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23 Agosto 2014 - Ultimo aggiornamento: 20:57
Argomento: 
Diario Bengalese
Il viaggio di Stefano Marcora: a zonzo per il Bangladesh sui più scassati mezzi di trasporto della Terra (eppur si muovono) e alla scoperta delle campagne profonde

I bus del Bengala

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Bangladesh come viaggio.Vorrei spendere due parole per descrivere uno dei mezzi di trasporto che ho avuto modo di conoscere abbastanza bene in questi giorni: il bus. L'autobus bengalese è una cosa spettacolare; in ordine di importanza sono queste le cose che devono per forza funzionare: il motore (e aggeggi rotanti annessi), il clacson e le luci abbaglianti. Il resto conta poco. Il cruscotto polveroso dell'autista è pieno di modifiche quali levette, bottoni, stemmi, autodesivi e lucette colorate; peccato che la strumentazione normale non funzioni affatto. Quello che conta è l'esperienza del guidatore. Come nei mezzi più obsoleti il motore rientra parzialmente accanto al posto guida, donando un piacevole tepore al resto del bus già torrido. Passiamo ai posti a sedere: sono circa una quarantina con uno spazio anteriore riservato generalmente alle (poche) donne. I sedili sono sporchi, spaccati, sformati, vissuti quanto basta. In un paio di casi qualcuno ha avuto la brillante idea di inserire su di essi dei poggiatesta di tessuto bianco. Una crudeltà. Il resto dell'abitacolo è consumato e logoro come i sedili. Al loro esterno i pullman sono pieni di ammaccature e rattoppi mal fatti. È la prima volta che vedo gli specchietti retrovisori fissati all'interno del posto guida per evitare la loro rottura nella lotta continua in coda e nel traffico. Quando possono, questi veicoli urlanti e  strombazzanti vanno ad una velocità pazzesca sfiorando letteralmente persone, cose, animali e tutti gli altri mezzi di trasporto presenti sulla strada.Gli addetti del bus sono sempre tre: l'autista, il bigliettaio (il quale non emette biglietti ma si limita ad intascare i soldi) e una terza persona che volge piu' ruoli contemporaneamente. Il conducente è il coordinatore del terzetto, poi viene l'incassatore e, da ultimo, il terzo uomo che avvisa l'autista quando fermarsi, facilita l'uscita e l'entrata dei passeggeri, carica i bagagli e fa da navigatore. I tre lavorano all'unisono con lo scopo di far scorrere più velocemente il mezzo lungo il nastro asfaltato, gridando, minacciando e litigando con coloro che si interpongono verso la meta finale. Tutti fanno in modo di avere il maggior numero di passeggeri, fermandosi a richiesta in qualsiasi punto della strada, aspettando i ritardatari e rifiutando coloro che effettuano poche fermate perche' poco remunerativi. Gli addetti del bus masticano spesso betel per avere piu' energia. La manutenzione di questi mezzi è volentieri lasciata al caso; nella mia breve (ma intensa) esperienza  ho avuto la fortuna di incappare in due rotture del cambio, un piccolo incidente ed una foratura di pneumatico. 

Verso Nord.Iniziando la mia strada verso il settentrione del Bangladesh, nei giorni passati ho avuto l'opportunita' di essere invitato nella casa dei parenti di Joseh, visitando cosi' una delle tante aree rurali di questo Paese. Dopo aver lasciato Dhaka con tutte le sue sofferenze ed il suo caos, ho percorso in bus (ovviamente!) 200 km e, poco dopo aver attraversato il lunghissimo ponte sul Brahmaputra, sono arrivato al punto dove mi aspettava Joseh. Abbiamo preso un altro bus, poi un riscio' a pedali, addentrandoci cosi' sempre piu' nel cuore rurale del Bangladesh. Ad un certo momento Joseh si e' sceso in un villaggio per acquistare qualcosa e, in pochi secondi, sono stato attorniato da una piccola folla di uomini curiosi. Joseh è un bengalese missionario laico del PIME di origine tribale; la sua etnia possiede una lunghissima tradizione agricola. E' stato interessante vivere un paio di giorni nella bella casa di terra e fango del fratello di Joseh, senza elettricità, con con l'acqua che arrivava da una pompa a mano. Joseh mi ha fatto conoscere  molte piante tropicali come lo zafferano, il ginger, i diversi tipi di palma, il mogano e alberi dai frutti sconosciuti e buonissimi. Dopo aver visto il Gange, abbiamo raggiunto Dinajpur, una cittadina al nord del Bangladesh. Qua ho visitato alcuni progetti di cooperazione e un lebbrosario. Quando stavamo visitando il centro per la cura dei lebbrosi, sono stato colpito da una ragazza giovane molto delicata, Sanya, che aveva contratto la lebbra a due dita della mano. Era stata ricoverata, curata e poi dimessa con successo. Peccato che, nonstante le raccomandazioni dei medici, un giorno Sanya si è messa cucinare, scottandosi gravemente le due dita malate perche' ancora insensibili.

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Giovedì, 18 Settembre, 2008
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