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Trapianti: un terzo degli italiani è dubbioso

Presentata l'indagine "I trapianti: un'importante prospettiva di vita", un'indagine tra 629 persone da cui emerge la ritrosia delle donne a donare gli organi di congiunti

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Presentata oggi a Palazzo Marino l’indagine “I trapianti: un’importante prospettiva di vita” svolta da Elma Research per O.N.Da, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna con il patrocinio dell’Assessorato alla Salute del Comune di Milano.
 
Dai dati emergono forti contraddizioni. Due italiani su tre (il 60%) sono favorevoli alla donazione dei propri organi dopo la morte. Solo l’8% è contrario. Il restante 32%, soprattutto giovani, non ha preso alcuna decisione o ancora non ci ha pensato.
Eppure in Italia esistono lunghe liste di pazienti in attesa di ricevere un organo. Il motivo dell’incoerenza risiede principalmente in fattori culturali: la metà degli italiani non ne parla e non sa cosa ne pensano i propri familiari e pochissimi hanno messo per iscritto la propria scelta o l’hanno comunicata al proprio medico curante o all’Asl. Le donne, in particolare, da sempre custodi della salute della famiglia, sono le più restie a dare il consenso per la donazione di un organo di un familiare. Tra loro le più favorevoli sono le lavoratrici (impiegate, manager, libere professioniste), diplomate o laureate e con meno di 40 anni, le contrarie sono spesso casalinghe o pensionate, con un livello di istruzione inferiore e più avanti con l’età.
 
La popolazione vuole però sentire la voce delle istituzioni: nel 70% dei casi attraverso la televisione, seguita dal proprio medico.
Una prima importante iniziativa sul fronte dei trapianti è contenuta nel disegno di legge 1041 del 23 settembre 2008 presentato dalla senatrice Laura Bianconi. La proposta prevede che la carta d’identità indichi il consenso della persona a donare i propri organi in caso di morte.
 
Lo studio, svolto su 629 persone, metà uomini e metà donne, evidenza infatti proprio una carenza di informazione a livello istituzionale. Le istituzioni sanitarie, dal medico di famiglia all’Asl fino al Ministero insieme alle associazioni che si occupano di questo argomento, sono percepite come le ‘grandi assenti’. Con conseguenze immaginabili, prima fra tutte un numero di donazioni insufficienti rispetto alle richieste di trapianto.

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