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“Vogliamo un’informazione libera e imparziale” fotogallery

Paolo Perucchini, membro della Giunta esecutiva della Federazione Nazionale della Stampa (il sindacato dei giornalisti, spiega le ragioni della mobilitazione.

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A Roma e a Bergamo si tengono sabato 3 ottobre due manifestazioni per la libertà di stampa. Su questo tema ospitiamo l’opinione di Paolo Perucchini, giornalista de L’Eco di Bergamo, membro della Giunta esecutiva della Fnsi.

Nel pomeriggio di sabato 3 ottobre, la Fnsi-Federazione Nazionale della Stampa Italiana, sindacato unitario dei giornalisti, ha organizzato in piazza del Popolo a Roma, una manifestazione di riflessione su di un tema fondamentale per la professione giornalistica, ma più in generale per i cittadini: la libertà di stampa e dell’informazione. E, di conseguenza, il valore del pluralismo del giornalismo.
Temi che non possono passare inosservati. Anche se difficili, all’apparenza, da valutare e, allo stesso modo, facili da strumentalizzare da parte di chi volesse trarre vantaggi personali o di schieramento. Temi che possono apparire “lontani” dalla quotidianità di ciascuno di noi, ma che in realtà appartengono a tutti i cittadini, al nostro diritto alla correttezza delle informazioni.

Andiamo con ordine sgombrando il campo da facili equivoci.

La manifestazione per la libertà di stampa organizzata dalla Fnsi è un’iniziativa civica e, per questo, ha visto l’adesione di associazioni, gruppi e organizzazioni sociali. Ed ha radici lontane.

Non è, così come qualcuno scrive, dice o vuol far credere, né una manifestazione “politica” (volta al ribaltone del potere esecutivo legittimamente eletto dal popolo sovrano) né una manifestazione “di parte” (colorata con una connotazione rosso sinistrorso).
Non è “corporativa” (volta a difesa di un’elite di scribacchini o, come, è stato usato ultimamente, di “farabutti”) e non è “settaria” (a difesa di questa o quell’altra testata e contro quell’altro giornale).

Non è una manifestazione “dell’ultima ora” inventata esclusivamente per protestare contro le querele a Repubblica o l’Unità. Oppure perché il presidente del Consiglio non risponde ad una decina di domande.
Di iniziative a tutela della libertà dell’informazione si è sempre parlato: abbondantemente anche nei mesi scorsi. Basti sapere che il giornalismo, su proposta dell’Unione nazionale cronisti italiani, nel giugno scorso si è mosso con un presidio di sensibilizzazione all’esterno di Montecitorio.
Uno degli spunti trainanti è stato il disegno di legge “Alfano” sulle intercettazioni. Un provvedimento che avrebbe dovuto “mettere” il bavaglio alle cronache giudiziarie e alle inchieste giornalistiche su indagini riferite a reati in corso (basti ricordare che inchieste sugli scandali finanziari come quelle sui casi Fazio-Fiorani, come il caso Parmalat, il caso Moggi o come il caso Clinica Santa Rita di Milano non sarebbero mai potuti diventare notizie). Temporaneamente parcheggiato nei cassetti dell’Esecutivo, prima o poi potrebbe/dovrebbe tornare sulla rampa di lancio dell’agenda politica italiana.

Per inciso, nulla a che vedere con il “lodo Alfano”, ovvero le disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato. Il disegno di legge Alfano è questione prettamente giornalistico-informativa: divieti, multe e si era ipotizzato perfino l’arresto per la violazione del divieto di pubblicazioni di intercettazioni e articoli su indagini giudiziarie. Stessi temi che negli anni scorsi hanno già visto il giornalismo protestare con una giornata di sciopero quando all’esame del governo di centrosinistra c’era il disegno di legge Mastella (iniziativa della stessa portata del ddl Alfano).

Dicevamo che di difesa della libertà dell’informazione i giornalisti parlano da tempo. Nulla centrano gli eventi estivi legati a escort, lettoni, casi di omosessualità e querele di esponenti del governo. Anche se, non lo si può negare, il rafforzarsi di un malcostume generalizzato con il quale si tende ad indicare nel giornalismo e nei giornalisti la fucina dei problemi del Paese non ha certamente contribuito a stemperare il clima di preoccupazione per la libertà di stampa.

Si denuncia che: l’informazione è malata perché è capace solo di presentare il male; i giornalisti sono politicizzati a prescindere; il giornalismo è utilizzato come arma impropria per operazioni di killeraggio, vendetta e minaccia; la stampa è solo gossip perché guarda agli eventi dal buco della serratura.
Si dichiara che questa informazione non è da comprare, sostenere, leggere o ascoltare. 
E’ inutile, perché non si limita a raccontare quello che piacerebbe sia raccontato. E’ falsa, perché racconta la verità che fa piacere ad altri. Infingarda, perché insinua solo il tarlo del dubbio. E’ scomoda, perché si permette il lusso di fare domande. Va ignorata, perché ancora non ha capito che certe domande deve smettere di farle.

