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Sono 39.000 i sieropositivi in Lombardia

I dati sono stati presentati dall'assessore Bresciani e rappresentano i primi significativi elementi dell'indagine epidemiologica condotta dalla Regione

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In Lombardia ci sono circa 39.000 persone che hanno contratto il virus HIV; 25.000 sono quelle alle quali viene somministrata una terapia antivirale e 14.000 invece quelle che effettuano controlli periodici, comprensivi anche di ricoveri, senza essere però ancora inseriti in programmiterapeutici.

Il 70% di essi sono maschi, la maggioranza dei quali ha un’età compresa tra i 30 e i 50 anni. La percentuale di soggetti di sesso maschile è assai simile a quella degli anni ’90, quando però l’età era prevalentemente giovane-adulta e il fattore di rischio la tossicodipendenza.

Per capire allora come realmente sta evolvendo il fenomeno della
sieropositività in Lombardia e di conseguenza adottare le
iniziative più adatte a contrastare un fenomeno in continua
evoluzione, la Regione Lombardia sta realizzando delle innovative indagini epidemiologiche, illustrate questa mattina in conferenza stampa e che verranno approfondite anche nel corso del workshop "Infezione da HIV: una sfida  sempre attuale", in programma nella mattinata di venerdì 5 dicembre all’Auditorium Gaber del Palazzo della Regione.  
«A differenza di quanto avviene a livello nazionale – ha affermato l’assessore alla Sanità, Luciano Bresciani – dove il numero complessivo dei soggetti con sieropositività è solamente stimato (130.000 circa), in Lombardia siamo in grado di conoscere con buona approssimazione il numero reale delle persone con infezione. Questo grazie al nostro sistema, unico in Italia, che mette insieme tutti i flussi informativi, da quello della specialistica ambulatoriale a quello della farmaceutica ospedaliera: il tutto nell’assoluto rispetto della privacy, così che in nessun modo è possibile risalire ai dati anagrafici delle persone coinvolte. Abbiamo così a disposizione – ha aggiunto Bresciani – non ipotesi o semplici stime, ma un  quadro che si avvicina sempre di più a quello reale, che ci permette di capire le tendenze del fenomeno e di conseguenza avere gli elementi per agire nel modo migliore per risolvere i nodi critici».  

Dall’analisi emerge anche che in Lombardia si fanno 500.000 test
di screening all’anno. Tra il 2004 e il 2007 sono state 1.200.000 le persone, tra i 15 e i 49 anni, che hanno fatto il test, quasi il 25% della popolazione lombarda in tali fasce di età. Nell’età compresa tra i 15 e i 35 anni la maggioranza erano donne, mentre sopra i 35 erano uomini.  
Sono risultati positivi al test invece 5 uomini e 2 donne su
1.000 persone che lo hanno fatto.

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale le  zone più
colpite sono quelle dell’ASL di Milano Città (circa 7.300 casi),
dell’ASL di Brescia (circa 5.500 casi) e dell’ASL di Bergamo
(circa 5.000 casi), con un tasso medio di circa il 4 per mille
della popolazione; la prevalenza si abbassa a circa il 2 per
mille nelle altre province.  
Non si tratta quindi di fare più test, ma piuttosto di farli più mirati nei confronti di coloro che hanno comportamenti a rischio, quali quelli indicati dalla Conferenza mondiale sull’AIDS che si è tenuta recentemente a Città del Messico: i "lavoratori del sesso", gli omosessuali maschi con rapporti non protetti, i tossicodipendenti.

Per capire ancora meglio l’evoluzione dei comportamenti e delle
abitudini che portano al contagio, la Regione Lombardia ha
avviato e finanziato con 140.000 euro il progetto di ricerca
NuDiH – Nuove Diagnosi HIV, con la supervisione dell’Istituto
Superiore di Sanità e dell’Università di Brescia, che prevede la
somministrazione di un questionario anonimo di 80 domande a
tutti i soggetti ai quali nel 2009 sarà stata diagnosticata
l’infezione.
I risultati aiuteranno a capire come indirizzare sia le
iniziative di prevenzione che i messaggi verso le persone più a
rischio per le quali è più importante sottoporsi a periodici controlli di screening, così da individuare precocemente l’infezione e poter intraprendere la terapia specifica.
«La ricerca farmacologica – afferma l’assessore Bresciani – ha
dato la possibilità a migliaia di persone di convivere per lunghi periodi con l’AIDS e l’infezione HIV e ciò ha contribuito ad abbassare l’attenzione della pubblica opinione, nonostante
che come Regione Lombardia non abbiamo ridotto l’attenzione, in
particolare garantendo un trattamento a tutte le persone coinvolte e sulle iniziative di prevenzione. Nella situazione che si sta determinando, è tuttavia necessario che i messaggi per essere efficaci vengano rimodulati, anche attraverso l’individuazione di nuovi canali di comunicazione e portino non solo a conoscere il rischio ma anche ad adottare misure e comportamenti in grado di tutelare ciascuna persona"

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