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Barcella, Confindustria: “Sar?? un autunno di sacrifici”

Per il presidente degli industriali bergamaschi non ?? detto che la crisi si concluder?? in tempi rapidi. "Si annunciano tagli. Le nostre aziende devono continuare a premere su innovazione e internazionalizzazione"

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Da più parti, in giro per i convegni della Bergamasca tra il sociale, l’economico e il politico, si sentono esperti annunciare la crisi d’agosto. Una crisi spaventosa, spiegano, che investirà la produzione nazionale trascinando nella deriva aziende e consumatori, imprenditori e lavoratori. Un annuncio che mette paura e, dato che l’agosto è ormai alle porte, è opportuno verificarlo e approfondirlo, magari con chi col mondo della produzione è quotidianamente a stretto contatto. Come il presidente di Confindustria Bergamo, Alberto Barcella.
Presidente, ci spiega cosa succederà ad agosto?
Precisamente ad agosto non saprei dire. Certo, è evidente che siamo di fronte a un rallentamento dell’economia che parte da lontano, dalla crisi finanziaria statunitense, dall’elevato costo dell’energia e delle materie prime, dal rapporto forte dell’euro contro il dollaro. Una crisi che si ritorce sui consumi. E che quindi si sente e pesa anche a livello nazionale e locale. Un rallentamento che si è accentuato e non poco negli ultimi mesi.
Investendo in pieno anche l’Italia e Bergamo? 
Sì, è innegabile. Le faccio un esempio: è calata del 2,6 per cento anche la produzione tedesca, e la Germania rappresenta il principale sbocco esportativo per l’industria bergamasca. E’ evidente che questo si ripercuote direttamente sulle nostre imprese.
Quali sono i settori orobici più delicati adesso?
Senz’altro il tessile, il settore della moda. Qui i problemi sono tanti e gravi.
Tessile, moda e meccanotessile sono comparti importanti della produzione bergamasca. Allora stiamo parlando di una crisi gravissima? 
Non nascondiamoci la realtà: è un momento delicatissimo. E’ vero però che la realtà bergamasca  è molto diversificata: il nostro non è un distretto monosettoriale, anche se è ragionevole pensare che tutti i settori risentiranno delle difficoltà. 
Difficoltà che porteranno a riduzioni dei dipendenti, a mobilità, a nuova cassa integrazione? 
Sì, questo succederà.
E quanto durerà verosimilmente?
Come ho detto, la crisi è congiunturale, cioè non dipende dal modo di fare impresa dei bergamaschi. Quindi il suo superamento sarà legato a situazioni internazionali. Già si sta verificando un calo dei costi del petrolio, per esempio, e pare anche delle derrate alimentari: sono timidi segnali di ripresa. Molto dipende da cosa succederà negli Stati Uniti dopo le elezioni.
Va bene, ma non si può certo stare semplicemente ad aspettare che la situazione mondiale migliori. Come si deve comportare il mondo dell’impresa bergamasco?
Deve proseguire sulla strada inaugurata nel Duemila, quando già affrontò un periodo difficile. La situazione critica di quegli anni venne superata grazie a un cambio di rotta: con forti investimenti in internazionalizzazioni e innovazione. Così, da due anni mezzo gli indicatori hanno fatto segnare dati positivi. Una ripresa esauritasi, però, nei primi mesi di quest’anno.
Quindi ancor più innovazione, ancor più export?
L’export quest’anno, nonostante tutto, sta registrando una tenuta o addirittura una lieve crescita. E’ evidente che dobbiamo insistere sul contenimento dei costi e sulla capacità di competere con prodotti che non siano paragonabili a quelli realizzati dai Paesi in via di sviluppo. Per far questo serve una crescita dimensionale delle imprese, che altrimenti non riescono a essere competitive, unita alla innovazione non  solo tecnologica, ma anche di marketing e di prodotto.
Il sindacato però accusa le imprese e Confindustria di interpellarlo solo in  situazioni d’emergenza e non coinvolgerlo invece quando bisogna disegnare strategie di sviluppo del territorio.
Abbiamo più volte coinvolto i sindacati, anche perché i cambiamenti di questo tipo non si fanno da soli. E devo dire che hanno risposto in maniera responsabile sulla necessità di organizzare il cambiamento soprattutto quando si tratta di gestire, come adesso, l’acutizzarsi della crisi.
Saranno lacrime e sangue?
Lacrime e sangue è eccessivo. Diciamo che sarà un autunno di sacrifici. E speriamo che termini all’inizio del 2009, anche se non ne sono del tutto certo.
 

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  1. Scritto da Errol Flynn

    Aziende in crisi, recessione, querimonie dagli alti papaveri. Il modello produttivo fondato su massicce concentrazioni di capitale-lavoro nelle grandi unità di fabbrica non regge più. E’ chiaro che dopo qualche segno meno a bilancio i primi a rimetterci sono i dipendenti delle sedi locali. Domanda: con un quadro generale così depresso, a che serve la mandopera immigrata? Solo un cretino può affermare che senza lavoratori stranieri le fabbriche rischiano di chiudere i battenti. Chiudono uguale…