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Racket del caro estinto Agli arresti una trevigliese

C’è anche una donna di Treviglio tra i 36 infermieri finiti sotto inchiesta a Milano per il "racket del caro estinto”, balzato alle cronache settimana scorsa con una raffica di arresti in ospedali e cliniche di primo piano. Giovanna C., dipendente del Pio Albergo Trivulzio, segnalava alle imprese funebri, in tempo reale, i decessi degli assistiti, favorendo l'adescamento dei parenti in lacrime da parte delle stesse aziende.

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C’è anche una donna di Treviglio tra i 36 infermieri già definiti “avvoltoi” nell’ambito dell’inchiesta milanese sul “racket del caro estinto”, balzata alle cronache settimana scorsa con una raffica di arresti in ospedali e cliniche di primo piano del capoluogo lombardo: San Carlo, San Paolo, Policlinico, Santa Rita, ospedale Sacco, San Giuseppe, Niguarda e dulcis in fundo Pio Albergo Trivulzio, la casa di riposo passata alla storia nel ’92 come teatro della prima tangente ad un’amministratore socialista individuata dal pm Antonio Di Pietro tramite un’intercettazione ambientale.
L’infermiera trevigliese, così come tutti gli altri colleghi indagati (tutti e 36 agli arresti domiciliari) segnalava alle agenzie funebri, con molta fretta, i decessi degli assistiti al Trivulzio. Giovanna C. – citata direttamente nel primo interrogatorio del pm dal titolare di un’agenzia funebre di Varese – faceva in modo che le imprese del racket arrivassero nelle camere mortuarie a volte addirittura prima dei familiari del defunto. Così potevano dare il via in modo più agevole all’adescamento dei parenti in lacrime. Le telefonate tra infermieri e imprese del racket partivano a qualsiasi ora della notte e del giorno. In altri casi erano gli stessi professionisti in camice bianco a rivelare i dati necessari per contattare direttamente i parenti del defunto o contattavano direttamente loro stessi i parenti del morto tramite i dati presi dall’archivio dell’ospedale, indirizzandoli verso l’una o l’altra impresa.
Secondo l’accusa Giovanna C. arrivava ad incassare fino a 400 euro per ogni segnalazione illecita nell’ambito di un giro d’affari che – sempre per la procura milanese – poteva raggiungere addirittura i 150 mila euro al giorno. Le accuse sono corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione a delinquere, quest’ultima a carico di 5 tra titolari e dipendenti di tre imprese funebri, due milanesi e una varesina. L’articolo del Corriere della Sera dopo gli arresti.

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