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Stranieri, Bergamo è nona in italiaper i soldi inviati al Paese natale

Lavorano per noi, vivono qua, ma riescono a mandare parte dello stipendio, nei loro Paesi di nascita e, a volte ad aiutare l’economia locale. Anche dagli stranieri di Bergamo parte una fetta di questi soldi: la provincia orobica, infatti, è ai primi posti in Italia per le rimesse, precisamente al nono.

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Lavorano per noi, vivono qua, ma riescono a mandare parte dello stipendio, nei loro Paesi di nascita e, a volte (ancora troppo raramente) ad aiutare l’economia locale. Stiamo parlando degli stranieri, degli immigrati che dall’Italia contribuiscono oltre che ai beni di prima necessità, anche a dare lavoro ai connazionali nella loro patria. Grazie alle rimesse, vale a dire alla parte di busta-paga che inviano a casa.
 Dall’Italia nel 2006, come racconta un ampio servizio del Venerdì di Repubblica scritto da Francesca Ghirardelli, sono stati spediti quattro miliardi e trecento milioni di euro. Una fetta di questi soldi è partita da Bergamo che infatti, secondo un dossier della Caritas su dati Bankitalia, è ai primi posti per le rimesse, precisamente al nono, con 85.455 euro (quasi trentamila in più rispetto all’anno precedente). Davanti a Bergamo: Roma,  Milano, Torino, Firenze, Napoli, Brescia, Bologna e Prato.
Come mandano i soldi al loro Paese i lavoratori stranieri? L’apprendista tornitore Malick Ndiaye, che dalla provincia orobica ogni mese spedisce un quarto della busta paga in Senegal, alla mamma e alla futura sposa, sceglie le agenzie di money transfer “Wester union” o “Money gram”. Oppure va in Posta e ricarica la carta di credito prepagata che ha acquistato qui e poi spedito a casa dei suoi cari.
Come Malick sono tanti i lavoratori immigrati che si rivolgono agli sportelli di money transfer: secondo le stime si effettuerebbero nel mondo ogni anno un miliardo e mezzo di operazioni come questa per un totale di rimesse di 300 miliardi di dollari (nel 2006). Trasferimenti che incidono sulle economie dei Paesi a cui i soldi arrivano. Le rimesse verso il Senegal hanno costituito (nel 2005) il 19 per cento del prodotto interno lordo. Nonostante questo le conseguenze per l’economia locale non sono ancora forti come in molti sperano. Secondo le stime del Fondo delle Nazioni unite per lo sviluppo agricolo, infatti, un gran fetta delle rimesse (tra l’80 e il 90 per cento) serve ad acquistare beni di consumo: alimentari, vestiario, casalinghi, per medicinali e per l’istruzione. Solo il 10-20 per cento finisce in risparmio o investimenti. Così, nonostante ci siano organizzazioni che sostengono progetti di sviluppo in loco, ancora pochi sono i risultati concreti dentro i Paesi da cui arriva la manodopera straniera.
Va detto che qualcosa comincia a cambiare, come dimostra il modo di vivere e gestire i propri introiti di un altro senegalese. Fall Moussa, che pure lavora in provincia di Bergamo, spedisce con “Western union” 250 euro al mese alla famiglia. Ma contemporaneamente mette da parte in una banca del Senegal duemila euro all’anno per poter aprire, prima o poi, un’impresa.   

 

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