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Trovesi: poche le occasioni di far musica, ma a Bergamo i jazzisti sono più fortunati

Dalle balere all’opera. Passando per il jazz. E che jazz! Gianluigi Trovesi, col clarinetto o col sax, con la sua musica di sintesi, coi tanti premi conquistati, ha un'opinione personalissima dell’evoluzione del panorama jazzistico bergamasco. E adesso si dà alla storia dell'opera, ma a modo suo, con "Profumo di Violetta" che uscirà a settembre per l'ECM

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Dalle balere all’opera. Passando per il jazz. E che jazz! Gianluigi Trovesi, col clarinetto o col sassofono, con la sua musica di sintesi tra improvvisazione, tradizione e sound popolare, con i premi conquistati in quarant’anni di carriera (più volte segnalato come musicista dell’anno o per il migliore disco dalle più prestigiose riviste del settore) ha un’opinione personalissima di quella che è stata l’evoluzione del panorama jazzistico in terra bergamasca e con essa dei cambiamenti nella prospettive e nell’esistenza degli appassionati di questa musica, che non è poi tanto di nicchia, soprattutto se la osserviamo dalla provincia orobica.
Bergamo e il jazz, un connubio felice?
Decisamente un connubio speciale. E che viene a lontano. Era il 1969 quando si tenne al Donizetti il primo festival internazionale d’Italia dedicato al jazz. Organizzato da Arzano e Pasqua. Un evento, un po’ come la nascita della Milano-Sanremo. Io ero tra il pubblico. Ad applaudire musicisti del calibro di Louis Armstrong. L’anno dopo anch’io sarei salito su quel palco tra i protagonisti.
Un evento, d’accordo. Che non si fermò lì.
No, questo è il lato positivo. Dopo la rassegna del Donizetti, che proseguì e continua tutt’ora, nacque negli anni Settanta il festival jazz di Lovere che morì presto ma che lasciò il campo a Clusone. In quarant’anni per i musicisti jazz una serie di occasioni davvero speciali. E di qualità. Tutte qui nella nostra provincia.
Si può affermare dunque che i musicisti bergamaschi, anche grazie a queste occasioni, sono piuttosto fortunati?
La premessa è tutt’altro che rosea. Ed è legata alle innovazioni tecnologiche della musica. Io vengo dalle balere, a quindici anni suonavo lì. In valle Seriana, dove vivo, ce n’erano quattro o cinque che davano “lavoro” a una ventina di musicisti o appassionati di musica che potevano vivere di questo o arrotondare le loro entrate. Ebbene, a un certo punto le balere sono state sostituite dalle discoteche: bastava premere un bottone per far suonar la musica e far ballare. i musicisti non servivano più.Tutto è cambiato, soprattutto per chi voleva imparare sul campo a suonare. Perché non c’erano più “campi” da utilizzare.
Una rivoluzione?
Quasi come la rivoluzione industriale. Come quando i braccianti vennero sostituiti dalle macchine. Non sto dicendo che la tecnologia non abbia aperto altre strade, è ovvio. Ma quel che è certo è che gli amanti della musica si sono trovati chiusi gli spazi per raccontarsi a modo loro, per esprimersi con i loro strumenti.
Quindi, tornando ai jazzisti, alle balere si sostituirono i festival. Almeno in questo furono fortunati?
Certo, rispetto al vuoto totale, chi sceglieva il jazz poteva avere qualche occasione in più da momento che la Bergamasca ha sempre coltivato questo tipo di musica. Ma le assicuro che le occasioni sono ancora poche, poche per i jazzisti, pochissime per chi fa musica leggera. Mentre, al contrario, sta crescendo ed è cresciuta la qualità dei musicisti in genere.
Anche quella dei jazzisti?
Le proposte jazz in quarant’anni si sono molto diversificate. La qualità è migliorata. E qui in provincia di Bergamo ci sono musicisti apprezzati anche fuori dai confini nazionali. Il livello è molto buono. Penso a Bertoli, Bombardieri, Tracanna… e non posso citarli tutti.
Ma tra i festival di allora e quelli di oggi lei quali preferisce?
Allora i protagonisti non erano semplici musicisti jazz. Erano quelli che avevano inventato il jazz, erano la storia del jazz. Quando dico Armstrong dico tutto, no? Amo fare un paragone a questo proposito: tra gli anni Settanta e oggi c’è la stessa differenza che passa tra i costruttori di piramidi e quelli di un bungalow. Insomma, come se all’opera venisse direttamente Donizetti. O Verdi.
Si vive, si campa, di jazz?
Se intende di solo jazz le rispondo che alcuni vivono, molti altri no. Ma vivere di jazz non vuol dire solo suonarlo o fare dischi. Vuol dire magari, come è stato per me, insegnare musica, al Conservatorio, quando ero primo clarinetto e primo sassofono all’Orchestra della Rai, ma anche insegnare alle scuole medie. Fino al ’93 ho insegnato, poi ho deciso di non dipendere più da orari stabiliti da altri. Ma per me si è trattato di un completamento della mia passione. Certo, se mi chiede se col solo jazz si può mantenere una famiglia, le rispondo che è difficile. Ma quante passioni, quanti sogni riescono, seppur coltivati, a riempire il portafoglio?
Diciamo però che lei è un caso speciale. E’ un musicista jazz di successo, riconosciuto dagli esperti e dal pubblico del settore ma apprezzato da tanti altri in modo trasversale. Anche perché lei è un po’ trasversale, non solo per il suo amore per le balere…
Amo anche le bande, altro settore che in Bergamasca va alla grande. Questo va detto. E proprio perché amo le bande amo l’opera che queste formazioni suonano. Così da quattro anni sto lavorando a un progetto molto particolare che vedrà la luce a settembre.
Cos’è?
E’ una piccola storia dell’opera italiana dalla prima opera moderna, vale a dire l’Orfeo di Monteverdi, attraverso il Barbiere di Siviglia, la Tosca, la Cavalleria rusticana e altre. Le mie musiche fanno da trait d’union. E’ una storia davvero speciale, anche perché la incido, insieme alla filarmonica Mousikè del maestro Savino Acquaviva e altri jazzisti bergamaschi, per la ECM, una importantissima casa discografica internazionale. Il disco si intitola “Profumo di Violetta” e dopo l’uscita settembrina verrà presentato a metà ottobre al Festival jazz di Parma.
Violetta in jazz… lei ama proprio le contaminazioni sonore.
Amo la musica: dalle balere alle bande, dall’opera al jazz…   

 

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