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19 Aprile 2014 - Ultimo aggiornamento: 21:40
Argomento: 
Il politico gentile
Si è spento a 83 anni il senatore che si era formato nella corrente democristiana della base. Tornò a Bergamo nel 2007 per presentare un suo libro e nacque un dibattito interessante: l'articolo di allora.

Addio a Chiarante,
con Lucio Magri
ruppe con la Dc per il Pci

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E' morto Giuseppe Chiarante, 83 anni, a lungo dirigente e parlamentare del Pci.

Formatosi nella corrente di base della Dc di Bergamo con Lucio Magri nei primi anni Cinquanta, arrivarono entrambi alla rottura con l'allora segretario democristiano Amintore Fanfani. Sia Chiarante sia Magri aderirono successivamente alla federazione del Pci di Bergamo.

Direttore del settimanale ''Rinascita'' e poi di ''Critica marxista'', Chiarante si schiero' contro la svolta della Bolognina proposta da Achille Occhetto che avvio' il cambiamento del nome del partito. Insieme a lui, Pietro Ingrao, Lucio Magri e Aldo Tortorella con il quale fondera' l'Associazione per il rinnovamento della sinistra.

Al centro dell'ultimo impegno di Chiarante la politica di difesa dei beni culturali. Era infatti presidente dell'Associazione Bianchi Bandinelli per la tutela del patrimonio culturale italiano

Qualche anno fa il direttore di Bergamonews Rosella del Castello (per l'Eco di Bergamo) seguì il rientro di Chiarante a Bergamo mentre usciva un suo libro di memorie "Tra De Gasperi eTogliatti". Ecco l'articolo di allora

 

Berlanda, Granelli, Rampa, Leidi, Asperti, Minardi, Bernini... Man mano che si citano nomi di politici bergamaschi, democristiani e comunisti, quei politici che nel dopoguerra erano giovani promettenti di belle speranze, lui solleva la testa e sorride, un po' contento del ricordo e un po' amareggiato perché tanti di loro non ci sono più.

Lui è Giuseppe Chiarante che è tornato a Bergamo, la città dove ha trascorso l'adolescenza, dove ha studiato, al Sarpi, dove si è lanciato in una brillante carriera nei giovani Dc, dove ha maturato anche la scelta di abbandonare lo scudocrociato per approdare al «nemico», al Pci.

Una serata però per niente nostalgica, se si eccettua il rimpianto per una passione politica ormai sopita negli animi della gente del Duemila. Una serata intellettuale potremmo dire, in cui il libro di memorie («Tra De Gasperi e Togliatti», Carocci editore) che Chiarante ha dato alle stampe nel 2006 è il punto di partenza per parlare dei rapporti tra Chiesa e politica, di come può concretizzarsi la voglia di pace e perfino di un parallelo inedito tra Dossetti e Gramsci.

Ma anche la serata di un chiarimento mai avvenuto tra l'esponente del gruppo di fuoriusciti democristiani e chi invece nella Dc orobica ha continuato a stare, con maggiore fatica, forse proprio per colpa di quella diaspora.

È Franco Cortesi che rilancia la propria provocazione a Chiarante: «Ma insomma, perché mai hai cercato di cambiare il Pci? Non potevi startene qui e cercare di cambiare la Dc da cui provenivi? Non era più facile, per te e per tutti noi che avremmo davvero voluto un partito d'ispirazione cristiana ma aperto, laico, bello e pulito?».

Il parlamentare non si tira indietro e dà la sua spiegazione che parte da lontano e che ha già illustrato al professor Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, chiamato (insieme all'allievo Francesco Mores) dall'Isrec e dai Ds, promotori dell'incontro, a «stuzzicare» il protagonista.

«Io ero lì, ragazzo anche ben avviato dentro la Dc, ma era la Dc in cui ormai aveva preso il sopravvento Fanfani (rispetto a quella degasperiana), una Dc decisamente impegnata a occupare tutti i posti di potere. Lo scontro è stato acutissimo e alla fine non ho potuto, non abbiamo potuto far altro che andarcene». Andarsene, va bene, ma proprio nel Pci? «Sì, perché nello stesso momento il Pci mostrava la possibilità-necessità di un'apertura, di un confronto, di un dialogo.

Dopo l'intervento di Malenkov che superava l'idea leninista della inevitabilità della guerra, intervento ripreso da Togliatti, ecco noi cattolici del dialogo abbiamo pensato che il nostro apporto poteva aiutare l'apertura. Lì sì che potevamo ancora essere utili». Utili a fare del Pci il partito della terza via, liberato dall'abbraccio sovietico, ma insieme critico sull'idea di mercato come regolarizzatore della società.

Già, Chiarante parte da Dossetti e passa per Gramsci per arrivare a convincersi che è possibile cambiare la società italiana centrando l'attenzione sull'economia, ma anche sul senso civico, sulla morale. E qui entra in gioco il tema della pace, della pace e dei cattolici.

È il periodo di Pio XII, ma è anche il periodo che apre le porte a Papa Giovanni XXIII e in cui a Bergamo la figura del vescovo Bernareggi ha aiutato il maturare delle coscienze, come Chiarante riconosce: «La svolta radicale in materia di pace portata da Papa Giovanni è sì dovuta alla personalità di Angelo Roncalli, ma anche al lavorìo delle coscienze che ha accompagnato l'elezione del Pontefice bergamasco». Un lavorìo che, appunto, passa attraverso tanti strappi anche dentro il mondo cattolico. Insomma, la Bergamo di Chiarante & Co. è stata un laboratorio politico decisamente effervescente, già negli anni Cinquanta.

L'hanno sottolineato Angelo Bendotti, direttore dell'Isrec, Enrico Fusi, assessore comunale alla Cultura, Matteo Rossi, segretario cittadino dei Ds, Francesco Tagliarini che pure lasciò la Democrazia cristiana senza approdare al Partito comunista, Gianni Previtali che ha ricordato la vitalità del mondo del lavoro orobico.

 

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