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Vertova, oggi i funerali dell’imprenditriceDelitto passionale? Si attendono i Ris

Vertova. L'autopsia ha confermato la violenza e l'efferatezza del modo di operare dell'omicida. A breve il Reparto Investigazioni Scientifiche (Ris) dei carabinieri darà i risultati delle analisi delle tracce di sangue rinvenute sul luogo dell'omicidio.

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Sul fronte delle indagini del delitto di Vertova quelle di ieri e oggi sono state giornate in cui gli inquirenti hanno allungato l’elenco delle persone sentite: le deposizioni fino ad ora sono state 35 e non hanno aiutato a seguire una pista investigativa ben precisa. Sono stati ascoltati parenti della vittima e del marito, ex dipendenti e attuali dipendenti dell’imprenditore, vicini di casa, amici di famiglia. Ma le discordanze tra una deposizione e l’altra o i sospetti punti di incoerenza dei resoconti sono stati ben pochi.
Anche per questo motivo i carabinieri del reparto operativo provinciale, coordinati dal capitano Giovanni Mura, e il sostituto procuratore titolare delle indagini Carmen Pugliese, si attendono molto dall’entrata in scena del Reparto investigazioni scientifiche di Parma, i Ris.  Saranno loro, entro pochi giorni, a dire a quante persone corrispondano le tracce di sangue trovate sul luogo del delitto: molto probabilmente solo alla vittima e all’assassino, salvo sorprese che per ora vengono totalmente escluse dagli investigatori. Ma soprattutto i Ris dovranno dire se vi sia compatibilità tra il test del dna sulle tracce di sangue ed eventuali altre tracce biologiche rinvenute sul luogo del delitto.
L’omicida dovrebbe anche essere il "titolare" di poche gocce di sangue rimaste sul marciapiede fuori dalla casa di Mariagrazia Pezzoli e di Giuseppe Bernini: prima di entrare nell’abitazione, infatti, l’uomo che ha ucciso l’imprenditrice ha rotto dall’esterno il vetro dello studio dove poi ha consumato l’omicidio, tagliandosi.
Quel gesto contro il vetro potrebbe essere arrivato a causa di uno scatto d’ira dell’omicida, forse riconosciuto dalla padrona di casa che non voleva aprirgli. Quindi un pugno contro il vetro è servito per mettere in imbarazzo la donna e convincerla ad aprire la porta attraverso la quale lo stesso assassino è passato senza forzare alcuna serratura. Forse la vittima stessa pensava di poter calmare l’omicida.
Quella della rabbia e della furia già evidente fuori da casa, prima dell’accoltellamento, è un’ipotesi che gli investigatori non escludono: la circostanza sarebbe del tutto compatibile con un’azione efferata e violenta, da delitto passionale, come poi si è rivelato quello accaduto a Vertova. Almeno trenta coltellate (con un coltello non ancora ritrovato) contro Mariagrazia Pezzoli, molte di esse scagliate dall’alto verso il basso, con l’arma bianca che partiva verosimilmente all’altezza della testa dell’assassino per colpire la donna, più bassa di lui, dal collo in giù.

 

