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Omicidio di Vertova, i “non ricordo” di Bernini davanti alla Corte

Deposizione di un'ora e mezza del marito di Maria Grazia Pezzoli, la vittima. Pochi chiarimenti sui momenti successivi al ritrovamento del cadavere e sui rapporti con l'imputato.

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Era certamente la deposizione più attesa al processo per l’omicidio di Vertova quella di Giuseppe Bernini, marito di Maria Grazia Pezzoli, la donna uccisa il 24 luglio del 2008. Ma è stata una deposizione che non ha sciolto molti dubbi nella mentedel presidente della Corte d’Assise Aurelia Del Gaudio, del giudice a latere Vito Di Vita e dei giurati. Tra una domanda e l’altra del pubblico ministero Carmen Pugliese, in alcuni momenti spazientita, le risposte vaghe sono state molte, e i “non ricordo” si sono inseguiti tra loro, a partire dai rapporti con l’unico imputato, ovvero l’ex dipendente Alì Ndiogou.
Il marito della vittima, imprenditore nel campo delle coperture metalliche, ha raccontato di aver raggiunto l’abitazione attorno alle 15,20 del 24 luglio. “Rientravo da un cantiere di Meda. Avevo appuntamento con mia moglie per andare da un notaio ed accendere un mutuo, al fine di ripianare alcuni debiti”. Ha quindi aggiunto di essere entrato nell’ufficio dell’azienda e poi nel retro dello stesso ufficio, trovando la moglie a terra. “Ho pensato “magari si è tolta la vita”, senza riuscire a spiegarmi niente”. Quindi è uscito di casa, è stato notato mentre gridava dal nipote Fabrizio Barcella e poi dalla madre della vicina di casa Mariella Civino. “Quindi sono tornato alla porta con qualcuno che era al mio fianco, non ricordo chi. Non ho avuto il coraggio di avvicinarmi al corpo di mia moglie, non so dire se ho pestato del sangue. Poi ho avuto un vuoto, venti minuti di sbalordimento, non so dire se ho girato per casa, non posso escluderlo. Un altro amico ha iniziato a calmarmi, mentre mio nipote o la Civino chiamavano il 118”.
L’imprenditore di Vertova ha ricostruito così gli attimi più frenetici di quel giorno. “Non ho pensato di avere nemici che potessero arrivare a tanto. C’erano stati gli insulti e le minacce dell’ex dipendente senegalese Diop Moktar, ma era tenuto sotto controllo dai carabinieri. E non ricordo ciò che dice la Civino”, cioè il fatto che Bernini avrebbe chiesto alla vicina di casa di non riferire delle minacce esplicite di Moktar a lui e alla moglie (“Ti taglio la gola”).
Giuseppe Bernini ha poi confermato di non “aver pensato ad Alì Ndiogou quel giorno e nel periodo immediatamente successivo. Erano due anni che non lo vedevo, era stato mio dipendente nell’Orobica Lattoneria, si era infortunato a Padova e quando era rientrato quell’azienda l’avevo già venduta, quindi non aveva più a che fare con me”. E’ stato a quel punto, in aula, che è iniziato il difficile tentativo di ricostruzione, tramite le domande del pm, dei passaggi di dipendenti, tra i quali Ndiogou, da una società all’altra di proprietà del Bernini, dall’Orobica Coperture all’Orobica Lattoneria, senza mai arrivare alla Valcop, la prima società di cui l’imprenditore era contitolare con la moglie.
“Ndiogou non era stato da me informato del passaggio dalla Coperture alla Lattoneria, e nel frattempo quest’ultima era stata venduta ad un altro imprenditore. E non so dire perché Alì Ndiogou non fu risarcito per il suo incidente sul lavoro in un cantiere di Padova. Non venne mai da me a chiedere soldi per un risarcimento, so solo che c’è ancora una causa aperta nei miei confronti al Tribunale del lavoro. Non ho mai pensato a lui fino al giorno del suo arresto”.
Bernini non pensa a Ndiogou e non dice nulla del senegalese ai carabinieri dal 24 luglio fino all’arresto del 30 agosto. Non ci pensa nonostante la causa per l’infortunio, e dice di “non saper spiegare” perché alcuni suoi documenti contenuti in un borsello che gli fu rubato nel febbraio 2006 dall’auto che aveva parcheggiato fuori da un ufficio a Vertova, siano ricomparsi il 26 luglio del 2008 in un prato di Albino, esattamente due giorni dopo l’omicidio, e con sopra le impronte digitali di Ndiogou. “Non ho spiegazioni logiche, l’ho saputo da lei” ha detto rivolto al pm, ammettendo anche che per il furto di quel borsello “c’era anche Ndiogou tra i miei sospettati”.
Da un lato il rapporto con Ndiogou, dall’altro quello con la moglie, “con la quale avevo avuto alti e bassi, anche per una relazione extraconiugale, ma avevamo fatto pace. E non ho mai litigato con lei tre giorni prima dell’omicidio (come ha dichiarato in mattinata la Civino, ndr). Semmai ricordo che alcuni nostri soldi finiti in Polonia li avevo dati, sulla fiducia, ad una famiglia con la quale avrei voluto aprire uno stabilimento in quel paese, e della quale faceva parte una ragazza che ho frequentato”.

La deposizione della vicina di casa

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