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Tullio Solenghi, monologo “radiofonico”

Racconta Tullio Solenghi, protagonista, sabato 20 dicembre alle 20.45 al Teatro San Filippo Neri di Nembro, de ???L???Ultima Radio" di Sabina Negri per la regia di Marcello Cotugno: ???La parola radio per quelli della mia generazione ha un potere evocativo particolare".

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Tullio Solenghi è il protagonista, sabato 20 dicembre alle 20.45 al Teatro San Filippo Neri di Nembro, de “L’Ultima Radio" di Sabina Negri per la regia di Marcello Cotugno.
La parola all’attore, a Tullio Solenghi.”La parola radio per quelli della mia generazione ha un potere evocativo particolare, in quei lontani anni ‘50 infatti il totem attorno al quale la sera si riunivano le famiglie era costituito da quello strano aggeggio, l’imponente mobile-radio, infarcito di valvole con due manopole madreperla sul frontale, che avevano il magico potere di proiettarti in uno sconfinato mondo di voci e di suoni. Sempre alla radio devo poi il mio debutto in arte, a 17 anni, come annunciatore sostituto al gazzettino della Liguria. E ancora la radio è stata alla base della mia avventura col trio quando varammo nel 1982 Helzapoppin Radio Due, preziosa palestra di tutte le nostre future creazioni. La Radio come accade per il protagonista di L’ultima radio, pur se in maniera differente, ha caratterizzato quindi i momenti più significativi della mia esistenza. Il conduttore-factotum ripercorre l’avventura di questa sua emittente, ed essa coincide con un ben più profondo bilancio della sua vita, che passa attraverso quei miei stessi anni, anni densi di speranze deluse, di scelte essenziali, di esperienze che hanno lasciato un solco incancellabile nelle rughe del tempo. Ci ho messo dentro molto di me, virando un po’ più verso l’ironia, che è alla base della mia ricetta di sopravvivenza. Devo confessare che generalmente non sono attratto dal monologo, ma qui a convincermi è stato il contesto del tutto diverso: il solista in questione è solo il tramite di una infinita catena di contatti, rapporti, evocazioni; egli rappresenta la preziosa sinapsi tra gli infiniti microcosmi di umanità che affollano l’esistenza di ognuno di noi”.
Spiega invece il regista Marcello Cotugno: “Il nostro protagonista si muove all’incirca verso la fine degli anni ‘80 e nel suo percorso fallisce il suo intento espressivo e artistico. La sua radio deve chiudere per mancanza di fondi e di ascoltatori. Nell’epoca dove regna lo share e l’auditel (genialmente sbeffeggiato dall’ultimo hit di Caparezza) il nostro omino non riesce a stare al passo, nonostante il suo programma sia bello, interessante e onesto. Certo non ha la polemica indole del Bogosian di Talk Radio o l’impegno politico di Peppino Impastato, ma il suo è un programma. Allora come mai chiude? Il nostro intento è proprio questo, di elevare la vicenda del nostro protagonista al di là di una fenomenologia minimalista di fatterello, renderla metateatrale, l’uomo è il protagonista della sua vita, del suo microcosmo, rappresenta il mondo di chi non ce la fa perché è troppo dura e se non ti sporchi le mani resti indietro. La telefonata che aspetta e che non arriva non è molto diversa da quella che aspetta la donna della Voix Humaine di Cocteau, rappresenta l’urlo disperato di tanta gente che vive una vita di speranza che non riesce a trovare il canale giusto per emergere anche un po’ dalla solitudine dalla desolazione e dalla globalizzazione imposta dal mondo occidentale. E come può dunque un piccola radio completamente auto gestita in più da una sola persona andare avanti?”.

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