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Il Riformista rilancia la fusione Ubi-Banco Popolare

Secondo il quotidiano diretto da Antonio Polito l'aggregazione fra i due istituti che controllano rispettivamente Banca Popolare di Bergamo e Credito Bergamasco sarebbe caldeggiata addirittura dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. Ma finora non c'è alcuna conferma.

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Anche il quotidiano Il Riformista, come già nei mesi scorsi Il Sole 24 Ore rilancia l’ipotesi di una fusione tra Ubi Banca (Popolare di Bergamo) e il Banco Popolare (Credito Bergamasco). In questo caso la paternità dell’idea viene attribuita al governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Riproponiamo l’articolo per i lettori di Bergamonews.

di Michele Gentili
Nonostante lo stop imposto dai soci di Banca popolare di Milano alla fusione già pronta con Banca popolare dell’Emilia Romagna. Allora, era fine giugno del 2007, prevalsero logiche di parte rispetto a una visione di sistema. Oggi, con la crisi finanziaria che mette pressione, il progetto di dare vita a una Superpopolare torna a riproporsi con insistenza.
Questa volta, secondo quanto risulta al Riformista, il disegno sarebbe più ambizioso: come qualcuno aveva già ipotizzato l’estate scoersa, arrivare all’aggregazione di Ubi e Banco Popolare, costruendo un polo in grado di competere anche con i maggiori istituti di credito. Allo stesso tempo, si lavorerebbe per favorire altre aggregazioni fra realtà medie e piccole. Sarebbe il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a caldeggiare una soluzione in grado di assicurare più stabilità al sistema. La crisi di liquidità che ha invaso tutto il mondo del credito è infatti dilagata anche nel tempio finora considerato inviolabile delle popolari. Il vento è cambiato e in gioco c’è la stessa sopravvivenza di istituzioni che affondano le loro radici in una tradizione ultracentenaria. Nello specifico, l’operazione fra Ubi, nata dalla fusione fra Banche Popolari Unite e Banca Lombarda e Piemontese, e Banco Popolare, a sua volta figlio dell’acquisizione della Banca Popolare di Lodi da parte della Popolare di Verona e Novara, presenta comunque delle difficoltà consistenti, soprattutto sul piano della governance e del consenso da parte dell’azionariato del Banco, fortemente radicato a Verona, Novara e Lodi. Secondo molti osservatori, c’è un’evidente logica industriale che garantirebbe sinergie e un rafforzamento patrimoniale.
Così si dice che a spostare gli equilibri potrebbe essere proprio la moral suasion di via Nazionale, soprattutto se la situazione del Banco Popolare, impegnato nella difficile sfida di spingere sui ricavi per far fronte ai costi di integrazione ancora da smaltire, richiedesse un intervento di ricapitalizzazione non sostenibile con mezzi propri. In questo caso la strada potrebbe diventare obbligata. Tanto che il dossier, seppure in una fase assolutamente preliminare, sarebbe già all’attenzione del presidente del Consiglio di sorveglianza di Ubi, e dell’Associazione bancaria italiana, Corrado Faissola.
Il punto principale riguarda l’assetto di governance, che sarebbe inevitabilmente sbilanciato a favore di Ubi. La chiave di volta, nel caso in cui si arrivasse a concretizzare l’operazione, potrebbe essere un incarico di rilievo per il presidente del consiglio di sorveglianza del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini. Ma a Verona, dicono fonti bancarie, sono assolutamente contrari a una simile operazione. Ancora una volta, come accaduto per le grandi fusioni degli scorsi anni, l’indicazione di Draghi potrebbe essere quella di mettere da parte campanilismi e personalismi. Un monito che varrebbe anche per altre realtà. A partire da Banca Popolare di Milano e Banca Popolare dell’Emilia Romagna, che fondendosi avrebbero dato vita al terzo istituto del settore e che invece sono rimaste pericolosamente single, nella peggiore congiuntura possibile.
La questione di sistema, che riguarda la dimensione e che coinvolge anche una riforma del settore che non sembra destinata ad avere vita facile neanche in questa legislatura, è il ruolo che le banche popolari possono e devono svolgere al servizio dell’economia reale. E su questo fronte il nuovo risiko, per ora solo potenziale, si lega ai provvedimenti su cui il governo sta ancora lavorando. Si sta studiando il modo per legare l’aiuto agli istituti di credito alla loro effettiva capacità di sostenere la ripresa. L’obiettivo è evitare una stretta creditizia, assicurando finanziamenti adeguati al sistema delle imprese e alle famiglie. Gli strumenti devono essere calibrati con attenzione per evitare distorsioni da parte delle banche e ingerenze dello Stato. Da qui, la prudenza di queste settimane. Con la decisione finale in arrivo la prossima settimana

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