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22 Ottobre 2014 - Ultimo aggiornamento: 18:49
Argomento: 
Il discomane
Brother Giober va in vacanza e saluta il suo pubblico su Bergamonews con il cantautore che ha inaugurato (alla grande) il Summer Festival di Lucca. Ma invitando anche a riascoltare il suo disco preferito: "Songs in the Key of Life" di Stevie Wonder

Tom Petty, rieccolo
Col vecchio "Mojo"
ma in veste live

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Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare...

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Tom Petty

TITOLO: Mojo Tour Edition

GIUDIZIO: ***1/2

Non si tratta proprio di un disco nuovo, ma della ristampa di un lavoro pubblicato nel 2010 e intitolato Mojo.

La nuova edizione si arricchisce di un cd dal vivo, registrato durante la tournée del 2010, a supporto del lavoro in studio.

All’inizio dell’estate Tom Petty ha intrapreso un tour in Europa che ha toccato anche la nostra penisola per un’unica data che lo ha visto come headliner al Summer Festival di Lucca. Chi c’era mi ha detto di un grande concerto e non ho motivi di dubitarne vista la qualità dei musicisti che compongono gli Heartbreakers, il carisma del leader e la qualità delle canzoni.

Questa nuova edizione di Mojo esce a supporto del tour europeo e alla ristampa del lavoro in studio del 2010 viene aggiunto un secondo cd contenente alcune tracce registrate dal vivo durante il tour negli Stati Uniti di quell’anno.

Per la verità non sono mai stato un fan assoluto di Tom Petty e non so dirvi il perché. La sua musica, per molto tempo, non mi ha mai convinto del tutto forse anche a causa di una voce un po’ troppo nasale. Tuttavia lo seguo sin dagli esordi della sua carriera, avendo acquistato, appena uscito, nel 1976, il suo album d’esordio e avendo molto amato la sua terza opera Damn the Torpedoes del 1979. Poi però ne ho un po’ perso le tracce sino a quando nel 2005 è stato pubblicato il disco dei Mudcrutch che ancor oggi trovo bellissimo, gruppo del quale Tom Petty era il componente di riferimento e ho ricominciato ad ascoltare i suoi dischi con una certa assiduità, riscoprendolo in parte.

Mojo, intendo dire quello di studio, era un discreto disco, non certo un capolavoro. Buona parte del materiale del disco dal vivo è già noto ai fan più accaniti essendo stato pubblicato a novembre del 2011 sul vinile intitolato Kiss My Amps. Oltre ai brani di Kiss My Amps, aggiunte alla track list del disco dal vivo, troviamo una b-side di un singolo del 1999, Sweet William, e una serie di hit di lavori passati tra le quali svettano i capolavori Refugee ed American Girl.

Ma sono tutte le composizioni riproposte dal vivo, anche quelle tratte da Mojo, che acquistano nuova linfa, nuova energia e ne escono in genere abbellite.

Apre le danze Listen to the Heart, tratta dal secondo album di Tom Petty, Are you Gonna Get It, e il ritmo si fa subito sostenuto, le chitarre in Petty e Campbell in primo piano sostenute dal drumming di Ferrone, non un esteta dello strumento ma un musicista di sostanza. Il brano è di grande impatto e anche se non si è presenti al concerto non è difficile immaginare l’ondeggìo di tutto il pubblico.

You Don’t Know How It Feels è una ballata introdotta dall’armonica di Petty per un’atmosfera molto dylaniana che coinvolge e conquista l’ascoltatore e anche la voce, che non ho mai amato, sembra nel caso calzare a pennello.

I Won’t Back Down, da Fool Moon Fever è tirata e pervasa da un filo di inquietudine che diventa sfogo liberatorio durante il ritornello, cantato a più voci. Un altro grande brano perfettamente riuscito anche grazie alla resa della band. E l’assolo di chitarra nel mezzo del brano è da brividi.

Takin’ My Time è la prima composizione tratta da Mojo, ed è un blues tirato allo spasimo; la versione dal vivo non si discosta granché da quella di studio. Chitarre in primo piano che fendono l’aria e atmosfere care al genere.

I Should Have Known It, tratto ancora da Mojo è un rock blues con un riff ripetuto e la chitarra di Campbell che vaga libera. Le atmosfere rispetto alla versione di studio sono leggermente più appesantite.

Di Sweet William vi ho già scritto prima. È un blues carico di inquietudini, dalle cadenze lente e con le chitarre a farla da padrone. Il coro che sottolinea il refrain toglie pesantezza al brano e le svisate dell’organo di Tench contribuiscono a creare un atmosfera molto seventies. Il ritmo che accelera a metà del brano coglie di sorpresa e l’armonica fornisce un contributo assai azzeccato. Un brano che dal vivo acquisisce grande spessore.

Jefferson Jericho Blues, è carico di ritmo ed assomiglia ad alcuni lavori della Allman Brothers Band. Certo un bel brano da eseguire dal vivo perché in grado di rapire il pubblico per la qualità degli inserti strumentali, anche se alla fine un po’ di monotonia affiora qua e là.

