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Crisi, anche Bergamo soffre Radici: ?? finita un’epoca, si deve ripartire da zero

Le difficolt?? della valle Seriana, e in generale dell'industria bergamasca, vengono da lontano secondo l'imprenditore leader dell'omonimo gruppo. "Dobbiamo ripensare daccapo le nostre aziende e ridimensionarci. Nuovi sbocchi solo nel turismo, nel terziario e nei servizi". La congiuntura negativa non durer?? meno di un anno e mezzo.

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E’ l’imprenditore più conosciuto di quella Valle Seriana che, piegata dalla crisi, questa settimana si mobilita con iniziative che culmineranno nello sciopero di giovedì. Miro Radici qui è nato e cresciuto, qui ha mantenuto le basi di un gruppo che è diventato multinazionale. Da protagonista, prima ancora che da testimone, traccia per Bergamonews un quadro della situazione. E lo fa con un’analisi senza sconti, che mette in discussione vecchie certezze. Che parte da un assunto non facile da digerire: bisogna ripartire da zero.
Non passa giorno senza che i giornali diano conto di una crisi aziendale. Cento dipendenti in mobilità di qui, altri 150 in cassa integrazione di là. Sembra una Via Crucis. Cosa sta succedendo?
Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha detto che non bisogna parlare di fase di recessione ma di "rottura". Forse non è vero per tutti i settori, ma se ha ragione lui questo significa che dobbiamo ripensare completamente le nostre aziende. Bisogna ripartire da zero. Per il tessile, e quindi il meccanotessile che vi è legato, siamo probabilmente alla fine di una esperienza.
Vuol dire che il destino è segnato?
Sì, lo ripeto: dobbiamo ripartire daccapo. Io lo sostenevo da anni che certi tipi di produzione non avrebbero avuto futuro. Solo la cocciutaggine degli imprenditori della nostra terra ha consentito di tirare avanti. Ma oggi siamo arrivati al capolinea. Le vie d’uscita possono essere due: o puntare su marchi eccellenza (come hanno fatto Zegna e Loro Piana) o strutturare una filiera produttiva che arrivi fino alla vendita. Un tempo il valore aggiunto era dato dalle materie prime, oggi conta la vendita, il marketing, il servizio al cliente. Comunque, non è soltanto il tessile a soffrire. Da quest’estate la crisi è generalizzata.
Abbiamo già toccato il fondo o ci attendono mesi ancor più duri?
Da settembre si registra un blocco pressochè totale degli ordini. Fino all’estate c’erano settori che andavano bene, altri che galleggiavano e altri ancora in difficoltà. Poi, all’improvviso, complice l’esplosione della crisi finanziaria, si è fermato tutto. Ed ora a soffrire è l’economia reale. E’ un momento difficile, non c’è dubbio. Dire quanto durerà è complicato. Certo, non basterà qualche mese…
Di fronte ad una situazione del genere un imprenditore si chiederà anche dove può aver sbagliato. 
L’imprenditore questa domanda se la pone tutti i giorni, anche quando le cose vanno bene. Altrimenti farebbe bene a cambiare mestiere. 
Ma era così imprevedibile questa crisi?
I giornali internazionali, per la verità, ne hanno parlato con largo anticipo. Quelli italiani, tutti presi a raccontare i litigi tra Veltroni e Di pietro, non se ne sono accorti. Sia chiaro, però, che la portata di questa crisi non era assolutamente né prevista né prevedibile. Prendo l’esempio delle nostre aziende. Noi abbiamo clienti in diverse area del mondo. Bene, neanche si fossero messi d’accordo, all’improvviso tutti insieme hanno bloccato gli ordini. Evidentemente, perchè a monte anche a loro era successo qualcosa. Questo dà l’idea dell’enormità del problema. E sfido chiunque a dire che lo aveva previsto. 
Assistiamo ad un crollo totale dei consumi?
