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Contraddizione in aula tra investigatori

L'omicida di Maria Grazia Pezzoli si ?? mosso nell'abitazione dopo aver colpito la donna? Probabile secondo un investigatore dei carabinieri di Bergamo; improbabile secondo il Ris di Parma.

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Il giallo di Vertova ripropone i suoi misteri in tribunale. L’unico imputato dell’omicidio di Maria Grazia Pezzoli, l’imprenditrice uccisa nello studio al pian terreno della sua abitazione di Vertova il 24 luglio 2008, è l’operaio senegalese Alì Ndiogou, all’epoca dei fatti già ex dipendente della Pezzoli e del marito Giuseppe Bernini.
Ma al di là delle prove schiaccianti a carico di Ndiogou, basate sul test del dna su più reperti, l’inizio del dibattimento (il 9 ottobre) ha proposto aspetti ancora da chiarire e soprattutto una contraddizione tra gli investigatori, balzata all’occhio del presidente della Corte d’Assise Aurelia Del Gaudio. Durante la sua deposizione in mattinata, la seconda del processo, il maresciallo capo del nucleo investigativo dei carabinieri di Bergamo Giovanni Sciusco (clicca qui), aveva infatti parlato di “tracce di sangue che, tramite impronte di scarpe, dal piano terra arrivavano fino al piano superiore, in particolare nella stanza da letto matrimoniale”.
Un particolare non indifferente, che fa pensare ad uno spostamento dell’omicida all’interno della casa, dopo la colluttazione al piano terra e le trenta ferite d’arma bianca inferte alla vittima. Forse un omicida in cerca di qualcosa, ma non certo di soldi o gioielli, dato che all’interno dell’abitazione tutti i beni di valore, e anche 1500 euro in contanti, sono stati ritrovati al loro posto.
Versione ben diversa da quella del maresciallo Sciusco è stata però fornita dal maggiore Marco Pizzamiglio, comandante della stazione di Biologia del Ris di Parma, che effettuò un primo sopralluogo nella casa di via Cinque Martiri 65, il 6 agosto 2008, tredici giorni dopo l’omicidio. “Abbiamo trascorso una notte sul luogo del delitto applicando la tecnica del luminol, anche per verificare se l’assassino avesse portato del sangue in giro per la casa. Posso escludere che le tracce di sangue rilevate al piano superiore e su un gradino della scala dal piano terra al primo, fossero legate alla dinamica delittuosa. Si è trattato probabilmente di un evento successivo, di chi trovandosi sul luogo del delitto nei giorni seguenti, può aver pestato del sangue già coagulato lasciandolo sul primo gradino della scala e, in tracce minime, anche al piano superiore”.
Una tesi confermata anche dopo l’esplicita domanda del giudice Del Gaudio, che ha colto la discordanza delle due versioni. Le impronte di sangue lasciate dalle scarpe restano un mistero nel giallo, anche perché non sono mai state ritrovate calzature corrispondenti ai rilievi effettuati, nemmeno in casa di Alì Ndiogou. Così come resta un alone di dubbio, ancor più forte dopo l’inizio del dibattimento, sull’arma del delitto. Mai ritrovata, ma certamente un’arma bianca, con la quale l’assassino ha inflitto trenta fendenti, sei piuttosto pesanti tra l’alto torace e il collo, alcuni dei quali hanno danneggiato gravemente la trachea e la carotide. Questi i particolari riferiti in aula dal dottor Antonio Osculati, che eseguì l’autopsia il 26 luglio: “C’è stato anche un discreto rompicapo, tuttora irrisolto – ha riferito il medico -. Alcune ferite presentano infatti un andamento parallelo, in coppia, come se fossero state inflitte con due armi distinte, o con un’arma sola ma dalla doppia lama”.

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