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24 Luglio 2014 - Ultimo aggiornamento: 18:35
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Dopo otto anni Maurizio Laini lascia la guida della Cgil di Bergamo per entrare a far parte della segreteria regionale del sindacato guidato da Guglielmo Epifani. Ieri ?? stato eletto ai vertici lombardi Nino Baseotto, oggi saranno indicati i 14 componenti della segreteria, tra cui appunto Laini. Ai primi di settembre, invece, in via Garibaldi gli subentrer?? Luigi Bresciani. E??? il momento dei bilanci, delle riflessioni e degli auspici per il futuro.

L'addio di Laini: Bergamo ?? cresciuta ma la politica rimane inadeguata

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Dopo otto anni Maurizio Laini lascia la guida della Cgil di Bergamo per entrare a far parte della segreteria regionale del sindacato guidato da Guglielmo Epifani. Ieri è stato eletto ai vertici lombardi Nino Baseotto, oggi saranno indicati i 14 componenti della segreteria, tra cui appunto Laini. Ai primi di settembre, invece, in via Garibaldi gli subentrerà Luigi Bresciani. E’ il momento dei bilanci, delle riflessioni e degli auspici per il futuro. Con spunti che non mancheranno di suscitare discussione.
In un flash, 8 anni ai vertici della Camera del lavoro cosa hanno portato?
Anzitutto, una crescita degli iscritti in generale, e degli extracomunitari in particolare. Nel 2000 i primi erano 79 mila, oggi sono 95 mila. I secondi sono passati dal 3,68 per cento ad oltre il 18 per cento. Questo dice quanto sia cambiata la Cgil in questi anni.
La Cisl rimane comunque lontana.
La Cisl ha uno storico radicamento territoriale, un sistema di relazioni e di rapporti con mondi importanti, una rendita di posizione in alcuni ambiti (come quello dell’informazione), che rendono improbo qualsiasi confronto.
Lei diceva prima che è cresciuto il numero di iscritti della Cgil. Ma è cresciuto di pari passo anche il sindacato?
La mia gestione rientra in un periodo molto particolare. Gli anni di Cofferati, dell’isolamento della Cgil. Una stagione esaltante dal punto di vista dell’identità ma anche molto complicato. Il merito della Cgil di Bergamo è di aver saputo mantenere, nonostante la fase turbolenta, le relazioni con il territorio, lavorando alla risoluzione dei problemi della provincia senza farci condizionare dalle spaccature sui temi propri del sindacato.
Spesso, però, più che sindacato avete fatto politica.
Noi abbiamo cercato di porre degli obbiettivi capaci di salvaguardare il lavoro e le condizioni del lavoro stesso. Quando si parla di competitività territoriale si sollevano questioni che non toccano le sfere dei contratti e dei salari, ma che influiscono direttamente sullo sviluppo dell’economia. La politica in quanto tale, invece, non è mai stata nei nostri interessi.
Il vostro protagonismo è stato amplificato dalla debolezza della politica?
Da sempre ho un giudizio negativo sulla qualità del personale politico della nostra realtà. Diciamolo francamente: se non ci fosse stato Percassi, con alcune scelte strategiche, non si sarebbe mai aperta una discussione sulle trasformazioni dell’economia bergamasca. Questo ruolo sarebbe toccato alla politica.
Fatti i doverosi complimenti a Percassi, affidarsi ad un solo imprenditore rischia di essere poco consolante.
Purtroppo, in Bergamasca non c’è sono più di una dozzina di eccellenze industriali. Tra le risorse che possiamo sfruttare per il futuro ci sono senz’altro l’aeroporto, il Kilometro Rosso, BergamoScienza, Città Alta, forse il nuovo ospedale (se solo si riuscisse a capire cosa ne sarà).
La Cgil, con le altre organizzazioni sindacali, è stata protagonista del famoso “Patto per Bergamo”. E’ stata una esperienza utile?
