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Parenzan: “Bergamo splendida città, ma a funzionalità ridotta”

"Una città a funzionalità ridotta. Mi piace tantissimo sia chiaro, la trovo ideale sotto molti punti di vista. Ma alcuni difetti non si possono non notare". Lucio Parenzan, padre della cardiochirurgia infantile ama Bergamo, ma critica i tanti disaccordi che le impediscono di migliorare. "Mi dicono che il nuovo ospedale non avrebbe una grande possibilità ricettiva. Spero non sia così".

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"Una città a funzionalità ridotta. Mi piace tantissimo sia chiaro, la trovo ideale sotto molti punti di vista. Ma alcuni difetti non si possono non notare". Lucio Parenzan (nella foto), padre della cardiochirurgia infantile italiana d’origini goriziane, abita a Bergamo dal 1964. 
Professore, la trova cambiata di molto questa città negli ultimi decenni?
"Mettiamola così: negli ultimi dieci anni non si è costruito niente rispetto al ventennio precedente. A fronte di tante opportunità e occasioni raccolte, i bergamaschi hanno questo vezzo di non andare mai d’accordo, così qualcuno continua a proporre progetti che altri poi bocciano e che quindi rimangono al palo".
Pensa a qualcosa in particolare?
"Come non pensare a Città alta. Ci abito da quarant’anni ormai e i problemi sono sempre gli stessi. Peraltro ancora lungi dall’essere risolti. C’è bisogno di parcheggi, di un nuovo modo di concepire la zona storica… se ne parla, si lanciano idee, si fanno confronti. E poi non succede niente. Anche se adesso ho visto il progetto di questo ascensore per la risalita che potrebbe portare un lieve miglioramento. Ma penso anche ad Astino…".
Per Astino lei aveva un sogno, anzi un progetto. Che fine ha fatto?
"Volevo creare qui una scuola internazionale del cuore. L’avevo concepita come una trasformazione da monastero coi benedettini col saio bianco a monastero della scienza medica coi dottori in camice bianco. Due anni fa avevo presentato il progetto, poi si è optato per strade diverse. Adesso mi pare l’abbiano dato alla Mia. Niente da recriminare, ma non se ne sa più nulla".
Bergamo frenata dai troppi disaccordi: è l’unico neo?
"Trovo indecente la nostra stazione. Nei giorni scorsi sono stato a Mestre e Trieste: non c’è confronto tra le stazioni di queste città e la nostra. Davvero è un brutto biglietto da visita".
Insomma, in  fondo non sembra le piaccia poi molto, Bergamo.
"Sono felicissimo di stare qui e mi trovo bene da decenni. Perché sono tantissimi i lati affascinanti, soprattutto sul versante dell’arte, della musica e delle scienze. E le ‘frenate’ di cui parlavamo non esistono certo in tutti i settori. Prendiamo l’ospedale…".
L’ospedale, di cui appunto lei è stato una colonna visto che proprio nel ’64 venne a dirigere la cardiochrurgia.
"Beh, l’ospedale è cresciuto, eccome. Allora era davvero piccolo ed era in corso una diatriba se farlo diventare regionale o meno. Per fortuna abbiamo vinto noi che lo volevamo regionale. Da allora di strada ne ha fatta in tanti settori, penso al mio, la chirurgia pediatrica cresciuta qualitativamente in modo esponenziale. Adesso però c’è la nuova struttura da gestire. Mi dicono che non avrebbe una grande possibilità ricettiva. Spero non sia così. In ogni caso ora bisogna trovare chi la guiderà quest’auto di lusso e modernissima, bisogna trovare dirigenti all’altezza".
Superati gli ottant’anni lei continua a lavorare alla Humanitas Gavazzeni, dove è direttore scientifico, e a impegnarsi nel sociale. Non ha intenzione di riposare? 
"Ho una  sacco di idee e di impegni da seguire. L’Humanitas è un  esempio, anche per questa città, di sanità privata che fuinziona. Ma poi c’è la Scuola internazionale del cuore ho fondato quindici anni fa e che è una scommessa da vivere giorno per giorno. Invece di andare a fare il ‘turismo umanitario’ come lo chiamo io, cioè qualche settimana in un luogo depresso a portare un po’ di aiuto, noi formiamo qui medici provenienti dai Paesi poveri. Stanno qui uno o due anni, imparano le tecniche moderne e poi tornano a offrire le loro competenze laddove ce n’è davvero bisogno. Sa quante soddisfazioni mi dà questo progetto? Vedere i nostri ‘allievi’ che diventano primari in Romania, ma anche a Mosca, ci conforta non poco".
Lei è anche collaboratore prezioso di Gino Strada e di Emergency.
"Forse ad agosto riuscirò a raggiungere il mio amico Gino a Khartoum, dove c’è il centro di cardiochirurgia che è ai masimi liveli mondiali, un’astronave nel deserto, un miracolo sognato e voluto da Emergency con cui ho collaborato e collaboro tutt’ora. Già vengono operati cinquecento adulti all’anno, una cifra incredibile. E adesso c’è il comparto pediatrico da far crescere: una realtà tecnicamente ai massimi livelli mondiali in piena Africa centrale, in un Paese dove la guerra va avanti da oltre vent’anni".
Con tutto questo vissuto ha ancora dei sogni il professor Parenzan?
"Confido di avere ancora tempo, tanto tempo, per proseguire su questa strada" 

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