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“La vittima non parla per non rompere un equilibrio”

In Italia le violenze in famiglia sono diffuse più di quanto si pensi. Il cambiamento nel comportamento del minore è sempre un segnale da prendere in considerazione

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Massimiliano Garzarella è uno psichiatra. Lavora presso il Centro “Lilium” di Chieti, una onlus che si occupa di minori. A giugno il centro ha organizzato un convegno nazionale sui tema degli abusi , maltrattamenti e violenze sui minori.
Dottor Garzarella, un padre violenta la figlia. Poi fa “un patto” – che non manterrà – con la sua vittima: il silenzio in cambio della promessa di non ripetere quelle violenze sulla nipotina. Che tipo di meccanismo scatta in questi casi?
«In queste situazioni c’è molto di non detto. Questa donna era dipendente dalla figura paterna e dai suoi desideri. Con il silenzio della violenza subita, si sacrifica per poter proteggere a sua volta la figlia. Preferisce tacere la violenza subita per non alterare un equilibrio. Parlare, dunque, significa rompere un equilibrio che è patologico».
Perché chi subisce violenza in famiglia non denuncia fin da subito?
«Perché siamo di fronte anche ad un fenomeno culturale. Denunciare un famigliare non è semplice, significa esporsi alla stigma e, quindi, spesso si preferisce mettere a tacere tutto».
Come fa una persona che non è uno psichiatra o un medico ad accorgersi se un minore ha subito violenza o molestie?
«Il cambiamento, questo è il segnale più evidente. Quando un bambino diventa più cupo, più chiuso, palesemente timoroso o più impressionabile, sono tutti segnali che vanno presi in considerazione. È chiaro che non sempre è così, però sono segni che non vanno ignorati».
Un minore che subisce violenza che possibilità di recupero ha? E quante probabilità ha la vittima di diventare a sua volta carnefice?
«Il recupero dipende da molti fattori, a partire dall’entità del danno e dalle violenze che il minore subisce. Dipende anche dal tipo di ambiente che lo circonda. È importante il tempo che passa tra il trauma e la sua scoperta, in genere più breve è, maggiori sono le possibilità di recuperare. Ci sono dei  meccanismi di apprendimento anche nella violenza e quindi il minore potrebbe diventare a sua volta un soggetto violento, soprattutto quando è maggiore l’esposizione a eventi violenti».
La violenza in famiglia è un fenomeno frequente in Italia? Quanto ha influito la disgregazione della famiglia?
«Queste sono considerazioni che appartengono più alla sociologia. Comunque, le statistiche nazionali ci dicono che la violenza in famiglia è molto diffusa, più di quanto si pensi. Un tempo i figli erano figli di tutti. Il cortile e la famiglia allargata sorvegliavano sulla sicurezza dei bambini, ma il rischio c’era lo stesso perché i minori erano a contatto con più adulti. Oggi, la famiglia è più chiusa, c’è un minore controllo sociale, ma rispetto a un tempo ci sono più denunce».

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