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L’Atalanta come dr. Jekyll e mr. Hide: fuori casa perde i superpoteri

Rendimento a due facce dei nerazzurri: a Bergamo ha ottenuto 13 punti come la Juve, lontano dalle Mura ha raggranellato la miseria di 4 punticini conquistati contro ultima e penultima. In casa la difesa è una corazzata, ma quando naviga in acque nemiche fa acqua: 11 reti subite. E l'attacco segna pochisimo: solo 5 le reti fatte.

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Può una squadra tenere un ruolino di marcia da Champions in casa e da retrocessione lontano dalle mura amiche? Sì, se si chiama Atalanta. In preda a una sorta di schizofrenia agonistica, l’undici nerazzurro quando esce da Bergamo smarrisce la retta via e si fa mettere sotto da chiunque. E come d’incanto, il bel gioco predicato da mister Gigi Del Neri svanisce come neve al sole quando i giocatori scendono dal pullman.
Per descrivere il paradosso dei nerazzurri, è sufficiente sciorinare le nude cifre: sui diciassette punti conquistati, che equivalgono comunque a una non disonorevole posizione a metà classifica, quelli che non parlano bergamasco sono solo quattro. Frutto dell’unica vittoria in trasferta, quella alla seconda giornata a Bologna, e dell’1-1 strappato dall’ex Del Neri sul campo del Chievo. Cioè contro penultima e ultima in classifica.
E dire che proprio al “Dall’Ara” l’Atalanta pareva avere brillantemente passato l’esame di maturità, imponendosi con un gioco arioso e grazie a un guizzo di Guarente, uno dei maestri del possesso palla (non a caso recordman dei suoi nei passaggi, 519) del tecnico di Aquileia.
Quel giorno piovono elogi, Bergamo si ritrova in testa. A riportare la truppa con i piedi per terra, però, ci pensa la partita di Catania nel turno successivo: il golletto dell’avvelenato ex Paolucci, meteora a Zingonia per pochi mesi, basta e avanza come lezione per l’avvenire.
Ma i guai sono appena cominciati. La conferma del “mal di trasferta” arriva dalla scampagnata romana di inizio autunno: ko all’Olimpico con la Roma il giorno di festa, stessa scoppola (2-0) dalla Lazio in Coppa Italia il mercoledì successivo. In casa, invece, tutto a gonfie vele o quasi: vittorie convincenti, come quella in rimonta contro la Samp di Cassano e – non ultima – quella di pura rabbia contro il Napoli di domenica scorsa, o spettacoli da stropicciarsi gli occhi come nello sfortunato ko con il Milan. Ben 13 punti nell’impianto amico, come per la Juve di Ranieri, terza forza del campionato: rossoneri a parte, solo il Lecce ha portato via punti, con un pari a reti bianche.
Perché, dunque, questi cali di rendimento ogni volta che si lascia la Città dei Mille? Attacco improvvisamente spuntato e difesa con i superpoteri scarichi, verrebbe da dire: i 9 gol segnati a Bergamo negli assalti ai fortini altrui diventano solo 5, mentre la terza linea da corazzata quasi imperforabile (4 reti al passivo) diviene una bagnarola piena di falle (11 subite) quando naviga in acque nemiche. Mancanza di stimoli senza il calore della Curva Nord? Può darsi. Ma ci sono motivazioni tecniche ben più convincenti: contro Roma e Fiorentina, per dire, sono risultati fatali i gol presi in avvio. E lo stesso scenario s’è ripetuto ieri con la non irresistibile Reggina, che ha finito per dilagare. I dati dicono che entro 36 minuti, fuori casa, l’Atalanta va sotto. E non riesce a segnare prima del quarto d’ora della ripresa. Se i padroni di casa li infilano a tradimento, per i nerazzurri è notte fonda. Difficile, poi, “fare la partita” come chiede l’allenatore. Il deprecato gioco all’italiana, ovvero catenaccio e contropiede, qualche punto in più forse lo porterebbe. Dopo tutto, anche la Grande Inter di Herrera vinceva così.

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