Penso proprio di sì. Noi abbiamo 400 negozi di abbigliamento sparsi tra la Germani e i paesi dell’Est. Da settembre pare che la gente faccia più fatica ad entrare.
Soffre, quindi, anche chi ha puntato sulla diversificazione e sulla globalizzazione?
Ci sono stati dei vantaggi in passato, ma quando la crisi è mondiale non ce n’è per nessuno. E’ cambiato tutto. Una volta se si verificava una crisi in Europa potevi pensare di recuperare margini in Cina. O viceversa. Oggi siamo tutti, o quasi, in ginocchio perchè l’interdipendenza è tale che nessuno può essere immune dalle tempeste finanziare e dal calo dei consumi. 
Insomma, nemmeno Cina e India servono più a molto?
In questo momento no perchè stanno vivendo la nostra stessa situazione. Hanno dei tassi di crescita ancora buoni, ma non tali da assorbire le nostre necessità. 
Ha ancora senso investire in Asia?
Un’azienda non può pensare di sopravvivere se dimentica Cina e India: Se non sei forte là non puoi esserlo da nessuna parte. 
Torniamo all’origine della crisi. Di chi è la colpa: solo dei banchieri?
La finanza creativa, se usata con intelligenza, poteva essere un motore di crescita. E forse, se ragioniamo pacatamente, per un certo periodo lo è stata, perchè ha garantiuto maggiori margini. Solo che alla fine è degenerata in speculazione. Ha creato un boom rivelatosi poi un boomerang. Quella che stiamo attraversando avrebbe potuto essere una normale crisi congiunturale se non fosse che è stata aggravata dalla tempesta finanziaria. E ciò rende tutto più difficile. 
Anche in Bergamasca, dicevamo, molte aziende sono in difficoltà. Si ricorre sempre più spesso alla cassa integrazione. 
In questo momento è il male minore. Dobbiamo, e ancor più dovremo in futuro, ridimensionarci. Non c’è altra soluzione. E’ l’unico modo per farci trovare pronti quando i mercati ripartiranno. Certe dimensioni non sono più sostenibili, alcune produzioni andranno abbandonate. E l’occupazione ne risentirà. 
Tradotto significa che molti perderanno il lavoro. 
Bisogna metterlo in conto, nella speranza di trovare nuovi sbocchi. Per quel che riguarda noi imprenditori, posso solo dire che abbiamo il dovere di ripensare da zero le nostre aziende. Lo stesso vale per i dipendenti. Se non si modificano vecchie abitudini, si rischia grosso. 
Ergo, occorre pensare ad una ricollocazione. 
Lo vado dicendo da anni. Ricordo che nel 2004 a Montezemolo, allora presidente di Confindustria in visita a Bergamo, chiesi: cosa possiamo fare per la nostra Valle? Lui mi rispose in un modo che mi parve riduttivo. E invece, devo riconoscere che il mio scetticismo era eccessivo. Bisogna buttarsi sul turismo, sui servizi. Operazioni come quella di S. Pellegrino fortemente voluta da Antonio Percassi vanno nella direzione giusta. Forse noi bergamaschi dobbiamo credere di più nelle potenzialità di questo settore. In Svizzera fanno miracoli con poco. Noi abbiamo uno straordinario patrimonio storico, artistico, ambientale: perchè non dobbiamo sfruttarlo fino in fondo?
Per l’industria manifatturiera non c’è futuro?
Sì, ma non prendiamoci in giro. Si continua a parlare di innovazione, ma guardate che la fanno anche in Cina e in India. Anzi, loro mandano i giovani a studiare nelle migliori università americane, noi ci accontentiamo delle nostre che lasciano a desiderare. 
Lei è nato e cresciuto in Valle Seriana: Cosa prova di fronte a questa "smobilitazione" industriale?
Non ci dormo la notte. Tuttavia, credo che negli ultimi dieci anni si sia fatto poco, a tutti i livelli, per cercare di mettersi al riparo da una piena che era abbondamente annunciata. 
In generale, quanto durerà questa crisi?
Secondo me dovremo soffrire per almeno un anno e mezzo, anche se mi auguro di sbagliarmi. Per uscirne tutto il sistema deve interagire e rimettersi in discussione. Niente sarà più come prima.
   

