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Non sono un cervello in fuga, ma qui non sarei stato libero

E' un bergamasco di citt?? che all'estero ha avuto successo, o meglio che all'estero, in America, ?? riuscito a seguire le proprie ambizioni e creare qualcosa di innovativo. E' Giulio Maria Pasinetti che 25 anni fa decise di specializzarsi oltreoceano. Oggi dirige il centro di ricerche sulle malattie neurologiche al Mount Sinai Hospital di New York: si occupa soprattutto alzheimer

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Bergamasco di città, all’estero ha avuto successo, o meglio all’estero, in America, è riuscito a seguire le proprie ambizioni e creare qualcosa di innovativo. Giulio Maria Pasinetti (nella foto di ScienCentral News) venticinque anni fa decise, proprio per la sua sete di conoscenza e la sua curiosità, di specializzarsi oltreoceano e da qui non è più tornato (salvo per convegni o visite ai parenti). Oggi dirige il centro di ricerche sulle malattie neurologiche al Mount Sinai Hospital di New York e un programma di ricerche di base e biomediche al Bronx Veterans Medical Center. Si occupa soprattutto alzheimer e fa capo a lui una importante scoperta in fase di sperimentazione sull’uomo: l’uso dei polifenoli, contenuti negli acini di uva rossa, per prevenire le patologie che portano all’alzheimer.
Professore, il tema della ricerca oggi in Italia è al centro dell’attenzione, o meglio si parla molto di ulteriori tagli a questo comparto. Un ulteriore ridimensionamento che potrebbe acuire, si dice e si pensa, la fuga dei cervelli che pure non mancano. Lei cosa ne pensa?
Il termine fuga di cervelli è un luogo comune che non vuol più dire niente. Quando me ne sono andato da Bergamo e dall’Italia erano davvero altri tempi, non  paragonabili a quelli attuali.
Che differenze c’erano?
In termini di comunicazione è tutto cambiato. Venticinque anni fa non c’era neanche il fax per dirne una. Se volevi sapere qualcosa di più non avevi il computer e internet, dovevi muoverti tu per raggiungere i luoghi in cui c’era la conoscenza o comunque un sapere diverso dal tuo.
Era necessario andar per forza negli Stati Uniti?
In Europa c’era qualche grande scuola, penso al Pasteur di Parigi o alle realtà inglesi. Poi basta. In Italia l’interesse per le scienze era basso e polarizzato da pochi gruppi.
Concretamente questo cosa comportava?
Comportava che, o si entrava nel giro dei cosiddetti baroni oppure non c’erano possibilità di sviluppare determinate conoscenze.
Quindi lei ha scelto di non entarre in alcun giro e di emigrare.
Sì, sono andato a specializzarmi in materie legate alle neuroscienze e alla farmacologia da invecchiamento e quindi ho accettato dis eguire un programma in California. Da lì è partita la mia carriera professionale.
Non voleva tornare?
A dire il vero no. Ma se avessi voluto avrei dovuto fare come tanti altri: accettare di entrare in un gruppo di potenti, accettare le regole dei pochi che contavano, diventare di loro proprietà. Illogico se si pensa che il lavoro intellettuale è di per sé libero, anche se deve essere legato alla realtà.
Oggi trova che sia cambiata la situazione in Italia?
Oggi vedo che in Italia, ma anche e soprattutto in Europa, ci sono studi e ricerche positive, c’è del buono, anzi del meraviglioso insieme a cose mediocri, ma questo succede anche in America. Il mondo dello studio e della ricerca è cambiato proprio grazie alla possibile, facile e veloce divulgazione delle conoscenze. Però…
Però?
Però è vero che l’Italia non investe in ricerca, o meglio investe molto molto meno del resto d’Europa o degli Stati Uniti. E questo non è tanto un problema per la ricerca in sé o per i singoli ricercatori quanto per l’intero sistema anche economico del Paese. Ma è anche un  problema antico: da un ventennio ormai  l’Italia ha abdicato alla costruzione di infrastrutture per fare ricerca, infrastrutture costose che offrirebbero l’opportunità a chi sta qui di sviluppare le proprie idee, con un vantaggio per tutti.
Lei parla di danni per tutti e per il sistema economico in particolare, cosa vuol dire?
Voglio dire che lo sviluppo di idee, di progetti, di innovazioni comporta automaticamente lo sviluppo di metodi e anche di materie, di prodotti. Pensiamo alla grande crisi del momento negli Usa e poi come ricaduta sull’Europa e sul resto del mondo: la soluzione, una delle soluzioni è l’aumento della spesa per l’innovazione e infatti si è deciso di incrementare la percentuale del Pil investita in ricerca. La scelta opposta rispetto all’Italia.
I tagli alla ricerca dunque hanno un doppio effetto negativo: non danneggiano soltanto le potenzialità dei capaci, dei bravi, ma ma per di più limitano le potenzialità di sviluppo economico.
Ma il problema in Italia non  sono solo i tagli. A peggiorare il tutto c’è una questione di etica.
Etica?
Ma certo, continua a imperversare la cultura del "tagliare gli angoli" e trovare il modo di riuscire non tramite la competizione, ma tramite le conoscenze. Dunque: soldi pochi, per di più distribuiti senza rigore, snobbando la meritocrazie. E’ questo il nodo più difficile da sciogliere.

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