E’ una stampa “lecchina”, perché è sempre al guinzaglio di qualcuno. Ma è anche una stampa a cui mettere la museruola perché ancora ha il coraggio di “abbaiare”.
“Tutto ciò è la dimostrazione palese che in Italia si scrive e si dice quello che si vuole: la stampa è già libera. E l’ulteriore prova è l’esistenza in Italia di centinaia di televisioni, migliaia di radio e altrettante migliaia di giornali, riviste e periodici”. Questa è l’obiezione più comune degli ultimi giorni.

Troppo facile misurare la libertà contando i “numeri” delle teste: una nazione non è più democratica e libera tanti più sono i suoi cittadini. E’ solo una nazione popolosa.
La libertà di stampa (quindi il diritto ad un giornalismo libero e il dovere di un’informazione libera) ha altri canoni di valutazione.

La possibilità di affrontare temi, inchieste e approfondimenti senza condizionamenti o omologazioni di sorta per via di conflitti d’interesse legati ai centri di potere (economico, politici e sociali) che governano e controllano il mondo dei media. 
La concentrazione economica in poche mani della raccolta pubblicitaria (unica vera risorsa per coprire i costi dell’informazione) che rischia di mettere in ginocchio la pluralità dell’offerta informativa. 
La possibilità di fare giornalismo libero da pressioni e da timori di ricorsi temerari in giudizio da parte di chi è solo scontento di essere oggetto di notizie e servizi. Ciò non vuol dire l’“impunità” garantita a tutti i giornalisti anche a chi fa del cattivo giornalismo raccontando falsità, omettendo verità e distorcendo volontariamente
la realtà. I giornalisti sono cittadini come tutti gli altri sottoposti a regole ordinarie: a cambiare devono essere le regole di convivenza civile attuali che permettono, approfittando di conseguenze limitate in caso di ricorsi temerari in giudizio, l’uso distorto della querela non come strumento principe di tutela della correttezza della dignità personale di un soggetto, ma come arma di pressione psicologica su chi deve scrivere e raccontare di fatti e vicende.
Così come la libertà del giornalismo la si misura nella dignità dei rapporti di lavoro in Tv, radio e giornali: la forte diffusione del precariato (spesso a condizioni economiche e – quando ci sono – normative capestro) rischia, sotto il ricatto di un lavoro, di rendere ulteriormente critico il principio dell’indipendenza dell’informazione. 
Sabato 3
la Federazione Nazionale della Stampa Italiana con la sua manifestazione vuole ricordare solo la fondamentale importanza in un mondo civile del diritto ad avere e il dovere di offrire una stampa e un’informazione libera. Valori espressi sia dall’articolo 21 della Costituzione, sia dalla Convenzione dei diritti dell’uomo.
Sarà forte il tiro incrociato da parte della politica sulla manifestazione di piazza del Popolo a Roma. Così come forti saranno le tentazioni di chi vorrà mettere strumentalmente il “cappello” (magari dopo essere stato negli anni censore e/o grande querelatore di giornalisti) su questa manifestazione anche con iniziative autonomamente organizzate. I giornalisti, in piazza, scendono consci che da rispettare c’è solo un unico padrone. Il lettore-cittadino. Sabato
rivendicheranno solo il diritto (di tutti i cittadini) e il dovere (dei giornalisti) ad un’informazione libera e imparziale.
Paolo Perucchini
membro della Giunta esecutiva
Federazione Nazionale Stampa Italiana

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Commenti

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  1. Scritto da Matteo V.

    la domanda e’ una sola: I giornalisti sono cosi’ convinti che quelli che leggono le loro fregnacce siano cosi’ ignoranti da non saper distinguere il cioccolato dalla……………???
    Secondo me e’ piu’ un problema loro di rischiare di perdere l’esercizio di un potere personale, ingiustificato e, come dicono dall’estero, eccessivamente soppesato in un paese dove si grida “al lupo! al lupo!” anche quando mia figlia fa la pipi’ fuori dal vasino!!

  2. Scritto da acido

    Quindi il problema sono i giornalisti inginocchiati di fronte al padrone di turno…

  3. Scritto da donchi

    bastaguardare lesempio di BG
    dove per anni l’eco l”ha fatta da padroni scivendo fesserie al soldo della curia!!

  4. Scritto da marilena

    l’articolo è lungo e un po’ confusionario. Mi permetto di giudicarlo perchè da lettrice preferisco articoli più sintetici ma puntuali sul vero problema di cui si discute. E poi mi permetto di osservare che il bavaglio alle notizie lo vuol mettere la destra in questo momento, o no? Perciò il cappello alla manifestazione lo si può anche mettere, non si può negare che il cavaliere vorrebbe manipolare l’informazione, è sotto gli occhi di tutti il monopolio delle sue tv.

  5. Scritto da tersicore

    Si può anche avere uno strabismo forte, ma se non sbaglio, le bandiere e gli striscioni erano tutte dello stesso colore politico. Bastava solo guardare staccati e si capiva subito in quale direzione
    andava questa manifestazione. Di allocchi ormai ne son rimasti pochi
    fra gli italiani, che credono non esservi in questo paese libertà di parola e… di insulto. Direi che sarebbe ora di diventare un pò più italiani in Italia e all’estero.

  6. Scritto da Parsifal

    Una REALE pluralità di informazione è come l’aria: indispensabile per una vera democrazia.
    Le lotte per il controllo dell’informazione sono le lotte per poter gestire una fetta determinante del potere politico. Più c’è libera informazione più la democrazia può essere tale e crescere.