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Commenti

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  1. Scritto da iva

    Peggiorare le cose, riproponendo le stesse formule (sempre), è peggio che sforzarsi di cambiarne almeno qualcuna:
    Per ripartire col piede giusto, forse, sarebbe opportuno che chi ha, proporzionalmente, più responsabilità della stagnazione si facesse da parte restituendo, almeno provvisoriamente ed in relazione alle responsabilità, l’acquisito: capitale o potere che sia.

  2. Scritto da Paolo Comi

    Che tristezza,continuate a far politica sebbene la crisi sia mondiale.L’Italia produttiva è stata messa in ginocchio da nazioni che non rispettano i diritti sindacali, i diritti civili,fanno lavorare senza ferie,senza cassa malattia,sfruttando i minori.Inquinano fiumi,laghi e mari con la scusa di dover anticipare i tempi per industrializzarsi.Ma gli ambientalisti, i difensori dei deboli dove erano?Dove sono?Come possiamo batterci contro un nemico che non gioca con le ns.carte?Siamo solo all’iniz

  3. Scritto da iva

    Siamo d’accordo, mario59, commento54.
    La proposta di Sacconi sulla suddivisione degli utili?..
    Un po’ come la promessa dell’abolizione delle province?..
    gli eccessi e la pratica “normale”, diffusa, dei falsi in bilancio delle imprese hanno portato al collasso della finanza e del credito.
    Un modo per recuperare il gap, annoso, è quello di entrare nei settori più sicuri dell’economia, dall’energia compatibile alla finanza etica. Qualità del lavoro non quantità!..

  4. Scritto da mario59

    Si si … è sempre colpa di qualcun altro…c’è chi dice che bisogna tagliare le spese e gli sprechi… con brunetta e gelmini che aggiustano tutto.. però si dimenticano che spesso in Italia si finanziano aziende che vanno male, (per salvare i posti di lavoro) poi quando tornano a guadagnare gli utili se li insaccano ben benone.. lo farei anch’io l’imprenditore con i soldi degli altri.. quando va male chiedo aiuto.. altrimenti devo licenziare.. quando va bene… sono miei perchè sono stato bravo

  5. Scritto da Paolo Comi

    L’Italia è un paese di “traformazione”.Non abbiamo materie prime.Acquistiamo un prodotto di base e con la ns capacità lo trasformiamo.Fino al 1990 eravamo nel tessile fra i primi nel mondo perchè i paesi con la materia prima non avevano la tecnologia ma poi qualcuno gliela vendette(non faccio nomi)fregandosene bellamente che a posteriori avrebbe posto fine all’economia di una Valle che sul tessile ci viveva perchè in ogni caso aveva già posto le basi per una diversificazione delle Sue attività.

  6. Scritto da iva

    La proposta di Sacconi sulla suddivisione degli utili?..
    Un po’ come la promessa dell’abolizione delle province?..
    gli eccessi e la pratica “normale”, diffusa, dei falsi in bilancio delle imprese hanno portato al collasso della finanza e del credito.
    Un modo per recuperare il gap, annoso, è quello di entrare nei settori più sicuri dell’economia, dall’energia compatibile alla finanza etica.
    Ostinarsi ancora a pensare che sia solo questione di lavoro e non di qualità del lavoro è inutile.

  7. Scritto da paolo

    No scusa trussardi, un imprendiotre dovrebbe dividere i suoi profitti con gli operai?
    bhe se cosi la pensi faccio domand aper lavorare nel tuo studio di avvocato… Fino a prova contrartria l’imprneditore rischia di suo ci mette del suo e se fa fortuna lo deve alla sua capacità.

  8. Scritto da iva

    Concretamente fiom, recentemente, ha avviato un’iniziativa che potrebbe essere compresa tra quelle in grado di iniziare a regolamentare le delocalizzazioni per meglio favorire anche quegli imprenditori pionieri delle nuove economie compatibili.
    Non ultimo andrebbe realizzato, concretamente, il proposito del ministro che propose la fidelizzazione dei lavoratori nelle imprese e la suddivisione degli utili tra datori di lavoro e lavoratori.