Sì, perché ha contribuito a creare una cultura unitaria, a fare il cosiddetto sistema. Oggi è più chiaro a tutti che la contrapposizione tra categorie è un disvalore.
Anche se poi le spaccature ci sono comunque…
Non posso negarlo. Ma anche certe opzioni, come il cartello Imprese & Territorio, se da un lato rompono antichi rapporti di collaborazione (penso a Polis), dall’altro rinsaldano relazioni tra soggetti con vocazioni simili. Anche queste operazioni, voglio dire, partono dal presupposto che l’unione è un valore.
Lei è convinto che questo benedetto “sistema Bergamo” tanto invocato oggi ci sia?
Sicuramente più di quanto non ci fosse nel 2000.
Cosa manca?
Manca la politica, mancano opzioni bipartisan sulle scelte strategiche. Solo se c’è unità di intenti si possono costruire operazioni di qualità.
La Cgil cosa ha fatto per migliorare la situazione?
Abbiamo portato idee e progetti. Siamo stati i primi a credere nella riconversione di S. Pellegrino dopo aver letto attentamente il rapporto dell’Ocse. Abbiamo lanciato il tema della crisi della Valle Brembana, abbiamo parlato della necessità di lavorare sull’integrazione degli immigrati. E ci vantiamo di aver sottolineato più volte che è meglio chiudere un’attività piuttosto che lavorare in nero.
Come si è trasformata la realtà economica bergamasca?
In maniera profonda e radicale. Ora c’è bisogno di una trasformazione urbanistica che recuperi l’immobilismo degli ultimi 25 anni. Io intravedo un cambiamento che sposterà il baricentro dell’economia orobica dal manifatturiero diffuso al turismo e ai servizi.
Vuole decretare la fine dell’industria e, quindi, del sindacato?
Per quel che ci riguarda, il sindacato che stava nelle fabbriche e lì costruiva rapporti di forza è già finito. Il sindacato fordista, quello legato all’ideologia della classe operaia appartiene al passato. Bisogna cambiare pelle e adeguarsi ad un mondo che è profondamente cambiato.
La più bella soddisfazione alla guida della Cgil?
La manifestazione del 2003 che ha visto la Cgil da sola portare in città oltre 12 mila lavoratori.
La più bruciante sconfitta?
La chiusura della Candy di Cortenuova. Una decisione calata dall’alto, con arroganza e senza alcuna attenzione per il territorio.
Non è stata l’unica delocalizzazione.
Sì, ce n’è una bergamasca che ci ha lasciato tanto amaro in bocca. Mi riferisco al trasferimento della Brembo da S. Giovanni Bianco a Mapello. Noi abbiamo cercato di capire le ragioni dell’imprenditore, ma l’imprenditore (cioè Bombassei) non ha saputo fare altrettanto.
Lei si è lamentato spesso della mancanza di attenzione giornalistica alle iniziative della Cgil. E’ un problema superato?
No, ma non è un problema della Cgil e tantomeno personale. E’ la questione centrale di questo territorio che vive in una situazione di sostanziale monopolio dell’informazione. Il dibattito ne risulta bloccato e guidato dall’alto dalla linea editoriale del monopolista.
E secondo lei il territorio ne soffre?
Sì, anche se bisogna aggiungere, per onestà, che se non si riescono a trovare, o non si vogliono impiegare, risorse per creare nuove iniziative editoriali significa che al territorio va bene così. Amaro constatarlo, ma dopo averne viste tante non si può che arrivare a questa conclusione.
Ora che si trasferisce a Milano non avrà più di queste preoccupazioni. Contento di cambiare aria?
No, mi dispiace. Di Bergamo conosco tutti i limiti e le contraddizioni, ma è una città bellissima e mi piace così, comprese le cose che non condivido. A Milano vivrò un’esperienza diversa. Mai nessun bergamasco in precedenza ha fatto parte della segreteria regionale. E ciò mi aiuta a superare il dispiacere di dover lasciare la mia città.

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