CSN&Y: vi racconto
un disco che sa di buono
di sogni, ideali e libertà
Giudizio:
* Camera iperbarica
** S.O.S Viagra
*** necessario solo qualche piccolo ritocco di chirurgia estetica
**** in perfetta forma
***** Cocoon!
ARTISTA : Crosby, Stills, Nash & Young
TITOLO: Four way Street
GIUDIZIO: ***** e Lode
Parlare di Four Way Street è un po’ come parlare di me, della mia vita, dei miei sogni. Ma poiché immagino che questo interessi poco cercherò di essere il più possibile distaccato (beh insomma nei limiti in cui lo possa essere io).
Correva l’anno 1972, ed ero alle medie, per la precisione alla Scuola Media Carlo Cattaneo sezione staccata di Santa Lucia, un orfanatrofio.
Là, quelli come me, “normali”, convivevamo, con difficoltà, con ragazzi molto meno fortunati e con altri provenienti da un college privato, l’Euroschool, spesso figli di papà, che venivano “piazzati” lì perché pluriripetenti o perché a casa non creassero troppi problemi.
Così nella mia classe accanto a noi, “normali”, vi erano coetanei che lì si trovavano perché nessuno poteva occuparsi di loro ed altri di cui nessuno, invece, voleva occuparsi.
Il tutto era orchestrato da una straordinaria “prof” di italiano, avanti mille anni rispetto a tutte le altre persone che ho conosciuto nella mia vita che, in questa babele, riuscì a cogliere ed interpretare,nel corso del tempo, le diverse sensibilità , i diversi bisogni, riuscendo a farci convivere, alla fine e nonostante le differenti culture, serenamente.
Fu una palestra di vita straordinaria.
Un giorno arrivò a scuola un ragazzo alto, dai capelli lunghi, dinoccolato che calzava uno strano paio di scarpe a punta, provenienti dagli Stati Uniti o forse dall’Inghilterra. Portava tra le braccia, coccolandoselo come un neonato, un registratore: avete presente quelli di una volta a cassetta, uno di quelli!
Iniziò da subito a parlarci di musica, di fumetti, di pace, di ragazze. Per noi tutti fu uno shock: per quelli “normali” perché mai si erano preoccupati se non dei risultati dello sport che praticavano, per quelli privi di madre e padre perché avevano ben altri problemi a cui pensare e per quelli che provenivano dall’Euroschool perché non avevano alcun problema (almeno all’apparenza).
Quel ragazzo si chiamava Giancarlo, per tutti Mike. Dico si chiamava anche perché è molti anni che non c’è più, se ne è andato presto, troppo presto, quando ancora era giovane.
Per una stagione, bellissima, fu il mio migliore amico e mi avviò al piacere della musica (rock). Uno dei primi dischi che mi fece ascoltare fu proprio questo.
A me che, sino ad allora, ritenevo Massimo Ranieri il nuovo rispetto a mia madre che invece tifava per Gianni Morandi.
La prima volta che ascoltai Four Way Street rimasi del tutto indifferente considerando le prime due facciate acustiche del tutto noiose e le altre, elettriche, pure.
Poi iniziai a familiarizzare prima che con gli altri con Stepen Stills, il più grintoso dei quattro e in particolare con le note di Suite Judy Blues Eyes, posta all’inizio del disco, con le sue influenze sudamericane e con quel ritornello allegro, dedicata ad una delle muse di allora, Judy Collins, che aveva avuto una tresca con uno dei quattro protagonisti.
Ho ascoltato una nuova versione del brano l’anno scorso. Me l’ha proposta mia figlia un giorno salendo in auto e facendomi credere si trattasse di un nuovo brano dance. Quando le ho detto vita morte e miracoli della canzone c’è rimasta male. Ma la versione era discreta.
Passai quindi all’ascolto di 49 Bye Byes ancora di Stephen Stills e rimasi soggiogato dalla performance canora posta al termine del pezzo. Ancora oggi trovo straordinario per impatto, ritmo e melodia il canto liberatorio di Love The One You’re With che in linea con quello che era il pensiero del tempo esaltava l’amore libero.
Impiegai più tempo ad apprezzare le dolci note di Neil Young: la sua On the Way Home era figlia della collaborazione con i mitici Buffalo Springfield luogo del primo incontro con Stills, mentre Cowgirl in the Sand era il risultato della sua attività solistica ed era lì ad anticipare la grandezza di un artista che ci avrebbe accompagnato per i successivi 40 anni. Man mano che gli ascolti si susseguivano trovavo gli accompagnamenti della chitarra acustica sempre più dolci, sempre più coinvolgenti e la voce di Young sempre più commovente.
Ho provato ad ascoltare nei momenti più neri Don’t let It Bring You Down trovando in essa una solida spalla sulla quale fare affidamento.
Intanto la noia iniziava a lasciare spazio all’emozione.
