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Crisi, la ricetta di Draghi: riforme e banche più lungimiranti

Riforme strutturali, imprese più produttive e banche “lungimiranti” perché il Paese esca dalla crisi e, soprattutto, da vent’anni di “produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte”. E’ la via indicata dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle “Considerazioni finali”.

Riforme strutturali, imprese più produttive e banche "lungimiranti" perché il Paese esca dalla crisi e, soprattutto, da vent’anni di "produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte". E’ la via indicata dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle "Considerazioni finali". Perché la crisi, certo, sta stritolando la crescita come non mai: secondo le previsioni più aggiornate di via Nazionale, la caduta del Pil sarà "di circa il 5 per cento quest’anno". Ma per l’Italia, ricorda Draghi rivolgendosi all’Assemblea Ordinaria dei Partecipanti, non si tratta solo di venir fuori dalla crisi, ma anche di uscire da una spirale negativa cominciata ben prima del crollo dell’economia mondiale.
CONSIDERAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE
Perché questo possa avvenire, la Banca d’Italia indica direttive precise: "Una risposta incisiva all’emergenza è possibile solo se accompagnata da comportamenti e da riforme che rialzino la crescita dal basso sentiero degli ultimi decenni". Solo con riforme radicali potranno tornare la fiducia, sottolinea Draghi, e la speranza, perché "la fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza, ma neanche senza speranza: uscire da questa crisi più forti è possibile".
Ma non dev’essere solo il governo a muoversi. Molto è nelle mani di banche e imprese. Alle prime, Draghi chiede, considerato che "non hanno eredità pesanti nei loro bilanci", di utilizzare "questo vantaggio nei confronti dei concorrenti per affrontare un presente e un futuro non facili". E’ vero che "non si può chiedere alle banche di allentare la prudenza nell’erogare il credito; non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che mettà a rischio l’integrità dei bilanci e la fiducia di coloro che gli affidano i propri risparmi". Ma si può invece chiedere loro di essere "lungimiranti": "Valutino il merito di credito dei loro clienti – suggerisce il governatore della Banca d’Italia – con lungimiranza. Prendano esempio dai banchieri che finanziarono la ricostruzione e la crescita degli anni Cinquanta e Sessanta". Insomma, secondo Draghi, "occorre saper fare i banchieri anche quando le cose vanno male".
Mentre alle imprese, Draghi suggerisce di "continuare l’opera di razionalizzazione iniziata da pochi anni", ma anche di proteggere "le professionalità accumulate dai lavoratori, che torneranno preziose in un futuro speriamo non lontano". La crisi non durerà infatti in eterno: "segnali incoraggianti" indicano che, per quanto "non è ancora possibile individuare con certezza una definitiva inversione ciclica", "la crescita riprenderà nel 2010". 
Ma di che tipo di crescita si tratterà? Questo è il momento di porre le basi, sostiene Draghi, perché l’Italia intraprenda un nuovo percorso virtuoso, per rilanciare il sistema imprenditoriale, l’occupazione, i consumi. Trascurare la questione occupazionale, ricorda la Banca d’Italia, sarebbe un grave errore: "I lavoratori in Cassa Integrazione e coloro che cercano una occupazione sono già oggi intorno all’8,5 per cento della forza lavoro, una quota che potrebbe salire oltre il 10: proseguirebbe la decurtazione del reddito disponibile delle famiglie e dei loro consumi, nonostante la forte riduzione dell’inflazione". E questo porterebbe, in una spirale perversa, a una ulteriore riduzione della produzione, a nuove chiusure delle imprese.
"Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento". Urge allora un "buon sistema di ammortizzatori sociali per chi cerca un nuovo lavoro". Un sistema che parta dagli strumenti attuali, per migliorarli: "La crisi ha reso più evidenti le manchevolezze di lunga data nel nostro sistema di protezione sociale. Esso rimane frammentato". Una "riforma organica e rigorosa" non deve "rivoluzionare il sistema attuale": "Lo si può ridisegnare intorno ai due tradizionali strumenti della Cassa Integrazione e dell’indennità di disoccupazione ordinarie, opportunamente adeguati e calibrati".
Accanto a un meccanismo di sostegno delle imprese: "Il passaggio dei prossimi mesi sarà decisivo: una mortalità eccessiva che colpisca per affissia finanziaria anche aziende che avrebbero il potenziale per tornare a prosperare dopo la crisi è un secondo, grave rischio per la nostra economia". A risentire della crisi, ricorda Draghi, sono soprattutto le imprese piccole, sotto i 20 addetti: "Nella sola manifattura se ne contano in tutto quasi 500.000, con poco meno di due milioni di disoccupati". Ma ci sono tante imprese, "circa metà delle 65.000 imprese dell’industria e dei servizi con almeno 20 addetti", che prima della crisi avevano già avviato un processo di ristrutturazione, e che infatti "si attendono un calo del fatturato nel 2009 nettamente inferiore alla media". Tra queste, ce ne sono più di 5000, con un milione di addetto, che hanno "consolidato il primato tecnologico e diversificato gli sbocchi di mercato". Sarebbe un delitto abbandonarle a se stesse. E allora, se alle banche via Nazionale chiede "credito lungimirante", allo Stato chiede "forme di garanzia pubblica sui prestiti", una garanzia su eventuali cartolarizzazioni.