata, il menù del grande affare comprende anche una bella speculazione immobiliare. Su parte dell’area bonificata verrà infatti costruito un centro commerciale, l’ennesimo in quella zona già congestionata. Sarà ancora Grossi a guidare le danze, visto che ha comprato i terreni, praticamente a costo zero, dal fallimento Sisas. Al suo fianco, fino a pochi mesi fa, c’era Luigi Zunino. Una partita semplice semplice: Grossi bonifica e Zunino costruisce. Ma il re del mattone alla milanese, ormai sull’orlo del crack finanziario, è riuscito a sfilarsi per tempo, già l’anno scorso. Prima ancora, quindi, di finire anche lui nel mirino della magistratura. E prima che la crisi di bilancio ne azzerasse le ambizioni.
Lo schema dell’operazione Sisas ricalca quello a suo tempo andato in scena per Santa Giulia, il quartiere per ricchi a sud di Milano. Con le aziende di Grossi che hanno ripulito il terreno dai veleni del vecchio stabilimento Montedison. E Zunino impegnato nel progetto immobiliare. Tutto bene fino a quando, all’inizio di quest’anno, la magistratura non ha trovato le tracce di fondi neri per 22 milioni ricavati facendo la cresta sul trasporto nelle discariche in Germania dei rifiuti di Santa Giulia. Risultato: il re Mida delle bonifiche è finito nei guai. Dalle indagini è emerso un sistema di false fatturazioni e conti segreti all’estero. Ma, soprattutto, l’inchiesta dei pm milanesi ha finito per puntare dritto al cuore degli affari di Grossi. E cioè al business multimilionario delle aree dismesse da ripulire. Un business innaffiato da ricchi contributi pubblici. Tracce e indizi non mancano davvero. Dalle prime indagini è già emerso che 600 mila euro sono passati da Grossi a un conto di Montecarlo intestato alla moglie di Giancarlo Abelli, parlamentare Pdl con targa Forza Italia, un politico di lungo corso per anni potentissimo alla regione Lombardia. "Era solo la restituzione di un prestito", si è giustificata la signora. Un caso piuttosto singolare: un ricchissimo imprenditore che chiede un aiutino alla consorte di un politico. Sarà. Nel frattempo però intercettazioni telefoniche e perizie contabili autorizzano il sospetto che la giostra dei fondi neri si sia messa in moto anche per la bonifica dell’area Sisas, quella appena rifinanziata dalla regione Lombardia.
A dire il vero quest’ultima vicenda è già approdata in tribunale. Nei mesi scorsi la multinazionale francese Air Liquide, importante creditore della Sisas fallita, ha promosso una causa civile per bloccare quella che definiva la svendita del terreno di Pioltello-Rodano, sostenendo tra l’altro che i costi effettivi della bonifica sarebbero molto inferiori a quelli preventivati da Grossi, a sua volta finanziato con fondi pubblici. Niente da fare. Air Liquide ha perso. Il tribunale ha dato via libera all’operazione Sisas. Intanto però i magistrati penali hanno allargato il raggio delle loro verifiche.
Sotto i riflettori sono finite altre operazioni di grande rilievo, del valore (presunto) di qualche centinaio di milioni. Tutti progetti che a suo tempo hanno ricevuto il timbro di garanzia del ministero dell’Ambiente e della regione Lombardia. Bonifiche come quella dell’area Falck di Sesto San Giovanni o della cascina Gazzera di Cerro al Lambro, sempre in provincia di Milano. L’onnipresente Grossi è di casa anche a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d’Italia governata dal sindaco Pd Giorgio Oldrini. Una sua azienda gestiva la raccolta dei rifiuti e in municipio campeggia una moto d’epoca dono del vulcanico imprenditore.
Il vero grande affare comunque resta quello dei terreni delle vecchie acciaierie. Anche in questo caso Grossi si è messo in scia dell’amico Zunino che cinque anni fa ha comprato l’area Falck per farne un quartiere modello progettato dall’architetto Renzo Piano. Prima di costruire, però, andava cancellata ogni traccia della vecchia attività. Il costo delle grandi pulizie superava i 200 milioni di euro, questa volta a carico dell’immobiliarista che contava di rientrare con la vendita dei palazzi. La bonifica è partita, ma Zunino ha finito i soldi prima ancora di inaugurare il cantiere. E così, in attesa che qualcuno (un altro investitore o forse le stesse banche creditrici) rilevi il progetto, Grossi non ha potuto fare altro che sospendere i lavori.
Poco male. Perchè a Cerro sul Lambro, poche decine di chilometri più a sud, la bonifica ha tutta l’aria di una storia infinita. Cascina Gazzera, sulle rive del fiume Lambro, è considerato una dei siti a più alta densità di veleni d’Italia. In circa 50 mila metri quadri tra gli anni sessanta e Ottanta sono stati scaricati oltre 50 mila metri cubi di melme acide. Dopo sondaggi, verifiche e molte polemiche, i lavori sono partiti nel 2000 e, in base al piano originario, avrebbero dovuto concludersi nel giro di sei anni per un costo complessivo di circa 45 milioni di euro.
Ancora una volta tutto ruota intorno a un’azienda di Grossi a cui sin da principio è stato affidato il disinquinamento. Ebbene, siamo al 2009, la bonifica è tutt’altro che ultimata ma il valore dell’operazione, di variante in variante, è già lievitato di una decina di milioni. Chi paga? I soldi arrivano grazie ai contributi pubblici, del ministero dell’Ambiente e della Regione Lombardia. Che presto potrebbero aprire ancora il portafoglio. Per Cerro al Lambro c’è un altro appalto in vista e la spesa finale potrebbe superare i cento milioni. Grossi, ovviamente, è pronto a saltare anche sul nuovo business. Magistrati permettendo.

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Commenti

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  1. Scritto da marilena

    per vedetta lombarda: io volevo mettere in evidenza che la radici probabilmente sapeva a che tipo d’uomo stesse vendendo l’inceneritore, ma l’ha fatto comunque!

  2. Scritto da VedettaLombarda

    marinella … suddaì dopo 13 anni ancora a lamentarsi … tanto più che i dati dimostrano che l’inceneritore a Dalmine è una delle minori fonti d’inquinamento nell’area, e che l’esistenza dell’impianto ha risolto il problema rifiuti di Dalmine, dei comuni limitrofi e della Bergamasca.
    Una cosa mi auguro che con l’arresto di Grossi si fermi l’idea della 3a linea, che fra l’altro vede contrari gli attuali ammnisitratori di Dalmine.

  3. Scritto da il gipeto

    ma come ? se a bergamo era considerato un benefattore ? dopo aver acquisito dal povero Radici l’impianto di Dalmine dove non arrivavano mai i rifiuti, i rifiuti son cominciati ad arrivare e con lo sconto grazie alle trattative del nuovo presidente della provincia bettoni, poi i rifiuti arrivavano da tutta italia, napoli compresa, poi c’era bisogno di una terza linea ma non per i bergamaschi e in provincia tutti sdraiati…magari adesso si scopre che non era oro tutto quel che luccicava….

  4. Scritto da marilena

    povero radici non direi, fra l’altro la proprietaria era la vedova radici, ex sciatrice e imprenditrice molto molto accorta. Il problema vero è che dalmine e i paesi limitrofi si ritrovano con l’inceneritore contro il quale avevano fatto diverse manifestazioni di protesta!