Iniziai quindi a scoprire Graham Nash: la sua Teach your Children ancor oggi la credo straordinaria anche se ai tempi trovavo il testo, che oggi ho imparato ad accettare, irritante mentre quello di Right Between the Eyes è quanto avremmo voluto avere il coraggio di dire almeno una volta nella vita alla persona amata.
Poi sono iniziati a piacermi i suoni di Chicago, forse la canzone più orecchiabile dell’intero lavoro, ma anche la più politicizzata, con quell’accompagnamento pianistico un po’ honky tonk che la rende così orecchiabile. Certo molti hanno detto e scritto di Nash come il meno dotato dei quattro, quello più leggero. In realtà canta(va) come pochi altri e i suoi successi sono tutti dei piccoli capolavori.
Ho impiegato molto di più a capire (e amare) David Crosby. Il suo ermetismo, il suo essere visionario me lo rendeva i primi tempi indigesto. Il fatto poi che lui non concedesse nulla al pubblico, non un ammiccamento, non una leggera flessione della voce che facesse capire quanto fosse felice di essere lì con te, me lo rendeva ancor più distante. Ma Triad e The Lee Shore sono di una bellezza cristallina, che lascia senza fiato anche se necessitano di più ascolti per essere apprezzate.
Poi ho iniziato ad ascoltare la parte elettrica posta alle facciate 3 e 4 del disco numero 2 e lì mi sono immerso in pieno nell’atmosfera di quegli anni, nella voglia di libertà, nel bisogno di avere dei sogni, nella riscoperta dei valori umani. E così ho amato Pre-Road Downs con quel suo intro quasi funky di almeno vent’anni avanti, e ovviamente Ohio, la canzone politica per antonomasia: una cascata di note che hanno ampliato il concetto di jam, andando ben oltre i confini tracciati dai Grateful Dead o dai Jefferson Airplane; il perfetto incontro tra melodia, libertà interpretativa e rigore esecutivo.
E poi Southern man, come si dice, un effluvio di suoni che accompagnano la voce strozzata di Neil Young, un altro capolavoro, assoluto, una cavalcata chitarristica emozionante. Un unico neo: Find The Coast of Freedom, non l’ho mai digerita, non mi è mai piaciuta, neppure con il passare degli anni. Misteri dell’udito...
Ho passato notti ad ascoltare Four Way Street, da solo o a cantarlo con amici, con in mano, penzolante tra il pollice e l’indice, una bottiglia di birra sottratta al controllo dei “miei”, su impianti stereo poco hi-fi ma poi con il passare degli anni sempre migliori. Ma l’emozione comunque è sempre stata la stessa, il godimento anche, gli occhi chiusi sempre per lunghi minuti e il medesimo ripetuto movimento delle labbra ad accompagnare le parti cantatate.
E ogni anno ho sperato che quei quattro svitati si ricomponessero dopo aver scritto in quei pochi anni solo capolavori.
Oddio qualche reunion c’è stata, quasi tutte senza Neil Young che se ne è sempre fregato di tutto e di tutti anche delle possibili ricadute (positive) commerciali.
Difficile dire perché Four Way Street voglia dire tanto non solo per me. Probabilmente una serie di ragioni convergenti: gli anni, gli ideali, le canzoni, i testi, la voglia di libertà, le voci perfette, i cori impeccabili.
Questo è un disco che sa di sogni, di libertà, di impegno politico, di ideali, di grandi spazi liberi. È un disco che profuma di buono. E un disco che tutti dovrebbero almeno ascoltare una volta.
Parrà banale ma Four Way Street è anche uno dei mille motivi del perché il mio amico Mike ancora oggi per me significhi molto.
Per la cronaca è uscita qualche anno fa una versione expanded, con qualche brano in più, che però nulla toglie e nulla aggiunge a quella originale.
Ci sono cascato di nuovo, se qualcuno di voi sarà riuscito ad arrivare alla fine di questa recensione mi dirà che una recensione non é e probabilmente avrà ragione. Ma non ce l’ho fatta. Sorry, sarà, forse per la prossima volta.
Se proprio non si vuole ascoltare tutto il disco: Love The One You’re With
ALBERO GENEALOGICO
GENITORI: The Birds "Turn Turn Turn" - Buffalo Springfield "Again"
FRATELLI E SORELLE: Loggins and Messina "On Stage" - America "America" - Simon & Garfunkel "Bridge Over Trouble Water"
FIGLI: The Jayhawks "Hollywood Town All" - Piedmont Brothers "III"


























































Commenti
Ciao B.G. hai appena
Caro amico di passioni comuni
Grazie PAP del bel messaggio.
Capita l'antifona, niente
Nello "smarrimento" dei
Eravamo in tanti allora e non
anch'io nel 72 frequentavo le
GRANDISSIMO DISCO; UN MONDO
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