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Ibba: “In Israele sono diventato un uomo di pace”

Il giovane consigliere comunale dell'Udc fino al 12 gennaio sarà in Medioriente. Riportiamo la sua testimonianza in poche ma significative puntate

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Un viaggio in Palestina ti cambia sempre, per sempre. Se poi hai poco più di 30 anni, una sensibilità spiccata e la permanenza in medio oriente coincide con uno dei momenti storici più tragici per quella disastrata zona del mondo il quadro è completo. La scelta di Flavio Ibba, classe 1977, consigliere comunale di Varese dell’Udc, è di quelle ambiziose: è partito l’11 novembre per il Kenia, dove è rimasto fino all’11 dicembre per un camp internazionale di cooperazione; dopo l’Africa è andato in Israele, dove rimarrà fino al prossimo 12 gennaio. In queste ultime settimane è entrato in contatto con una realtà nuova, disperata e disperante sotto molti punti di vista. La guerra è alle porte, lontana solo poche centinaia di chilometri: bambini, donne, uomini muoiono per causa delle bombe e dei razzi sparati da israeliani e palestinesi, l’esercito è una presenza costante in città, le armi sono una triste normalità. Abbiamo deciso di dare spazio alla voce di questo ragazzo che è anche un politico ed un personaggio pubblico di Varese, “infiltrato” in un mondo per lui nuovo e in un momento chiave per la storia stessa di tutta l’area mediorientale e forse non solo. Il suo ritorno in Italia è prossimo, quindi le “puntate” di questa sorta di diario saranno poche, ma ci auguriamo diano un quadro comprensibile e interessante, con una chiave di lettura diversa da quella dei canali ufficiali, della vicenda israelo-palestinese. 

«Sono qui perchè mi piacerebbe un giorno essere un politico, per cui non posso non avere a cuore questo conflitto visto che una giusta ed equa risoluzione porterebbe ad un processo di pace mondiale tra il mondo arabo e il mondo occidentale – spiega a VareseNews Flavio Ibba -. Sono diventato un volontario internazionale e grazie alla mia associazione Oikos ho trovato questo campo: sono arrivato in Israele attraversando Taba, città sul mar Rosso. Dopo altri 300 km ho passato un vero e proprio muro al di là del quale sorge Betlemme. Palestina o West Bank, è qui che svolgo il mio campo di lavoro insieme ad altri 32 ragazzi provenienti da tutto il mondo: all’appello mancano solo gli israeliani.

Betlemme con i suoi muri a secco, colori e frutti, mi ricorda la Sicilia. I coordinatori del progetto sono ragazzi palestinesi alla ricerca della pace per la propria terra. Il campo di lavoro è ben organizzato, le giornate sono divise in due parti: le mattine si lavora, nel pomeriggio si partecipa a meeting e alle escursioni (Hebron, Gerusalemme, Ramallah) che mi hanno permesso di capire le ragioni e le diverse opinioni da parte della popolazione palestinese sul conflitto israeliano – palestinese. Le nostre attività all’interno del campo sono principalmente di tipo agricolo. I primi giorni ho bonificato e piantato una sessantina di oliveti su di una collina nei pressi di Betlemme e a ridosso di un ex caserma israeliana. Successivamente ci siamo occupati a realizzare degli indotti di terra per la raccolta dell’acqua piovana. Abbiamo lavorato al fine di aiutare e incentivare i poveri contadini palestinesi ad non abbandonare la propria terra e rendersi il più possibile autonomi. Giorno dopo giorno entro in contatto col mondo arabo palestinese grazie alle attività d’incontro che svolgo ogni pomeriggio presso l’Alternative Information Center. In maniera pacifica e democratica, nel pieno rispetto di ogni forma di pensiero, tutte le persone che ho avuto il piacere di conoscere mi hanno illustrato e argomentato il loro punto di vista sul conflitto che li affligge da 60 anni. Sono stupito della loro voglia e capacità di dialogo, si pensi che, pur non avendo una classe politica che li rappresenti, la popolazione palestinese, e in particolare i giovani, si è attivata per far sentire la propria voce anche se consapevole che non seguirà nessun riscontro ai vari appelli di pace.

Sono convinto che bisogna cambiare il modo di vedere e affrontare il problema del conflitto per trovare una risoluzione: "E’ un problema, non un grande problema ". Prima di venire in questa terra credevo al conflitto religioso, ai terroristi che non volevano dialogare o al muro che difendeva l’occidente. Non capisco più perché in una guerra una parte è considerata terrorista e l’altra no. Mi dissocio perché questa posizione giustifica il conflitto e rende inevitabilmente ognuno di noi supporter involontario di uno o dell’altro schieramento. Tra i momenti che non posso non ricordare per il resto della mia vita c’è la messa di Natale: ero a Betlemme, uno tra i luoghi dove la spiritualità si respira in ogni gesto. Ad interrompere l’idillio del Natale è solo la polizia armata di mitra dislocata ovunque: sulle piazze, lungo le strade, sui tetti delle abitazioni e persino all’ingresso della natività. Una grossa stella, le molte decorazioni natalizie, gli artisti di strada e quelli che si esibiscono sul palco, la ”pizzica” pugliese che richiama ad antiche danze e una moltitudine di suoni e colori animano la piazza in quellaa notte di attesa per i cristiani. Le Messe si sono celebrate in tutte le chiese ininterrottamente dal mattino del 24 fino all’alba del 25 dicembre. Sono stato invitato ad assistere alla Santa Messa celebrata a mezzanotte nell’umile grotta che 2008 anni fa diede asilo al Bambin Gesù. Mi sono raccolto in preghiera insieme a solo altre 70 persone che, come me, hanno avuto la possibilità di poter essere un pastore nella grotta nella notte delle notti. Le preghiere, i canti e la messa erano in tutte le lingue del mondo. Ognuno di noi fungeva da portavoce delle preghiere della propria terra. Vorrei poter descrivere a tutti quello che ho provato quella notte, spero di aver svolto il mio compito per tutta la comunità che rappresento, io ce l’ ho messa tutta. Credo che per il mio Natale trascorso lontano da casa e dall’affetto dei mie cari non avrebbe potuto esserci altro luogo migliore di quello in cui sono stato».

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