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Non gioco più in serie A ma sono ancora comunista

Paolo Sollier giocava nel Perugia dei miracoli. I piedi buoni e una fede politica di ferro. Tra i suoi amici Herrera e Marcello Lippi. «Calciopoli è lo specchio di questa società»

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Quando segnava, non cullava bebè immaginari. Non succhiava il dito pollice. Non faceva l’aeroplanino. Non si copriva il volto con la maglia. Stava semplicemente fermo e alzava il pugno, quello sinistro, al cielo. Paolo Sollier era comunista quando giocava in serie «A» nel Perugia dei miracoli, quello del presidente Franco D’Attoma e del mister Ilario Castagner. È rimasto comunista ancora oggi che ha 61 anni e una pensione Enpals, quella che spetta ai lavoratori dello spettacolo. Lui, lo spettacolo, continua  a darlo come allenatore/giocatore della Osvaldo Soriano Football Club, la nazionale italiana scrittori. Ogni anno partecipa al torneo di calcio di Arcisate dove i pazienti dei servizi psicosociali sfidano altre squadre della Penisola.
«Io nello spogliatoio facevo il giocatore e basta – dice Sollier – . Ero professionale, non prestavo  mai il fianco, ero rispettato. Sono molto più comunista e incazzato oggi, che un tempo. Il calcio è lo specchio di questa società e come tale rispecchia la vita politica di questo Paese. Prendiamo Calciopoli, Moggi e la sua rete esercitavano sul mondo del calcio una vera e propria signoria. E non importa che agissero al limite della legge, perché il danno causato è enorme: la perdita di fiducia nel sistema da parte della gente».
(foto sotto: Paolo Sollier, al centro del gruppo, dà consigli ai suoi ragazzi)
Sollier non ha mai allenato, per scelta, squadre di professionisti, ma nell’ambiente ha conservato molte amicizie ed estimatori. «Una volta, quando ero il tecnico del San Colombano, ho affrontato l’Inter di Lippi in amichevole. Con Marcello ci eravamo incontrati più volte sui campi quando lui giocava nella Sampdoria. A fine partita è venuto negli spogliatoi a salutarmi con affetto, senza darsi arie. Mi sento spesso con Vendrame e con Sabatini, il direttore sportivo del Palermo. Con loro c’è un legame profondo».
Non ha una squadra del cuore e nemmeno un allenatore preferito. Ancelotti, Spalletti e lo stesso Lippi sono quelli che, secondo lui, ne capiscono di più. Ce n’è uno, però, che rimane una sorta di mistero. «Quando giocavo nel Perugia – racconta l’ex calciatore – ricordo che nessuno avrebbe scommesso una lira su Walter Novellino allenatore. Era un talento, ma anarchico. Uno incontrollabile. Uno che se gli dicevi di fare una cosa, ne faceva un’altra. Insomma, seguiva il suo istinto. Eppure è cambiato anche lui, perché come allenatore sta facendo una bella carriera».
Tra i grandi incontri della sua vita da calciatore c’è stato quello con «il mago» Helenio Herrera, arrivato a Rimini nella stagione 1976-1977, dopo l’avventura con l’Inter. Tutti glielo avevano descritto come un burbero, un caratteraccio, uno che ti rendeva la vita difficile. Invece, per Paolo Sollier, Herrera fu un amico. Uno di quelli veri. «Nel calcio, come nella vita,  ci sono degli stereotipi ed Herrera ne era vittima. Io ho conosciuto una persona disponibile, capace, affettuosa. Ricordo che un giorno durante le ferie di Natale dovevo andare con un’amica a Parigi, avevo però bisogno di un giorno di congedo in più. Andai a dirglielo. Lui stava in silenzio e mi ascoltava. A un certo punto mi chiese: “Dove dormi a Parigi? Se vuoi ti do le chiavi di casa mia, a condizione che in quel giorno farai un allenamento". E così ho fatto, ho visto dei ragazzini che giocavano a pallone al parco del Lussemburgo e, dopo una bella corsa, mi sono aggregato».
«Il mago», dopo qualche tempo, fu esonerato dal Rimini. Prima di andarsene, fece un salto allo stadio e lasciò un pacco al magazziniere intestato proprio a Paolo Sollier. Era un regalo, un cesto africano. Dentro c’era un bigliettino: «Un caro saluto dal suo amico Helenio Herrera».

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