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Inizia l’era della Svezia, campione della battaglia sul clima

E' appena iniziata la presidenza svedese dell'Unione europea, che nei prossimi sei mesi avrà il non facile compito di guidare la nave dei 27 tra le acque della crisi economica

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Riceviamo e pubblichiamo, l’autore è Direttore dellla Rappresentanza a Milano della Commissione europea:

E’ appena iniziata la presidenza svedese dell’Unione europea, che nei prossimi sei mesi avrà il non facile compito di guidare la nave dei 27 tra le perigliose acque della crisi economica, passando dalle strette del rinnovo dei vertici delle istituzioni all’agognata entrata in vigore del nuovo Trattato di Lisbona. Come si evince dai discorsi del giovane primo ministro Fredrik Reinfeldt, oltre alla crisi in cima alle preoccupazioni del Paese scandinavo sembra esserci la lotta al surriscaldamento del pianeta. A dicembre si tiene a Copenaghen il vertice ONU per definire un nuovo accordo globale post-Kyoto sulla riduzione delle emissioni. Portare l’Unione compatta verso un negoziato complicato col resto del mondo sembra davvero difficile anche per gli abili navigatori di stirpe vichinga, e l’impresa è resa ancora più ardua dalla crisi economica caratterizzata ormai dalla recessione e dalle perdite di posti di lavoro. Gli entusiasmi pro clima si spengono in molti Stati UE, sempre più riluttanti ai sacrifici che il taglio delle emissioni comporta, almeno nel breve periodo.
Anche se il fallimento dei negoziati è ritenuto improbabile (e dopo lo stallo al WTO ciò sarebbe una iattura per il nuovo ordine internazionale), in pochi scommettono sulla possibilità di un accordo preciso e dettagliato. Ci si aspetta uno schema simile a quello di Kyoto, con un accordo quadro che farà da cornice a ulteriori negoziati da condurre nel già previsto successivo incontro in Messico. Ma nessuno si può permettere un fallimento a Copenaghen, in considerazione delle aspettative che tale appuntamento sta creando.
La sfida che si prospetta è davvero epocale: per i più "ottimisti" una riduzione del 50% delle emissioni entro il 2050 dovrebbe bastare a limitare il riscaldamento globale di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali; ma alcuni esperti arrivano a ritenere indispensabile un taglio di almeno l’80%. In particolare, alcune organizzazioni ambientaliste giudicano insufficiente il taglio del 50% rispetto al 1990 entro il 2050 indicato come obiettivo dalla Commissione Europea. Tra queste, il WWF che fonda i suoi timori su vari studi, tra cui quello dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e ritiene che per fare adeguatamente la sua parte, contribuendo ad un taglio medio a livello planetario di almeno l’80%, l’Europa dovrebbe puntare a uno zero emissioni entro il 2050.
Secondo l’IPCC i paesi industrializzati devono ridurre le emissioni tra il 25% e il 40% entro il 2020 e dell’80-95% entro il 2050, sempre con riferimento al 1990. Finora l’UE si è impegnata a ridurre "solo" del 20% unilateralmente, con la possibilità di arrivare al 30% qualora si riuscisse a definire un accordo a livello globale. Da qui le critiche per cui l’Europa dovrebbe ridurre le proprie emissioni di almeno il 45% entro il 2020. Sempre secondo il WWF, i Paesi in via di sviluppo dovrebbero arrivare ad un taglio del 30% nei prossimi dieci anni anche grazie all’aiuto economico dei Paesi industrializzati: 35 miliardi di euro l’anno solo dall’Europa, da aggiungere allo 0,7% del PIL promesso da tempo per gli aiuti allo sviluppo nel quadro dei cosiddetti obiettivi del Millennio.
Come ricordato dal Presidente della Commissione Barroso e dal Commissario all’ambiente Dimas, la leadership europea nella lotta al surriscaldamento è elemento necessario ma certamente non sufficiente. Servono delle forti partnership a livello mondiale, a cominciare da quella più indispensabile di tutte, con gli USA. Le posizioni di Bush costituivano un forte freno alla possibilità di trovare un accordo globale. Con la nuova amministrazione a Washington i giochi sembrano riaprirsi.
Già nella campagna presidenziale Obama ha dato segnali chiari di voler cambiare registro sul taglio delle emissioni, e a nuova amministrazione sembra voler passare dalle promesse elettorali ai fatti, riuscendo a far approvare dal Congresso – malgrado l’azione aggressiva di molte lobby – il 26 giugno 2009 la prima legge americana sull’effetto serra, che prevede più energia pulita, minore dipendenza energetica e un taglio delle emissioni del 17% entro il 2020 rispetto al 2005 e dell’83% entro il 2050. Con stanziamenti di miliardi di dollari per ricerca ed innovazione. La legge é ora all’esame del Senato.
Un qualche spiraglio comincia ad intravedersi anche da parte dell’altro grande inquinatore (che ha da poco superato gli USA per livelli di emissioni), la Cina, forse anche per i primi effetti del surriscaldamento che colpiscono alcune regioni meridionali quali desertificazione e carenza di acqua. Ad una maggiore disponibilità cinese ha probabilmente contribuito anche il nuovo atteggiamento USA. Nel corso di un incontro tra il Vice-Premier cinese Li Keqiang e l’inviato speciale Usa Todd Stern, il Vice Premier ha affermato che “la Cina ha notato il nuovo indirizzo di governo degli Stati Uniti sul tema del Clima, nonché le misure positive intraprese”, auspicando una salda partnership tra i due paesi in vista dell’appuntamento di Copenhagen. Dal canto suo Stern ha apprezzato i risultati conseguiti da Pechino negli ultimi anni nella lotta al surriscaldamento. Non sarà comunque facile trattare con la Cina che ancora una volta ha espresso la convinzione di voler mantenere il principio di “responsabilità comuni ma differenziate” tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, assicurando però l’intenzione di partecipare attivamente ai negoziati e svolgere un ruolo costruttivo.
A tirare la carretta rischia dunque di rimanere prima di tutto l’Europa, considerato che malgrado il nuovo corso, il taglio USA per il 2020 sarà solo del 17% rispetto al 2005, ossia sostanzialmente un ritorno ai livelli del 1990. Un impegno ben lontano da quanto auspicato dagli esperti e richiesto dai paesi in via di Sviluppo. L’UE dovrà quindi impegnarsi più degli altri con un taglio del 30% per il 2020, e sperare che questo basti a far apparire credibile la media dei tagli dei paesi più ricchi.
Intanto la "piccola" Svezia, già leader per rinnovabili e taglio di emissioni, si pone all’avanguardia prospettando una riduzione di CO2 del 50% e una crescita del 40% di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020. Entro il 2030, inoltre, il Paese scandinavo non utilizzerà più carburanti tradizionali nei trasporti. Un esempio che arriva da un’economia che ha da anni dimostrato come diminuire le emissioni non vuol dire frenare la crescita, ma il contrario. Speriamo che almeno per i prossimi sei mesi si diventi tutti un po’ più svedesi.

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