  9. Scritto da mariop

    49. mi dice concretamente come farebbe a realizzare la sua proposta.
    Ripeto: CONCRETAMENTE E IN DETTAGLIO

  10. Scritto da mariop

    non so se mi basterà lo spazio; vediamo.
    19+20: necessita autocritica generale/L’aumento di produttività è l’unica cosa che consente di produrre più ricchezza e distribuirla.Il nostro paese non cresce da molti anni perchè la produttività non aumenta. Perchè? facciamo una breve autocritica.
    L’enrgia da noi costa molto, è la più cara d’Europa; non abbiamo un piano enrgetico(vedi anche la cavolata del nucleare)
    I salari sono bassi (purtroppo ) il costo del lavoro è tra i più elevati europeisegue

  11. Scritto da mariop

    come mai ? paghiamo più tasse degli altri e paghiamo anche più contributi : e perchè?
    tasse: perchè dobbiamoi finanziare tante spese inutili, sprechi enormi.E quando quualcuno tenta di fare qualcosa(Gelmini e Brunetta) tutti addosso
    contributi: perchè abbiamo un sistema pensioni che fa acqua da tutte le parti, retaggio antico per volere dei nostri sindacati irresponsabili e dei nostri deboli governi. Abbiamo speso 10 miliardi un anno fa per abbassare(si abbassare) l’età pensionabile. segue

  12. Scritto da mariop

    abbiamo l’età effettiva della pensione più bassa d’Europa e il mese scorso Draghi ci ha ricordato che dobbiamo alzarla(ma l’abbiamo appena abbassata!!!).
    Conclusione : siamo un paese che non ha le idee chiare e non riesce da decenni a risolvere i 4 o 5 problemi(non sono di più) del nostro paese.E perchè? Perchè litighiamo su tutto; non siamo d’accordo nemmeno sulle cose più semplici e ovvie e utilizziamo ogni tentativo di risolvere i problemi solo per dire no e accusare l’altra parte(dx o sin)

  13. Scritto da mariop

    per fare polemiche e cercare di guadagnare qualche voto.
    Insomma non ce ne frega niente del benessere del paese, del bene comune e preferiamo fare polemica , battutine, senza proporre le soluzioni o comunque senza discuterne e alla fine poter decidere insieme qualcosa di utile per tutti(anche se naturalmente si deve rinunciare per questo ad una parte delle porprie idee)
    Statevi bene tutti.

  14. Scritto da iva

    mariop 44, fare qualcosa non vuol dire fare bene qualcosa.
    Forse fare bene qualcosa presuppone il coinvolgimento di tutti con responsabilità proporzionali alle aspettative in rapporto agli investimenti e ai conseguenti tornaconti.
    Per ripartire col piede giusto, forse, sarebbe opportuno che chi ha, proporzionalmente, più responsabilità della stagnazione si facesse da parte restituendo, almeno provvisoriamente ed in relazione alle responsabilità, l’acquisito: capitale o potere che sia.

  15. Scritto da mariop

    alcune volte(quasi sempre) fare qualcosa è meglio che non fare nulla.

  16. Scritto da iva

    Peggiorare le cose, riproponendo le stesse formule (sempre), è peggio che sforzarsi di cambiarne almeno qualcuna:
    Per ripartire col piede giusto, forse, sarebbe opportuno che chi ha, proporzionalmente, più responsabilità della stagnazione si facesse da parte restituendo, almeno provvisoriamente ed in relazione alle responsabilità, l’acquisito: capitale o potere che sia.

  17. Scritto da iva

    33 e 35 cominciano a parlare di regole..forse anche di quelle per le delocalizzazioni..non penso facciano sciopero delocalizzato delle idee per quanto si ostinino a rimbeccate precettate: consuetudine.

  18. Scritto da Alì Oco de Madrigal

    Cara Iva, se vuoi che ti risponda, perchè non applichi le due regolette auree della comunicazione interpersonale? a) dire cose con un minimo di senso compiuto; b) dirle in italiano. Se ti atterrai a queste due semplici indicazioni, sarò ben felice di rispondere ai tuoi apoftegmi. In caso contrario, mi vedrò costretto ad ignorarti: non per albagia, ma per mancanza di interpreti…Esiste anche l’inquietante ipotesi che tu scriva compulsivamente e non per avere risposte: in tal caso, mi scuso

  19. Scritto da iva

    Può non rispondere, se lo ritiene, senza pensare di offendere alcuno.
    D’altra parte fino ad ora l’unica cosa che ha offeso è la sua intelligenza che esiste nonostante si sforzi di reprimerla.
    Si faccia spiegare dal Saffioti il perchè.

