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01 Novembre 2014 - Ultimo aggiornamento: 10:07
Argomento: 
Il discomane
"Storm and Grace" è il terzo disco della figlia di Elvis e moglie di Michael Jackson: un cambio di rotta con atmosfere che sanno di blues, country e radici. In tema la play list di Brother Giober che racconta le performance musicali dei "figli di papà".

Lisa Marie Presley
Un soffio di voce
e tanta malinconia

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Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare...

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Lisa Marie Presely

TITOLO: Storm and Grace

GIUDIZIO: ***1/2

Se una persona è stata la figlia della più grande icona pop degli anni 50 e 60 e moglie di Michael Jackson, ovvero dell’artista più famoso degli anni ‘80 e ‘90 è lecito attendersi che si sia appropriata di qualche talento.

La signora è stata anche sposata per due anni con Nicholas Cage e ha una madre che è stata una delle protagoniste principali della serie televisiva Dallas: insomma non si è fatta mancare proprio niente. Certamente le porte dello show biz, si possono aprire a lei ad un semplice gesto.

Ma la ragazza, nonostante l’agiatezza economica, ha avuto una vita difficile, tra Scientology e uomini che le hanno reso la vita complicata e una storia, quella con Michael, che l’ha segnata, pare, profondamente.

Il suo album d'esordio, To Whom It May Concern, ha avuto un discreto successo ed è arrivato al quinto posto tra i dischi più venduti negli Stati Uniti, cogliendo risultati apprezzabili anche in altre nazioni di lingua inglese.

Nel 2005 ha pubblicato il suo secondo CD, Now What, che è stato il nono più venduto dell'anno in America, nonostante alcune censure subite.

Questo terzo lavoro giunge dopo ben sette anni dal precedente e segna un cambio di rotta deciso verso atmosfere che sanno di blues, country e radici, distanti da tutto ciò che può profumare di business.

Per iniziare, un produttore senz’altro di gran vaglio, T.Bone Burnett, certamente tra i più ricercati e noto, soprattutto, negli ambienti del country e del rock, ma lontano dai suoni che oggi vanno ai primi posti in classifica ed attentissimo, nello svolgersi del disco, a fare in modo che le atmosfere, in bilico da tra Emmylou Harris e Rosanne Cash da una parte e i Flettwood Mac dall’altra, non sbandino pericolosamente verso questi ultimi e quindi verso lidi più commerciali.

Il disco è stato rilasciato il 15 maggio 2012 sotto etichette Universal Republic Records e XIX Recordings ed è stato registrato tra il 2010 ed il 2012 al The Village Studios di Londra ed a Los Angeles.

Al suo interno, troviamo 11 tracce nell'edizione standard e 4 aggiuntive in quella deluxe. Per la verità queste ultime nulla tolgono e nulla aggiungono alla qualità del lavoro.

In fase di composizione Lisa Marie si è avvalsa della collaborazione di artisti come Ed Harcourt, Sacha Skarbek, Jimmy Hogarth e Richard Hawley, a confermare la volontà di uscire da schemi collaudati e quindi sicuri.

Il disco gode anche della presenza di musicisti importanti ma anch’essi appartenenti ai circuiti meno conosciuti della musica americana: tra questi una menzione particolare spetta certamente a Jay Bellerose che già ha fatto bella dimostrazione delle sue attitudini in alcune collaborazioni con Joe Henry ed è dotato di un drumming quanto mai personale e originale.

Il disco vive di atmosfere calde, basate su una voce a volte solo sussurrata, e dalla presenza di tamburi e percussioni in genere, appena sfiorati, necessari per amplificare il profumo di bar fumosi e il sapore di wiskey di marca scadente.

Si tratta comunque di un lavoro crepuscolare, dai tratti cromatici autunnali, malinconici.

Difficile comprendere se si tratti di un effettivo bisogno emotivo e non di un’abile strategia di marketing, ma la signora di vendere non ha bisogno e quindi è più probabile che il bisogno di un’analisi introspettiva sia intimo. Se posso muovere un appunto al lavoro nel suo complesso è che la presenza di alcuni cambi di ritmo nelle canzoni avrebbe contribuito a togliere quella patina di monotonia che ogni tanto affiora.

Il disco esordisce con Over me, uno dei brani più movimentati, un honky tonk cantato con voce acerba; gli strumenti sembrano scordati e fuori posto, “alla Tom Waits”, ma è l’effetto voluto e il brano è uno dei più riusciti dell’intera raccolta. Bella la doppia voce finale.

È molto bella anche la successiva You Ain’t Seen Nothin’ Yet, una ballata forse più radiofonica delle altre, dove i tocchi della chitarra contribuiscono a creare un’atmosfera notturna d’ effetto.

Weary è un brano di grande carica emotiva, lento , introspettivo, cantato magnificamente e con il giusto trasporto, che introduce la successiva Close to the Edge, costruita sulle medesime atmosfere, ed un modo di cantare che a volte ricorda Tracey Thorn e, altre, Rickie Lee Jones. Lenta e malinconica, la canzone giunge al termine senza stancare.