First Flash of Freedom ha cambi di ritmo ed atmosfere che contribuiscono a dare varietà alla canzone. Alcuni passaggi “liquidi” e sognanti servono ad innalzare la qualità del brano che dal vivo acquisisce gradi rispetto alla versione di studio. Atmosfere molto prossime ad alcuni lavori solisti di David Crosby. Il contributo di Tench all’organo è da sogno.

Running Man’s Bible è scandita dalle chitarre e spezzata dalle incursioni delle tastiere. La versione è decisamente godibile e la band suona che è un piacere.

Good Enough era il brano di chiusura di Mojo, ed è un blues lento, di atmosfera, cantato con la giusta partecipazione, con alcuni inserimenti della chitarra di Campbell in grado di lasciare il segno.

Chiudono il disco due pezzi immortali come Refugee, meravigliosa come sempre, e, soprattutto, American Girl, ritmata, travolgente come non mai. Sei minuti di vero e proprio tornado musicale.

Insomma, soprattutto se non possedete già Mojo, questa riedizione rappresenta una grande occasione per avere anche una bella rappresentazione dell’arte di Tom Petty nella dimensione live. Io però un pensierino lo farei anche se Mojo lo avete già......

Bene, approfitto per augurare a tutti buone vacanze e, se non le fate almeno buon riposo. Ciao.

Brother Giober

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE:

The Travelling Wilburys – Collection

The Birds – Turn!Turn!Turn!

The Buffalo Springfield – Last Time Around

ALTRO (dischi dimenticati, nascosti e meritevoli di menzione, oppure no )

Stevie Wonder – Songs in the Key of Life *****+ Chi ha avuto la pazienza di seguirmi dall’inizio sa che questo è il mio disco preferito in assoluto. Qui la creatività è al massimo grado e si spazia dal soul al jazz al blues con una facilità che lascia sbigottiti. Tutte le canzoni sono dei potenziali hit ed hanno le caratteristiche per essere considerate dei veri e propri capolavori. Da If it’s magic , dolce come poche, al funk di I Wish , al soul di Sir Duke per finire alla più bella di tutte, Love's in Need of Love Today , un misto di soul e gospel da far accapponare la pelle, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Beachwood Sparks – The Tarnished Gold ***1/2 Un cortese lettore che si firma Il Baz mi ha segnalato qualche settimana fa questo album di un gruppo a me sconosciuto. Consultando Wikipedia ho appreso che vengono da Los Angeles e suonano dai primi anni 90, che si sono sciolti e poi su insistenza di uno dei componenti sono tornati dopo anni a produrre questo album e, infine, che il loro genere è l’alternative country. In particolare mi ha incuriosito un commento del Daily Telegraph, che riporto fedelmente, e che ha descritto la loro musica come una sorta di “country through a kaleidoscope”. Ho quindi scaricato l’album che mi sembra proprio bello. Il riferimento primo che mi viene in mente è quello dei Fleet Foxes , ma vi ho trovato anche analogie con i vecchi Poco ed alcuni lavori di K.D. Lang. Quello che mi ha colpito di più sono gli arrangiamenti, gli impasti delle voci che ricordano molto da vicino gli artisti sopra ricordati. Le atmosfere sono nella maggior parte dei casi sognanti con grande uso di chitarre, soprattutto acustiche. Le canzoni sono pure belle anche se in alcuni casi è facile individuare una certa pigrizia nel trovare soluzioni melodiche più intraprendenti. Brillano tra le altre composizioni, Forget the Song con una slide assassina, la successiva Sparks Fly Again anche se tutti i brani sono sopra la media.

Silvia Anglani – Complice *** In questo caso ad attirare la mia attenzione sono stati i commenti, tutti entusiastici, a quest’album che ho trovato su I.Tunes, il che un po’ mi ha fatto, ovviamente, riflettere ed insospettire. L’album è suonato con la collaborazione del grande sassofonista Michael Rosen e tutte le composizioni, tranne una, escono dalla penna di Gabriele Rampino, un compositore salentino già attivo in colonne sonore cinematografiche. Il lavoro è decisamente buono, ma non straordinario, lei ha una grande voce, gli arrangiamenti sono assai eleganti e la musica, in genere, informata ad una eleganza formale assoluta anche se, a volte, un maggiore “soul” sarebbe stato importante ci fosse. L’unica cover è quella di un brano di Mina, Conversazione: apprezzo il coraggio ma, insomma, per il futuro eviterei confronti così impegnativi.

PLAY LIST: Unplugged

Loggins e Messina – House at the Poor’s Corner

Neil Young – Cowgirl in the Sand

Rod Stewart - Sailing

David Crosby - Triad

Stephen Stills - Chicago

Graham Nash – Teach Your Children

Badly Drawn Boy – Something to Talk About You

Ben Howard - Diamonds

Bob Dylan – Tangled Up in Blue

Bob Marley – Redemption Song

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