  20. Scritto da Farfarello

    Iva scrive: “non penso facciano sciopero delocalizzato delle idee per quanto si ostinino a rimbeccate precettate: consuetudine”…
    Prego tradurre in eloquio comune, grazie (chi parla e scrive bene è anche e soprattutto chi si fa capire bene). “Sciopero delocalizzato delle idee” cosa significa? “Rimbeccate precettate: consuetudine” a cosa si riferisce? Gli aforismi lasciamoli a chi se li può permettere. Grazie

  21. Scritto da iva

    Farfy, non te la prendere ma se parli di aforismi vuol dire che l’idea l’hai avuta.
    Non credi che le delocalizzazioni vadano regolate?

  22. Scritto da Farfarello

    Regolare l’iniziativa imprenditoriale? Andrebbe contro i principi del libero mercato. Delocalizzare non è un peccato e permette anzi lo sviluppo delle aree in cui si investe (o i nostri sindacati preferivano che i cinesi rimanessero contadini a vita?). Delocalizzare diventa peccato quando i proventi della produzione in aree a minor costo di manodopera non vengono reinvestiti anche per migliorare la qualità della produzione italiana o per lo sviluppo di nuove attività in Italia

  23. Scritto da Morlacchi

    “Delocalizzare diventa peccato quando i proventi della produzione in aree a minor costo di manodopera non vengono reinvestiti anche per migliorare la qualità della produzione italiana o per lo sviluppo di nuove attività in Italia” . Anche solo per questo non è peregrina la necessità di regolare l’iniziativa imprenditoriale che, se ha prodotto la crisi in essere, qualche difettuccio lo avrà.

  24. Scritto da Alì Oco de Madrigal

    Giammai, caro Saffioti: trovo lo sciopero un sistema di lotta partorito da cervelli (?) massimalisti di fine Ottocento, che produce solo disastri e non risolve nulla. Un retaggio del sindacalismo da “Biennio rosso”: un autentico fossile rivendicativo. Se non fosse un po’ “outré” direi che tifo per Bava-Beccaris. In ogni caso, lo sciopero, tra tutte le alternative, mi pare quella di chi non ha mezza idea da proporre: ultima ratio di un sindacato alla frutta. Partecipazione ci vorrebbe…Saluti.

  25. Scritto da carlo saffioti

    caro ali oco n.16,concordo in linea di massima con quello che scrivi. nn ho certo mai parlato di profitto senza regole.ma ti sembra ispirato al buon senso la proposta di sciopero generale in questo momento di crisi?

  26. Scritto da iva

    @G.M. (e suoi derivati) nel caso non avesse trovato:
    https://www.bergamonews.it/economia/articolo.php?id=3821
    gli eccessi e la pratica “normale”, diffusa, dei falsi in bilancio delle imprese hanno portato al collasso della finanza e del credito.
    Un modo per recuperare il gap, annoso, è quello di entrare nei settori più sicuri dell’economia, dall’energia compatibile alla finanza etica.
    Ostinarsi ancora a pensare che sia solo questione di lavoro e non di qualità del lavoro è inutile.

  27. Scritto da R.Trussardi

    Si, ma quando le vacche erano grasse i profitti non sono stati socializzati, tanto che le retribuzioni operaie (e impiegatizie) italiane sono tra le più basse della UE. Ora che le cose vanno male si socializzano le perdite, mettendo prima in cassa integrazione (a carico INPS) e poi licenziando con la mobilità (sempre a carico INPS). Se poi la risposta alla crisi è “facciamo come Percassi” che farà un albergo a sette stelle e servizi vari a S. Pellegrino stiamo freschi in periodo di recessione.

