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La Filca Consegna la nuova scuola a Srebrenica

“Iniziare un percorso di coscienza e di denuncia sulla guerra significa soprattutto occuparsi del futuro delle persone e quindi della scuola e dei servizi, e noi come uno dei sindacati degli edili abbiamo voluto dare il nostro contributo”, così Gabriele Mazzoleni, segretario generale della Filca di Bergamo durante la cerimonia di inaugurazione.

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Ecco la seconda parte del reportage di Adlessandro De Lisi sul viaggio in Bosnia della Filca Cisl

Tuzla – Srebrenica, Bosnia Herzegovina – Tuzla è famosa da questa parte dell’Adriatico per essere una città ricca di giacimenti di salgemma, ma colpisce il viaggiatore per il suo acre odore di carbone usato per il riscaldamento dei condomini e delle fabbriche. Il cielo è spesso grigio, basso all’altezza delle scarpe, capace tuttavia di un azzurro improvviso e profondo.
Tuzla fu una città fortunata nell’inferno della guerra, bombardata ogni santo giorno per oltre due anni, spesso senza energia, ma salva dai cecchini e dalle scorribande della soldataglia assatanata e soprattutto non colpita dalla diaspora etnica come capitò invece a Sarajevo, Mostar o Srebrenica.
Fortunata fino alla sera del 25 maggio del 1995. Era una sera calda di primavera, relativamente placida dopo una giornata senza bombe o mortai, fino a che, un’unica granata sparata dai serbi, dopo un’incredibile traiettoria, è esplosa nella centralissima piazza Kapija. Settantadue morti dell’età media di ventuno anni e 184 feriti. Le salme furono sepolte di notte, per evitare il ripetersi della tragedia a causa di un nuovo attacco, e giacciono le une accanto alle altre, tutte insieme a prescindere le appartenenze religiose.
A poco più di un’ora di volo da Roma. Anche con una storia così riprende il viaggio verso Srebrenica, la Bosnia ultima, la tessera più in ombra del mosaico della guerra. Prima però Gabriele Mazzoleni, Fulvio Gervasoni, Francesco Pantone e Mirko Capelli con Alem Gracic della Filca Cisl di Bergamo, Milano e Matera incontrano Elmir Mujkanovic, preside dell’istituto tecnico di Tuzla. Elmir è anche il presidente dell’associazione Bridge, che attraverso il dialogo permanente tra le culture vuole costruire un ponte reale e praticabile a favore della pace.
Dagli studenti è rimasta la richiesta di uno stage nelle imprese italiane, guidate dalle professionalità del sindacato, così da far crescere una nuova consapevolezza del “mestiere” e dei diritti a tutela dei lavoratori. Questa proposta, accolta con entusiasmo dai sindacalisti italiani sembra essere, vista tra questi condomini in stile sovietico finto egualitario, una speranza a favore di una scuola di costruzioni, capace di coniugare la cultura dell’edilizia con la cultura della bellezza e dell’esperienza del Belpaese. In attesa che ciò si possa realizzare, Srebrenica chiama.
Il viaggio, oltre tre ore di strada statale, che attraversa piccoli villaggi ancora segnati dai colpi, offre la possibilità di incontrare uomini e donne particolarmente ospitali, degni e generosi. Nel buio pesto, tra boschi e ripide colline, Srebrenica appare come una città di morti. Il nome richiama alla memoria la strage della metà di luglio del 1995, quando i carri armati, seguiti dalle truppe dell’esercito serbo entrarono nel centro abitato, dopo oltre due anni di bombardamenti. Diecimila morti, tutti uomini, bambini, giovani e anziani – mentre le donne furono violentate in massa – come se fossero la tragica beffa a seguito di una decisione politica, la resolution 819 delle Nazioni Unite che dichiarava Srebrenica enclave musulmana protetta.

La Filca Cisl nazionale assieme a quella di Bergamo, Milano e Brescia ha ricostruito la scuola della città bosniaca, assicurando così un bel posto per i giovani studenti di ambedue le etnie. Proprio partendo dalla scuola, al mattino seguente, è possibile capire quanto Srebrenica sia invece la città della dignità e della vita. I segretari generali della Filca Cisl di Bergamo, Milano e Brescia, insieme al sindaco di Srebrenica Abduraham Malkic, hanno inaugurato la consegna dei lavori ultimati alla scuola, ed hanno potuto incontrare anche altre realtà della città bosniaca, come l’associazione Leptir (farfalla nella lingua slava) che si occupa dei bambini diversabili e orfani o con grave difficoltà famigliari, oppure Srebrenica 99, sempre a favore dell’infanzia e anche delle donne vedove di guerra.
“Iniziare un percorso di coscienza e di denuncia sulla guerra significa soprattutto occuparsi del futuro delle persone e quindi della scuola e dei servizi, e noi come uno dei sindacati degli edili abbiamo voluto dare il nostro contributo”, così Gabriele Mazzoleni, segretario generale della Filca di Bergamo durante la cerimonia di inaugurazione della scuola. Antonio Lazzaroni, segretario generale della Filca di Brescia specifica: “Aiutare a formare la coscienza dei nuovi cittadini, grazie alla scuola, serve a evitare ulteriori divari tra le realtà professionali e aziendali italiane con le esigenze e i diritti di tutti i lavoratori che decidono di venire nel nostro paese”, mentre Francesco Bianchi a capo della Filca di Milano richiama il ruolo del sindacato “a favore di una sempre attenta promozione della legalità e della sicurezza nei luoghi di lavoro, nei cantieri e nelle scuole”.
Finito il momento istituzionale, delle foto e delle discussioni a favore di nuovi progetti che vedrà la Filca ancora protagonista nell’area balcanica e in altre regioni d’Europa particolarmente fragili, torna invadente il panorama di Srebrenica, con le case ancora segnate dai colpi di mortaio e di mitragliatrice. In questo panorama resta la soddisfazione di Fulvio Gervasoni, responsabile della formazione della Filca lombarda che riflette sul nuovo significato del sindacato in una società segnata dalla crisi finanziaria: “adesso dobbiamo pensare, grazie ai nostri valori, ad una comunità di lavoratori capace di costruire una nuova società solidale, soprattutto con la crisi del sistema liberista e soprattutto grazie ad esperienze come questa di Srebrenica”.
Resta anche il sorriso di Ismeta: aveva cinque anni al tempo del genocidio, mentre oggi studia legge all’università di Sarajevo, nella sede distaccata nella sua Srebrenica. Ismeta vuole essere una brava musulmana, ma soprattutto una cittadina consapevole e capace di rendere ancora bella, felice e fertile la Bosnia di domani. Ismeta è stata la nostra guida a Srebrenica, e ha scelto di portare il velo, il maharama, come muto e permanente segnale di libertà.
 
Alessandro De Lisi

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Commenti

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  1. Scritto da forza nord

    In un periodo nero per i sindacati, quella della Filca Cisl di Bergamo, Milano e Brescia è un’iniziativa lodevole, umana, pragmatica e felice. Alessandro De Lisi scrive in modo amabile. E’ raro oramai riuscire ad essere trasportati dalle parole di un giornalista. Spero che la redazione riesca a trasmettere i miei complimenti. De Lisi è una grande penna! Spero di leggere nuovamente un suo articolo.

  2. Scritto da kapì

    Il reportage è interessante. La Bosnia sembra così lontana da noi poi a ben riflettere appare molto vicina. I fatti in causa risalgono al 1995. Anch’io studio legge all’università e l’immagine della ragazza alla fine mi ha fatto molto pensare.