Più lavoro alle donne
ma le riforme riducono
il part-time: di' la tua
Più lavoro alle donne. Quante volte l’abbiamo sentita questa promessa nel bel mezzo della campagna elettorale? Difficile quantificare, vista la massiccia ripetizione in tutte le salse e dibattiti in cui viene proposta.
In effetti il tasso di occupazione femminile in Italia è davvero basso, se si pensa che l’Istat stima che le donne che lavorano sono solamente il 46,4% nel 2011. Un dato che fa riflettere se si considera che il nostro Paese è al penultimo posto in Europa, seguito solo da Malta. Secondo una ricerca dell’Istat, tra il 2008 e il 2010 c'è stata una diminuzione della presenza femminile nel mondo del lavoro seguita da un peggioramento della qualità professionale. Per esempio: è aumentata l'occupazione poco qualificata (più 218mila donne, in gran parte straniere) e diminuita quella più qualificata (meno 270mila donne italiane).
In sintesi: sono aumentate le operaie, le colf e le badanti e sono diminuite le imprenditrici e le libere professioniste. In questo quadro promettere più lavoro alle donne significherebbe andare incontro alle necessità del genere femminile.
La cause
Una delle cause maggiori della disoccupazione femminile in Italia è la maternità. Secondo le ultime statistiche, una donna su quattro lascia il proprio lavoro alla nascita del primo figlio. Il 63% delle donne senza figli ha un lavoro. La percentuale, però, diminuisce al 58% alla nascita del primo figlio, scende al 54% al secondo e arriva fino al 41,7% al terzo.
Tra i motivi che spingono una donna a lasciare il lavoro c’è l'assenza di servizi come: asili nido pubblici, scuole materne e l’assistenza ai genitori anziani.
Certo aiuterebbero anche le forme di contratto, come il part-time. Ma con il decreto legge 112 del 2008 e con la riforma della pubblica amministrazione firmata dall’allora ministro Renato Brunetta il part-time è diventato un miraggio per molte donne che lavorano negli enti pubblici. Se in passato il part-time nella pubblica amministrazione era stato un diritto del dipendente - che poteva essere al massimo posticipato per sei mesi in caso di ripercussioni negative gravi sull'organizzazione degli uffici – ora l'amministrazione può respingere la richiesta se la riduzione d'orario complica l'organizzazione del lavoro, senza dover dimostrare il grave pregiudizio.
Ora, con il patto di stabilità che costringe i Comuni a non spendere e quindi a non assumere, sarà difficile per una donna ottenere un contratto part-time per seguire la famiglia. In questo quadro non ha portato nessun giovamento la riforma del ministro Elsa Fornero che ha introdotto il diritto di ripensamento – per lavoratori studenti o affetti da gravi patologie – consistente nella revoca del consenso alle clausole flessibili ed elastiche con cui il datore di lavoro può di norma modificare un contratto part-time.
Il contratto part-time, infatti, può essere modificato dal datore di lavoro attraverso clausole flessibili con preavviso di cinque giorni e clausole elastiche (preavviso minimo due giorni) applicabili al part-time verticale e misto, con l’aumento del tempo di lavoro per determinati giorni.
Insomma, misure che hanno ristretto la forza vincente del contratto di lavoro part-time che assicura al mercato del lavoro forze nuove e, allo stesso tempo, alle donne la possibilità di conciliare un’occupazione con gli impegni della famiglia.
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Commenti
Il problema c'è ed è vero ma
l'equazione del NWM è questa:
la quantità e qualità(con
in italia cè piena liberta
X le donne se vogliono un
Io da uomo non capisco perchè
3 anni per un figlio 6 per 2
In altri paesi Europei molto
Penso che sia ora di mettere
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