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Investito mentre mi spostavo da un cantiere all’altro. Non sono una vittima di serie B

Luigi Feliciani, oggi presidente dell'Anmil Bergamo, anni fa ebbe un incidente in itinere: rest?? in coma, perse la vista da un occhio e l'udito da un orecchio. "Ho voluto e potuto ricominciare. Molti non ce la fanno. Troppi muoiono. Castelli stia zitto, per favore"

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"Castelli stia zitto, per favore!" Luigi Feliciani, oggi leader dell’Anmil (Associazione mutilati e invalidi) di Bergamo ingoia amaro mentre legge le accuse che il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Roberto Castelli, lancia a chi parla di numeri troppo alti, di emergenza infortuni.
L’ex ministro l’ha fatta arrabbiare?
Un bel po’. E non ha fatto arrabbiare il presidente dell’associazione, ma la persona: Luigi Feliciani, 50 anni di Ghisalba.
Perché questa furia?
Perchè credo che Castelli non sappia di cosa parla. Io sono uno degli infortunati in itinere, quelli che lui non considera vittime del lavoro, ma qualcos’altro, non si sa cosa. Tanti anni fa, allora ne avevo 18, sono stato investito e sono stato in coma per un bel po’.
Cosa faceva allora?
Lavoravo a Bergamo come elettricista per una grossa impresa. Mi stavo spostando in moto da un cantiere a un altro. Nel trasferimento mi hanno investito. Mi sono fatto otto mesi di ospedale.
Ha avuto conseguenze? Ne porta ancora?
Sì. A parte il fatto che per riprendermi ci ho messo un anno e mezzo. Non  riconoscevo nessuno, avevo perso la memoria. Ma ho definitivamente perso la vista dall’occhio sinistro e l’udito dall’orecchio destro.
Però si è ripreso e ora lavora di nuovo.
Sì, io ho voluto, ma ho anche potuto, ricominciare daccapo, rimettermi in gioco. Ma sono in tanti quelli che non ce la fanno, per impedimenti fisici o psicologici, e sono tanti quelli che muoiono e non hanno più nessuna chance. E magari si sono feriti e sono stati uccisi durante il tragitto da e per il lavoro.
Quelli, appunto, che Roberto Castelli non ritiene vittime del lavoro…
Gente che tutte le mattine si alza alle 5, prende il pullmino oppure sale in auto per due-tre ore per raggiungere la ditta o il cantiere. Gente che, anche grazie alle infrastrutture viarie decadenti realizzate dalo Stato, muore in queste ore di tragitto. Non sono lavoratori questi? Li vogliamo considerare vittime di serie B?
Lei cosa ne dice?
Dico che dietro a ogni infortunio c’è una famiglia, c’è una storia, c’è una realtà che non sarà più la stessa. E dico quello che ho sentito dal vescovo di Bergamo Roberto Amadei: il lavoro deve essere strumento di vita, non di morte.

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