La cronaca dopo l’autopsia
Violenza ed efferatezza: chi ha agito giovedì pomeriggio nell’abitazione di via Cinque Martiri 65, a Vertova, voleva andarsene con la certezza che Mariagrazia Pezzoli, imprenditrice di 45 anni, fosse morta. Non si spiegherebbero, altrimenti, le 30 coltellate di cui parlano i primi risultati dell’autopsia eseguota alla camera mortuaria (nella foto) dell’ospedale di Gazzaniga dal dottor Antonio Osculati, dell’Università di Varese.
Non un numero tra i sette e i dieci colpi, né tantomeno il solo fendente alla gola di cui si era parlato nelle ore immediatamente successive alla scoperta del cadavere. Le coltellate sono almeno trenta, inferte alle spalle, alle braccia, al busto, all’addome e in minima parte anche alle gambe. Qualcuna anche da dietro, come se l’omicida si fosse trovato in alcuni momenti alle spalle della vittima. Di certo Mariagrazia Pezzoli si è resa conto di quel che stava accadendo e ha cercato di difendersi, ecco perché molti fendenti l’hanno raggiunta alle braccia. Ha cercato di difendersi, disperatamente. E l’autopsia dovrebbe anche dire agli inquirenti in quale fase dell’aggressione è arrivato il fendente alla gola, che ha reciso la carotide della donna, e sarebbe stato di per sé decisivo per il decesso: probabilmente l’omicida ha colpito alla gola dopo molte altre coltellate già inferte al corpo, per avere la certezza della morte.
Sono intanto trascorse le prime 48 ore dai fatti e l’unica ipotesi che sembra allontanarsi sempre di più è quella dell’omicidio compiuto da un ladro, ovvero di una presunta colluttazione con un intruso sconosciuto, sfociata in omicidio. La “violenza spiccata” con la quale oggi gli inquirenti (l’indagine è del pm Carmen Pugliese e dei carabinieri del nucleo operativo provinciale) hanno definito il modus operandi dell’omicida non è assolutamente quella di un ladro che si era introdotto in uno studio alle 13, in pieno giorno, ed era stato scoperto dalla padrona di casa. E’ certo, inoltre, che l’arma utilizzata è stata un coltello, comunque non un’arma impropria trovata casualmente in un locale di casa, ma un qualcosa di scelto, che gli inquirenti devono ancora individuare. L’assassino, durante l’aggressione, ha anche avuto modo di procurarsi, o di estrarre da una tasca (forse l’aveva già con sé), un pezzetto di carta scottex da premere sulla bocca della donna, per impedirle di urlare e chiedere aiuto ai vicini (nella foto un nuovo sopralluogo nell’abitazione da parte degli inquirenti, con il medico che ha eseguito l’esame autoptico).
Un assassinio preparato, sotto molti aspetti, che un po’ stona con quel vetro rotto di una finestra dello studio dove si sono verificati i fatti. Sicuramente un vetro rotto dall’esterno e quasi certamente prima dell’aggressione e dell’omicidio. Perché una persona, forse conosciuta, che è entrata in casa senza forzare la serratura, avrebbe dovuto rompere il vetro esterno dello studio prima di entrare in casa?
I particolari da chiarire sono ancora molti. Per ora è anche certo che tutti gli immigrati di Gazzaniga e Vertova, in particolare i due senegalesi che erano stati licenziati dal marito della vittima nel 2007, non sono stati fermati e hanno fornito alibi convincenti ai carabinieri. Nei prossimi giorni è anche previsto un sopralluogo dei Ris di Parma nell’abitazione di via Cinque Martiri 65. Gli stessi Ris hanno ricevuto nella serata del 25 luglio più campioni di sangue raccolti nello studio di casa. I risultati delle analisi potrebbero già essere comunicati lunedì. E’ da una ricostruzione della mappa delle tracce di sangue all’ingresso dell’abitazione e nello studio che potrà emergere qualcosa sui movimenti della vittima e dell’assassino, soprattutto dopo un accurato confronto tra quelle macchie e la presunta direzione della trentina di fendenti subiti dalla Pezzoli.
Dopo l’autopsia è stato concesso il nulla osta della magistratura per il trasferimento della salma e la successiva sepoltura di Mariagrazia Pezzoli. La camera ardente è stata allestita nella Chiesa della Madonna di Lourdes, accanto alla parrocchiale di Vertova. I funerali saranno celebrati lunedì.
Mariagrazia Pezzoli, 45 anni, era sposata da oltre venti con Giuseppe Bernini, assessore allo Sport e al Tempo Libero a Vertova e imprenditore nel settore dei rivestimenti ferrosi, in particolare per i tetti di capannoni industriali. Giuseppe Bernini ha voluto sottolineare che nessuna delle sue "aziende è mai fallita". A lui e alla moglie era cointestata la ValCop Sas, con sede in via Cinque Martiri 63, a Vertova (nello stesso stabile e nello stesso cortile dove c’è stato l’omicidio e dove risiedono altre famiglie) mentre è ancora esistente la Orobica Coperture, una delle prime aziende fondate da Bernini. L’assessore di Vertova ha spiegato che giovedì pomeriggio avrebbe dovuto vedere la moglie per andare con lei da un notaio: “Ma non dovevo assolutamente trasferire a Mariagrazia la proprietà della ValCop. L’azienda era già cointestata”. Alla moglie sarebbero passati alcuni beni immobili intestati all’Orobica Coperture.  (sotto, la vittima e il marito)

Leggi la testimonianza della zia di Mariagrazia Pezzoli

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