I battiti del ritmo aumentano leggermente con la successiva So Long, ma i tamburi sono solo sfiorati e una chitarra acustica in sottofondo disegna linee melodiche pregiate. Il ritornello è bello e il canto è convincente. Un- break inizia con suoni lontani che lasciano spazio ad un ritornello bello che poi si perde nella ricerca, vana, del passaggio melodico perfetto. Il finale, strumentale, risolleva le sorti di un brano alla fine convincente.

Soften the Blows ha uno sviluppo melodico country, con la slide e il banjo in primo piano e atmosfere molto care a quelle di una artista grande, quanto sconosciuta, come Shelby Lynne. Il canto è indolente ma, strano a dirsi, caldo e quasi doloroso.

Storm of Nails ha un suono volutamente sporco e un ritmo appena accennato. Le note di un piano fanno bella mostra nel corso del brano, ma la differenza la fa un’interpretazione accattivante e convincente.

How do You fly this plane? è la canzone che preferisco dell’intero album. Lentissima e sognante, cantata con un soffio di voce è ulteriormente abbellita dalla presenza di una slide capace di dare un tocco di dolcezza in più.

Forgiving è caratterizzata da un incedere più deciso rispetto agli altri brani, dalla presenza di un banjo e dal sostegno, peraltro originale, della batteria. L’incedere è piacevole e il risultato finale buono.

Conclude il disco il brano che dà il titolo all’intero lavoro, lento e solenne, è cantato con voce sofferta; un banjo è presente con le sue note in sottofondo e il suo duettare con la slide produce un sensazione assolutamente piacevole. Un grande finale.

Se mai vi abbia convinto nell’acquisto di questo bel disco, evitate pure la confezione deluxe che ovviamente costa di più. I quattro brani aggiunti non sono granché e, soprattutto il primo, sa di Madonna in versione strappalacrime.

In conclusione, un gran bel disco che sono certo vi emozionerà e vi piacerà, se amate già alcuni degli artisti citati prima. Per me una sorpresa assoluta, ovviamente piacevole.

Brother Giober

SE NON TI BASTA ASCOLTA ANCHE:

Rosanne Cash – The List

Emmylou Harris – Portraits

Shelby Lynne – I am Shelby Lynne

ALTRO (dischi nuovi e vecchi, dimenticati, nascosti o, semplicemente, meritevoli di menzione)

David Bowie – The Rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders of Mars **** Sono passati 40 anni dall’uscita di questo straordinario album che celebra la più famosa maschera di David Bowie. Una sorta di piccolo concept album, anche se molto frammentato musicalmente, che narra di un mondo sull'orlo dell'apocalisse in cui l'ultimo eroe è un ragazzo divenuto rockstar grazie ad un aiuto extraterrestre. Al suo interno è difficile trovare una canzone meno che bella. E così passano in rassegna Five Years, Hang on to Yourself (la mia preferita), Rock 'n' Roll Suicide e la più famosa di tutte, Ziggy Stardust. Per alcuni è un album sopravvalutato, a mio parere fondamentale per la storia del rock. Di rilievo la presenza di Mick Ronson alla chitarra.

 Young the Giant – Young the Giant *** E’ uno dei gruppi più passati in questi giorni alla radio, grazie all’hit Cough Syrup certamente bello ed orecchiabile; altrettanto belle sono My Body e Apartment , ma è tutto il disco a farsi apprezzare per una certa facilità di scrittura ed una freschezza tipicamente pop. Per certi versi sono vicini a certe produzioni dei Coldplay e a quelle migliori dei Keane anche se, rispetto ad entrambi, hanno un senso del ritmo più spiccato. Buono per le calde giornate in spiaggia e per i lunghi viaggi in auto nelle afose serate estive.

Cassandra Wilson – Another Country ***1/2 Questo dovrebbe essere il 19° album di questa bravissima cantante di colore che, partita dal jazz, è stata in grado di attraversare ogni genere diverso dando sempre grandi prove di interprete. Questo disco è stato registrato anche a Firenze e coprodotto dalla Wilson con Fabrizio Sotti. Il disco manco a dirlo è bellissimo, pregno di atmosfere evocative e sognanti ed è suonato meravigliosamente. Purtroppo c’è l’ennesima versione di O Sole Mio, pessima come tutti gli altri precedenti tentativi di artisti diversi, di reinterpretazione. Però il disco nel suo insieme è veramente bello.

PLAY LIST: Figli di papà

Sean Lennon – Wait for Me

Ziggy Marley – Tomorrow People

Jacob Dylan - Lend a Hand

Cristiano De André – Dietro la Porta

Jeff Buckley – Grace

Julian Lennon – Too Late for Goodbyes

Rosanne Cash – Sea of Heartbreak

Spain (Josh Haden) – It’s So True

Nancy Sinatra – These Boots Are Made for Walkin’

Rufus Wainwright – Release the Stars

Commenti

anna:
bella recensione!! anche a me ha sorpeso molto questo album, lei è maturata molto musicalmente..le mie preferite sono storm of nail e storm and grace!

B.G:
Ciao "il Baz". non li conosco ma ho scaricato il cd, lo sento nel weekend e ti dico. grazie per la segnalazione, B.G.

il baz:
bravo, sempre delle belle recensioni con ottimi spunti di approfondimento... non c'entra molto con questo articolo ma non so in che altro modo contattarti! mi permetto di segnalarti (se non lo conosci gia') il nuovo album dei Beachwood Sparks - The Turnished Gold. saluti baz

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