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“Rischiamo di essere il fanalino di coda dell’Europa”

E' originario di Seriate e torna spesso in Bergamasca. Marco Pontoglio, ricercatore bergamasco, a trent'anni se n'?? andato dall'Italia ed ?? approdato in Francia. Oggi lavora per il prestigioso istituto Pasteur di Parigi e con un gruppo di studiosi si occupa della policistosi renale.

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E’ originario di Seriate e torna spesso a "casa". Marco Pontoglio, ricercatore bergamasco, a trent’anni se n’è andato dall’Italia ed è approdato in Francia. Oggi lavora per il prestigioso istituto Pasteur di Parigi e con un gruppo di studiosi si occupa della policistosi renale. Non è tenero con l’"efficienza" del sistema Italia, che rende difficile la ricerca e spesso costringe molti cervelli a emigrare all’estero.
Professore, quando se n’è andato dall’Italia?
Sono arrivato in Francia nel Gennaio 1991.
E perché?
Nella carriera di un ricercatore è perfettamente normale fare un’esperienza all’estero. In Francia per esempio, i ricercatori che hanno una posizione permanente come me al Centre national de la recherche scientifique (Cnrs) hanno praticamente tutti fatto un’esperienza di 3-4 anni in un laboratorio all’estero. Molti hanno lavorato negli Usa, in Inghilterra o in Germania, paesi che investono molto nella ricerca. Un candidato che aspira ad avere una posizione permanente qui in Francia (ma anche in tutti i Paesi con una ricerca forte e competitiva) non ha alcuna possibilità di vincere un concorso pubblico per ricercatori se non ha fatto questo tirocinio dopo la speciaizzazione. Di fatto il tirocinio, in sè non è sufficiente se non è suffragato da una produzione scientifica di buon livello. E’ infatti necessario avere ottenuto la pubblicazione dei risultati conseguiti durante questo periodo su riviste scientifiche di ottimo livello come “Nature”. In pratica, questo tirocinio garantisce che il ricercatore è capace di essere produttivo anche in un contesto diverso da quello dove ha terminato gli studi (la scuola d’origine).
Perché non è tornato in Italia?
Non sono tornato perché mi hanno offerto di rimanere in Francia con una posizione permanente in una struttura che mi permette di lavorare con dei mezzi finanziari e logistici di ottima qualità. D’altra parte, sapevo che in Italia era (ed è tuttora, purtroppo) molto difficile avere le stesse condizioni di lavoro.
Ma avrebbe voluto tornare?
Se avessi ricevuto una proposta compatibile a quella avuta in Francia sì, sarei tornato.
L’Italia investe poco nella ricerca rispetto a buona parte dell’Europa e agli Stati Uniti. Questo spinge gli studiosi a emigrare?
Credo che dalle ultime statistiche emerga il fatto che l’Italia spende meno di un terzo di quanto la Francia spende in ricerca. L’innovazione tecnologica è fondamentale per lo sviluppo e la competitività di un Paese. Non c’è innovazione tecnologica se non c’è ricerca. Soprattutto, non ci può essere una vera innovazione tecnologica se non c’è una ricerca fondamentale.
Mi spiega con un esempio?

E’ perfettamente evidente che non si è inventata l’illuminazione elettrica cercando di migliorare il funzionamento delle candele di cera. L’innovazione tecnologica procede per balzi improvvisi che sono possibili se si investe nella ricerca fondamentale. Nel mio campo specifico, la biologia molecolare, è molto difficile prevedere quale settore o quale campo d’indagine può dare delle applicazioni pratiche o tecnologiche. Semplicemente studiando il colore delle petunie si possono fare delle scoperte che hanno ripercussioni talmente importanti che possono portare al premio Nobel come in effetti è avvenuto recentemente.
A suo parere in Italia esiste un problema etico, di mancanza di trasparenza e di meritocrazia nella scelta di chi può far carriera in università o laddove si fa ricerca?
Credo che la meritocrazia sia indispensabile se si vuole mantenere un sistema in forma ed efficiente. In Italia, ci sono molti gruppi di ricerca che hanno una produzione scientifica eccellente. Queste considerazioni sono ancora più rilevanti, se si tiene conto delle condizioni nelle quali questi ricercatori sono spesso costretti a lavorare. Bisogna incoraggiare e dare supporto a questi ricercatori che svolgono degli studi di grande rilievo nell’ambito della ricerca internazionale.
Penalizzare la ricerca comporta molto più della fuga di cervelli. Come incide sull’economia e sulla società in genere? Cioè, cosa sta pagando il sistema Italia?
Credo che lo scarso finanziamento della ricerca in Italia comporterà un ritardo dello sviluppo del nostro paese che ci costringerà a essere il fanalino di coda nell’ambito europeo e internazionale. La visione a corto raggio dei nostri dirigenti politici, e di noi tutti, Italiani che li abbiamo votati, costerà molto cara al futuro dell’Italia. Nel mondo ho incontrato tantissimi ricercatori Italiani di grande rilievo che sono costretti o che scelgono di lavorare all’estero per Università o Istituti di ricerca americani o europei. Le faccio io adesso qualche domanda: quanto ci è  costato far studiare queste persone nella nostra scuola pubblica? Chi trae profitto dal loro operato (in termini di brevetti e licenze) ora che sono degli scienziati di successo?
Non certo l’Italia. Tra l’altro la novità dell’ultim’ora è una riforma della scuola che comporterà ulteriori tagli: come la giudica?
Credo che la scuola svolga nella società un ruolo estremamente fondamentale. Di fatto, questo ruolo viene immancabilmente svilito in Italia. Credo che noi italiani non ci rendiamo conto dell’importanza svolta dalla scuola nella preparazione dei giovani e dei cittadini di domani. Essere insegnanti dovrebbe dare grande prestigio. Questa funzione dovrebbe essere altamente remunerata per attirare i migliori talenti in un ruolo fondamentale per la società. Ho l’impressione che l’Italia stia attuando delle riforme che vanno nel senso opposto.

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