  28. Scritto da alessandro rossi

    Anche io concordo con Trussardi: la responsabilità sociale dell’imprenditore è stata lettera morta e i profitti non hanno creato possibilità di sviluppo per la comunità, ma solo per gli imprenditori che si sono seduti sugli allori. Il presunto sviluppo della Valle Seriana ha mostrato tutti i suoi limiti. Quando le cose vanno bene chiunque è in grado di stare al timone… è nella tempesta che si vedono i veri lupi di mare. Davanti ai fatti si può provare a negare l’evidenza,se qualcuno ci crede.

  29. Scritto da Alì Oco de Madrigal

    In effetti, l’idea di un Radici che “riparte da zero” fa un po’ ridere…Per una volta concordo con Trussardi: un po’ troppo comodo mettersi in tasca i soldi quando le cose vanno bene e dire di rimboccarsi tutti le maniche, quando vanno male. Nel bene e nel male, questa imprenditoria paternalistica, che si è evoluta in holding gestite malamente, deve assumersi le proprie responsabilità. Quanto a Percassi…beh, Percassi…lasèm pert!

  30. Scritto da Ex Cipputi

    Siamo al veteroperaismo più sfegatato. Tutte le colpe sono sempre degli imprenditori. Se per anni hanno garantito, insieme ai loro profitti naturalmente, lavoro a centinaia di persone è stato solo perchè ne avevano il tornaconto. Se adesso la crisi mette tutti in ginocchio loro dovrebbero mantenere gli operai. beh, per forza, con tutti i soldi che hanno….

  31. Scritto da alessandro rossi

    Forse il “vecchiume” si annida in chi non vuole cambiare le cose davanti alla tragica realtà di aziende guidati da imprenditori che utilizzano logiche ottocentesche, che fanno finta che il loro rischio imprenditoriale sia remunerabile all’infinito, fino a quando non scaricano sullo stato i problemi, incapaci di progettare a lungo e vedere lo sviluppo della comunità. Anche i faraoni hanno garantito un lavoro alla manodopera composta di schiavi…

  32. Scritto da carlo saffioti

    analisi lucida e coraggiosa quella di miro radici e, purtroppo molto realisticai. cambiamento, ricerca di nuove strade,flessibilità,professionalità,sostegno al credito,sostegno ai consumi,nuove sinergie sono alcune delle strade indicate .con la speranza che i nostri imprenditori continuino,
    come hanno sempre fatto, a mettere in campo impegno, determinazione, cretività, adattamentoa, spirito critico. e auspico che politica e sindacati non si attardino su posizioni ideologiche datate alla trussardi

  33. Scritto da Alì Oco de Madrigal

    Caro 4, è vero l’esatto contrario: la mia è la constatazione del fatto che veterimprenditoria e veteroperai hanno fatto il loro tempo. Una volta, c’erano le imprese familiari: crescevano, si arricchivano, assumevano, ma restavano con la mentalità del “casa e bottega”. La nuova generazione (lo scrisse benissimo Gatti) è lanciata nelle finanziarie, si mangia i soldi venuti dall’azienda e non capisce nulla di imprenditoria. I vecchi erano paternalisti, i nuovi sono tychoon..inadeguati entrambi!

  34. Scritto da Cortesi

    Alì Oco, visto che sa giudicare così bene chi è bravo o meno, ci sa dire nella sua vita cosa ha combinato?

  35. Scritto da iva

    Quali vecchi e quali nuovi?

  36. Scritto da alessandro rossi

    il commento di saffiotti è quantomeno imbarazzante… se le imprese continuano in questa ottica, l’economia italiano finirà di essere definitivamente fatta a pezzi…

  37. Scritto da R.Trussardi

    Saffioti auspica che politica e sindacati non si attardino… perchè gli imprenditori che loda prostrandosi non fanno a loro modo, indirettamente ma efficacemente, politica? Radici e Percassi, ad esempio, (e parecchi altri, tutti di rango) stanno nel cda Sesaab (società editrice de l’Eco di BG) per fare profitti?

  38. Scritto da Maurizio

    Alì Oco purtroppo l’ha detta giusta. La vecchia guardia imprenditoriale è stata sostituita da figliocci in gran parte impreparati o comunque disponibili poco ad oneri e molto ad onori. La vedo nerissima e spero nella riconversione, ma sarà molto dura. Anche perchè nelle nuove generazioni si è persa l’attitudine ad imparare il mestiere.Troppi errori strategici negli ultimi 15 anni.

