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Milano ha la peste

"La città è malata e la sua malattia può avere conseguenze molto rilevanti sull'intero sistema Italia". È la tesi del libro appena uscito di Marco Alfieri sugli ultimi vent'anni del territorio ambrosiano

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Altro che Roma ladrona. Da qualche anno Roma è diventata padrona e niente popò dimeno che di Milano. La città meneghina è malata e in forma grave. “E la sua malattia può avere conseguenze molto rilevanti sull’intero “sistema Italia”. Si sta progressivamente romanizzando “sfiancata da dinamiche ben lontane dalla sua grande tradizione del riformismo illuminato”.
Marco Alfieri, dopo aver indagato sulle ragioni delle sconfitte della sinistra, con il suo secondo libro, La peste di Milano, racconta i problemi della città ed entra con i piedi nel piatto senza tanti timori. Expo, Malpensa/Alitalia, urbanistica, immigrazione e cultura con tutta una serie di progetti abortiti o comunque frutto solo di interessi lobbistici sono raccontati nei dettagli con nomi e cognomi. Ne viene fuori un quadro davvero desolante con una città dove la grande sconfitta è la politica. L’antipolitica ha vinto e “ha preso la forma di un efficientismo di facciata, falso manageriale, per lo più sterile e di poca sostanza. A dare la linea è piuttosto la cena del lunedì ad Arcore, con Berlusconi che da grande feudatario convoca in villa i vassalli”.
La sinistra non c’è più. Non gioca nemmeno e l’era dei “prestati alla politica” ha fallito e “Milano perde i colpi proprio sui piani tradizionalmente più suoi: la capacità amministrativa e la modernizzazione dei servizi”.
E la creatività, la spinta innovativa, la grande locomotiva d’Italia che fine ha fatto? Alfieri prova a chiederlo a tanti interlocutori e ne viene fuori un quadro a tinte diverse. “Ci sono forze e capacità creative: però non c’è più la capacità di metterle al lavoro per la dimensione collettiva. A Milano manca il senso di responsabilità e il senso di reciprocità. Manca una grande idea. Non il grande progetto ma mille piccoli progetti intorno a una grande idea, a un denominatore comune. In una parola manca la politica, manca la capacità di fare rete e di produrre immaginari”.
La tesi e l’analisi su come uscirne sono poi corredate da pagine e pagine di esempi. I capitoli mettono a fuoco alcune grandi questioni a partire dai litigi per la governance dell’Expo, fino ad arrivare alla grande sconfitta di Malpensa. In materia urbanistica “Milano resta una città che si guarda continuamente l’ombelico. E in questo modo devasta il territorio, perché non esiste più un ambito di pianificazione corretta. L’idea di sviluppo presuppone una governance adeguata, altrimenti vinceranno sempre i privati e la speculazione”.
E qui viene fuori il coraggio di Marco Alfieri. Il suo piglio giornalistico che contraddistingue tutto il libro, si fa ancora più incisivo e macina nomi, lobby, interessi. “L’impressione, – scrive l’autore, – è che la mancanza di una strategia condivisa e di un vero governo dell’economia abbia lascito la città in mano a lobby di feudatari che scorrazzano a piacimento nelle stanze del potere. Una poliarchia , ma purtroppo non delle migliori”.
Si parte da Assolombarda, che tanto soffre di protagonismo che non si è nemmeno adeguata al nome che Confindustria utilizza per le realtà territoriali. L’unione provinciale rappresenta solo Milano, ma ha sempre giocato a volere un peso maggiore. Alfieri non usa mezzi termini per descrivere la situazione attuale. “Questa non è ormai solo il luogo della rappresentanza degli interessi industriali ambrosiani, ma un mélange dove convivono finanzieri, immobiliaristi, manager parapubblici e fabbrichette. Sempre più, è un “taxi” usato dai vari presidenti di turno per arrivare ad altri incarichi”. E fa nomi e cognomi a partire da Gabriele Albertini, passando a Michele Perini (oggi presidente dell’ente Fiera) fino ad arrivare a Diana Bracco che dirigerà la società di gestione Expo 2015 “non senza conflitti di interessi”.
In materia di altre tipologie di interessi “un feudo inossidabile è quello di Salvatore Ligresti, in grande asse con Ignazio La Russa. Dopo aver costruito negli anni ottanta anonimi scatoloni per uffici alle porte di Milano”, oggi presidia i principali cantieri e progetti della città.
Il terzo centro di potere è rappresentato da Compagnia delle opere. “Roberto Formigoni, da quindici anni presidente della Lombardia, è il referente politico di un esercito fortissimo in città e in regione”. Un potere enorme che Marco Alfieri fa raccontare a importanti esponenti di Forza Italia. “Il ruolo e il potere, – dicono Podestà la Colli e altri, – che hanno assunto Formigoni e il sistema connesso di Comunione e liberazione e della CdO determinano la quasi totalità delle scelte politiche e amministrative di fronte a un peso elettorale che non raggiunge un decimo dei voti di Forza Italia”.
“A completare il quadro dei grandi signori del potere milanese, – racconta ancora Alfieri, – c’è infine Carlo Sangalli, signore incontrastato del commercio e della Camera di commercio”.
La città è in mano ai settantenni e “a scorrerla tutta insieme fa un po’ impressione questa carrellata di poteri forti cittadini. Ogni volta c’è un signorotto, la sua piazzaforte, le sue truppe. Non sembra la Milano del Seicento?” Si domanda Alfieri. E da qui ogni possibile volontà di cambiamento o di sviluppo naufraga e la città si ritrova per forza ad arrancare.
Non stupisce così che sul tema dell’immigrazione non esista “una vera soluzione rispettosa della dignità delle persone e che, di sgombero in sgombero, Milano vive ormai da anni una sua legalità fittizia, una scorciatoia facile a uso mediatico ma che non risolve nulla”.
Il libro di Marco Alfieri rompe quello schema classico che vede il Nord solo come territorio dell’efficienza e della creatività, vessato da leggi e governi romani e mette il dito in una brutta piaga perché la situazione di Milano potrebbe contagiare il resto del territorio se non addirittura tutto il Paese.
L’antipolitica ha vinto e tiene in scacco l’Italia da quasi vent’anni. La sua capacità di innovare, sviluppare, amministrare è lì da vedere dice Alfieri. Milano è ormai romanizzata e se questo è il modello saranno guai per tutti.
Dall’analisi c’è un grande assente ed è la Lega. Tutta la partita si gioca da anni solo in una metà del campo e da quelle parti finora il Carroccio, almeno a Milano, si è visto davvero poco e c’è da credere che questo libro potrebbe suonare come un grande campanello d’allarme per Bossi e compagni. Quanto all’altra metà, quella del centrosinistra, Alfieri la liquida davvero con poche battute. “Le ho prese, ma quante gliene ho dette”.
Un libro, come dice Gad Lerner, che “racconta la sconfitta del profondo Nord”, ma lo fa senza tifare con l’atteggiamento del “tanto peggio, tanto meglio”. È l’insieme di inchieste riorganizzate intorno a una tesi forte che guarda con nostalgia alla tradizione del trentennio riformista nella speranza che Milano sappia reagire e rialzare la testa per uscire da un sistema feudale che rischia di strangolarla per sempre.

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