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Vittime di mobbing: in Bergamasca aumentano i casi

In Bergamasca negli ultimi anni si pu?? parlare di un leggero aumento di ricorsi al Tribunale per mobbing, dato che la media si ?? attestata a 10-15 all???anno, rispetto ai 5-6 casi degli anni passati. I ricorsi presentati non devono far pensare che il fenomeno sia poco diffuso, anzi in Italia sono circa 1,5 milioni i lavoratori mobbizzati.

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Qualcuno lo chiama bullismo in azienda, ma altro non è che mobbing, e se in Bergamasca i primi ricorsi (tre) sono stati presentati nel 2000, negli ultimi anni si può parlare di un leggero aumento, dato che la media è salita a 10-15 all’anno. Una crescita graduale, con i 4 ricorsi approdati al Tribunale di Bergamo nel 2001, mentre dal 2003 la media si è attestata sui 5-6 all’anno, la maggior parte conclusasi con un esito positivo. I ricorsi presentati non devono far pensare che il fenomeno sia poco diffuso, anzi: in Europa i lavoratori vittime di mobbing toccano quota 12 milioni, stando ai dati della Fondazione di Dublino (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), mentre in Italia sono circa 1,5 milioni secondo l’Ispel, l’Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro. Facile dirlo, ma difficile provarlo, visto che nel nostro Paese manca una legislazione specifica se non un’intesa sulla definizione di mobbing. Anche se la giurisprudenza tende a classificare come mobbing la vessazione psicologica o fisica attuata in modo sistematico e ripetuta per un consistente periodo temporale da parte del datore di lavoro o dei suoi collaboratori nei confronti di un dipendente. Ma chi sono le vittime di mobbing? “Il mobbing colpisce trasversalmente operai, impiegati, ma anche dirigenti, con un’età che varia dai 30 anni ai 50”, spiega Walter Domenighini, cancelliere al settore Lavoro del Tribunale di Bergamo. Precisando che il mobbing non è “praticato” solo dal datore di lavoro, ma anche dai colleghi, che con una sorta di azione congiunta puntano a isolare il mobbizzato, con l’obiettivo di indurlo a dare le dimissioni perché il dipendente non è licenziabile. E per emarginare un lavoratore non ci sono limiti alla fantasia: “Le azioni più frequenti vanno dai richiami senza motivo alle offese e alla derisione – continua Domenighini – fino a privare dei mezzi necessari per svolgere il proprio lavoro la persona in questione (come il telefono o anche il computer, ndr), o ancora aumentare i controlli medici quando il mobbizzato è in malattia”. E la cosa più difficile è provarlo e trovare qualche collega disposto a testimoniare se si vuole far approdare il caso in un’aula di Tribunale. Nel caso comunque che il mobbing venga riconosciuto si può essere risarciti per danno biologico, morale, esistenziale e patrimoniale. La Corte di cassazione ha elencato le tredici forme più diffuse di mobbing, che sono: pressioni o molestie psicologiche, calunnie sistematiche, maltrattamenti verbali e offese personali, minacce o atteggiamenti mirati a intimorire ingiustamente o avvilire anche in forma velata e indiretta, delegittimazione dell’immagine, esclusione o immotivata marginalizzazione dall’attività lavorativa. E ancora: attribuzione di compiti dequalificanti in relazione al profilo professionale, impedimento sistematico e immotivato all’accesso a notizie e informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro, esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo nei confronti del lavoratore, atti vessatori correlati alla sfera privata del lavoratore, e attribuzione di compiti esorbitanti o eccessivi. 
A sostegno dei mobbizzati, nel 1996 è nata Prima – Associazione italiana contro mobbing e stress psicosociale, un’organizzazione no profit che offre assistenza a chi ne è stato vittima. 

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Commenti

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  1. Scritto da corti-novis

    Anche in un caso di mobbing è denunciato da un lavoratore del Comune Di Bergamo

  2. Scritto da mario59

    Ci saranno pure dei casi che il dipendente ha provocato l’ira del datore di lavoro, o dei suoi collaboratori…ma nemmeno in queste circostanze il mobbing può avere una giustificazione.. richiamare un dipendente che non svolge il suo lavoro, o lo fa male.. è diritto e dovere dell’azienda.. farlo in maniera di rendere il soggetto lo zimbello di tutta l’azienda, è cosa indegna.
    Per fortuna non ho mai subito certi trattamenti..immagino sia un incubo recarsi al lavoro in quelle condizioni.