  39. Scritto da carlo saffioti

    per me il profitto non è nè un furto nè un peccato, ma uno stimolo per l”imprenditore e un”opportunità di crescita per tutti.se gli imprenditori bergamaschi,in grandissima maggioranza piccoli e medi,opportunamente supportati ,tengono, il sistema riuscirà a reggere. diversamente ,se torniamo alla nefasta visione dell”imprenditore cattivo e sfruttatore e a proporre scioperi generali, vedo immense difficoltà a che il sistema regga e regga la competizione con gli altri

  40. Scritto da iva

    Entriamo nel dettaglio: Quali imprenditori e quali operai? Clamorosa la considerazione di chi pensa che il profitto non regolato sia ancora la soluzione. D’altra parte il falso in bilancio, e i sostenitori della legge salva irregolari della finanza, è lì a dimostrare certo edonismo da e di paura.

  41. Scritto da Alì Oco de Madrigal

    Poco o nulla, caro Cortesi, a parte riuscire a farsi pagare per giudicare chi è bravo o meno, che non è un granchè, ma, almeno, è divertente. Caro Saffioti, ovviamente il profitto è del tutto legittimo: la questione, qui,non è quella dei profitti, ma quella del buon senso. L’intrapresa ha un peso sociale e delle responsabilità sociali: non si può chiedere sempre agli stessi di pagare il prezzo delle contingenze o della decadenza genetica delle dinastie imprenditoriali. Un po’ di equilibrio…

  42. Scritto da Alì Oco de Madrigal

    Faccio un esempio facile facile: la Cina. Glisso sulla moralità di fare affari con una dittatura e dico: chi è che ha venduto ai Cinesi i propri telai obsoleti, quando le cose andavano a gonfie vele? Con quei telai, i Cinesi, che imparano in fretta, si sono messi a fare tessuti concorrenziali coi nostri: adesso si piange per la concorrenza cinese, che sta abbattendo il mercato del tessile. Per guadagnare anche dalla vendita dell’usato ora la si paga cara: geniale, non trovate? Cui prodest?

  43. Scritto da iva

    Riuscire a farsi pagare e a divertirsi non vuol dire fare o volere qualcosa, un po’ come cercare di trovare il modo di non far nulla.
    D’altra parte se un territorio vuole determinare un percorso di cambiamento dovrebbe mettere in ipotesi anche cambiamenti di merito.

  44. Scritto da G.M.

    Temo che le responsabilità di questa situazione siano da spalmare sia sugli imprenditori sia sui sindacati ( ……e lavoratori ). Alcuni imprenditori hanno preso aiuti e contemporaneamente stavano già delocalizzando alla grande…e parecchi lavoratori hanno preso il posto di lavoro come un assistenza dovuta. In quanto al non essere all’altezza della situazione , anche quil e colpe sono da dividere .Provate a portare dei cambiamenti nei reparti di produzione per aumentare la produttività ..

  45. Scritto da iva

    Quali imprenditori e quali sindacati e lavoratori ?
    L’aumento della produttività (qualità o quantità?) è il giusto merito ?

  46. Scritto da Gecco da Barbiana

    Iva, iva, torno e ti ritrovo più criptica che mai: è tanto complicato scrivere facendo capire cosa si vuole dire? Su, non è difficile, basta parlare come si mangia: un bocconcino alla volta…aaaammmm! Sottoscrivo al 1000% quel che scrive G.M.: le colpe sono molte e di molti soggetti. Ci vorrebbe una bella autocritica generale.

  47. Scritto da iva

    Ecco, allora puoi tornare da dove sei partito, in attesa delle lettere alla Gelmini: oltre che “criptiche” inesistenti. Più che accuse generalizzate sarebbero più utili, e meno criptiche, quelle mirate.

  48. Scritto da Farfarello

    Sono convinto, per esperienza personale, che le colpe principali della situazione di crisi vadano imputate agli imprenditori, cioè a coloro che guidano strategicamente le aziende. E’ mancata soprattutto la lungimiranza, la capacità di progettare nel medio-lungo periodo. Tutti presi dalle logiche del profitto a breve termine, della massimizzazione del fatturato e del taglio dei costi, hanno perso di vista il contesto strategico globale.

  49. Scritto da G.M.

    Cara Iva ( non ci casco….Gelmini, governo attuale NON E’ QUESTO IL
    PROBLEMA !!) vuoi una critica mirata e Te la dò : nella microimpresa dove lavoro le ultime 10 maternità sono state 9 a rischio ( nel senso che la settimana dopo erano assenti in malattia per 3 mesi poi si facevano fare la maternità anticipata ) periodo di assenza totale dai 12 ai 16 mesi ( inutile mandare controllo ) . La statistica dice
    che 1 su 5 è una gravidanza a rischio, informati in giro e vedrai che è diffussissimo

  50. Scritto da iva

    E perchè dovresti cascarci, ci mancherebbe.
    Si rilegga il 23.

  51. Scritto da pessimista

    Gli imprenditori lungimiranti cosa avrebbero dovuto fare? Spostare le produzioni verso le aree a maggior crescita, con costi (di qualsiasi tipo) meno elevati e un mercato del lavoro più flessibile o rimanere a lottare contro gli svantaggi presenti in tutti gli elementi sopraelencati? Avrebbero dovuto investire dove si cresceva o no. Chi lo ha fatto è stato lungimirante e ha tutelato la sua azienda. E magari fra 10 anni avrà di che reinvestire in quel che resterà dell’Italia.

  52. Scritto da G.M.

    Ho letto il commento 23 e posso dire che , per esperienza personale,
    chi è stato lungimirante ha programmato la delocalizzazione ( a volte cammuffata da internazionalizzazione ) da tempo . Non si può competere nello stesso mercato avendo costi completamente diversi
    ( manodopera,energia,..tutele solo europee ).Tutte le tecnologie utilizzate dalle ns.aziende sono ormai anche disponibili nelle nazioni emergenti/emerse , a noi rimarrà qualche nicchia ma non le produzioni manifatturiere di serie

  53. Scritto da Gecco da Barbiana

    Mi fa specie, mia permalosa Iva, innanzi tutto che una tuttologa del tuo calibro ignori che il mio è un modesto nickname: le letterine alla Gelmini le firmo col mio nome. Ti dò una dritta: ne è apparsa una su di un altrettanto modesto mensile vicino al PdL nemmeno dieci giorni fa…La seconda cosa che mi conforta è notare quanto ti faccia arrabbiare (fino alla maleducazione) il fatto che qualcuno ti prenda in castagna: fa molto “gauche” il non possedere alcuna autoironia. E tu sei gauchissima!

  54. Scritto da PET

    Negli ultimi decenni i diritti hanno di lunga superato i doveri.Ora è arrivato il conto da pagare!

  55. Scritto da iva

    @27 provi a cercare l’ultimo articolo su tenaris Dalmine e fiom e l’iniziativa in corso, potrebbe esserle utile.
    @28 se esiste lo pubblichi altrimenti rimaniamo alla sua partenza. Sulle etichette: siamo alle solite, non se la prenda.

  56. Scritto da graffaele

    Certo che se l’alternativa al manifatturiero è il turismo siamo messi bene. Tolta Città alta e qualche perla qua e là, cosa possiamo offrire? Vallate cementificate con cattivo gusto, centri montani saturi di seconde case quasi tutti inutilizzate, oppure la nebbiosa pianura? Ci siamo svegliati come sempre in ritardo; il mondo oggi è a portata di volo e le alternative si sprecano

  57. Scritto da carmelo

    “Un bel tacere non fu mai scritto”diceva mia nonna. Lo dico alla signora Iva che ha fatto 6 o 7 commenti enigmatici. Preferirei un discorso sensato e poi il silenzio. Io che sono una normale partita Iva considero il lavoro come PASSIONE: ti piace, ci metti l’anima, non guardi che giorno è, che ora è! Ho incontrato molti imprenditori bergamaschi fatti così, che hanno creato dal nulla le loro aziende. Con gente così pur nella globalizzazione, io non credo manchi la capacità di ripartire da zero