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25 Ottobre 2014 - Ultimo aggiornamento: 14:23
Argomento: 
L'intervista
Lucio Cassia, docente e preside vicario della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Bergamo, spiega la crisi europea e italiana, le difficoltà dell'euro e le possibili vie d'uscita.

Cassia: "Siamo tutti Greci
L'Europa si deve
e si può salvare"

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Le borse che bruciano miliardi di euro, il lavoro che non c’è, una crisi economica che non sembra aver mai fine e l’Europa mai così lontana e sempre più severa con l’Italia. A che punto siamo? La domanda l’abbiamo rivolta a Lucio Cassia, professore e preside vicario della Facoltà di Ingegneria dell'Università degli Studi di Bergamo per sintetizzare il suo lungo curriculum*. Al quesito abbiamo aggiunto una nota: ci spieghi questa situazione come fossimo a tavola, in un dopo cena al termine del telegiornale. Cassia ha accolto da subito la sfida. La sua non è una nota da professore, categoria prima invocata ed ora attaccata, ma da bergamasco con la cattedra all’Università di Bergamo e la testa nel mondo.

Partiamo dall’Europa. Che cosa sta succedendo? A breve si ripeteranno le elezioni in Grecia e poi a fine mese ci sarà un vertice. Che cosa dobbiamo aspettarci?

“Io sono un europeista convinto. Da sempre condivido le passioni dei grandi padri dell’Europa sorta dopo le devastazioni del secondo conflitto mondiale. Per quanto riguarda la Grecia dobbiamo essere chiari: o ci salviamo tutti insieme o usciamo sconfitti tutti. Ricordo quando Kennedy, in uno dei momenti più drammatici della guerra fredda, nel 1963 a Berlino disse: Ich bin ein Berliner, io sono berlinese. Intendendo che tutto l’Occidente era coeso attorno a Berlino Ovest, un’enclave isolata. Fu una lezione memorabile che dobbiamo riprendere: siamo tutti Greci, ovvero siamo tutti Europei”.

Però non tutti i Paesi la pensano così. Francia e Germania hanno pesato enormemente con le loro scelte e le loro imposizioni su altri Paesi, scelte oggi considerate troppo restrittive.    

“L’Europa non è coesa. Il problema risiede nell’estrema eterogeneità delle economia e delle culture. Ci sono paesi più virtuosi per la sana gestione della cosa pubblica, altri più virtuosi nelle tecnologie, altri nell’industria, altri nella cultura. Imporre i medesimi comportamenti a genti con storie e vissuti differenti non solo è difficile, ma è anche sbagliato: dalle differenze si trae sempre valore. Dobbiamo ripartire dalle origini nobili dell’unione, che ha evitato il ripetersi di conflitti devastanti tra i popoli europei, donando sessant’anni di pace e prosperità al Vecchio Continente. Dobbiamo ricordare Schuman, De Gasperi e Adenauer, perché l’accelerazione che è stata impressa negli ultimi anni ha trovato le genti non preparate alla solidarietà. Ecco noi stiamo subendo questo attacco, perché i mercati hanno compreso che abbiamo perso il senso della solidarietà europea”.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, richiama l’Europa e chiede di intervenire presto sui conti per far ripartire l’economia.

“Il presidente Obama sta agendo in chiave pre-elettorale quando predica all’Europa. Ma, come diremmo noi, da paese cattolico, da che pulpito arriva la predica. Non va dimenticato che la crisi economica arriva proprio da là: in questi giorni scadono i cinque anni da quando, nei primi giorni di giugno del 2007, iniziò la crisi finanziaria con il collasso di un hedge fund della Bear Stearns americana. E poi, se l’Europa fosse davvero coesa avrebbe un mercato maggiore rispetto agli Stati Uniti (500 milioni di persone, contro 300), un PIL maggiore (12.000 miliardi di euro, contro 10.000), un debito pubblico inferiore (82% del PIL, contro il 114%)”.

A proposito di deficit, anche l’Italia non scherza.

“Si, certamente. Il deficit, ovvero il nuovo debito che abbiamo accumulato nel 2011 è stato di 63 miliardi di euro. Che non sono pochi. Ma tutto dovuto agli interessi su quei 2.000 miliardi di debito accumulato negli ultimi trent’anni. Invece per la spesa corrente abbiamo ottenuto un avanzo primario, cioè abbiamo speso meno di quanto abbiamo incassato, a parte la sola spesa per interessi. Gli unici altri Paesi che hanno avuto nel 2011 un avanzo primario sono la Germania, la Finlandia e l’Estonia, ovvero i Paesi considerati più virtuosi”.

Significa che siamo diventati bravi a risparmiare?

“Si, ma nel senso che siamo stati costretti ad essere virtuosi. Ma in ogni caso stiamo diventando tali più in fretta di tanti altri professori, per dirla come esponente della categoria. Un altro Paese che non lesina critiche all’Italia, la Gran Bretagna, chiuderà il 2012 con un deficit del 7%, mentre noi faremo molto meglio attorno all’1-2%”.

Che cosa c’è allora che non va?

“Sono le nostre differenze come europei che continuiamo a rimarcare e ad issare come barriere. Gli Stati Uniti sono un popolo coeso, pur passando attraverso la tragedia di una Guerra Civile. Però se i Paesi che compongono l’Europa davvero rinunciassero in parte alla propria sovranità saremmo il continente con il più grande Pil del mondo e con un deficit inferiore agli Stati Uniti. Il problema è che non abbiamo ancora il senso di unità e di solidarietà”.

Valori che dai vertici europei non si sentono pronunciare. Si sente solo parlare di tassi d’interesse, spread, rigore. In particolare dal cancelliere tedesco Angela Merkel a cui tutti guardano.

“I tedeschi hanno tanto da insegnare in termini di sana gestione della cosa pubblica. La Germania è un grande Paese nel cuore dell’Europa. Ma attenzione: se crolla l’Europa crolla anche la Germania perché il 60% delle sue esportazioni sono verso i paesi europei. Quindi è bene che le situazioni non vengano esasperate. L’insofferenza verso le rigide posizioni del cancelliere sta crescendo non solo in Grecia, ma anche in Spagna, in Francia e in Italia. C’è una differenza tra insegnare e umiliare. La Grecia, pur con le gravi responsabilità di mancanza di trasparenza sui bilanci pubblici, è stata fortemente umiliata, generando un sentimento anti-europeo che non fa bene a nessuno”.

C’è anche chi afferma che se fallisse l’euro non sarebbe poi una tragedia. Ognuno tornerebbe alle proprie valute nazionali.

Nessuno è in grado di descrivere con certezza lo scenario che si creerebbe. Ma certamente sarebbe la confusione più totale. Molti Paesi rivivrebbero fiammate inflazionistiche che penalizzerebbe tutti svalutando i nostri beni: tutti in Europa perderemmo. Per questo l’euro deve mantenersi saldo. Nel 1992 il finanziere Soros fece una scommessa e la vinse: riuscì ad attaccare finanziariamente alcune valute, come la sterlina e la lira italiana, e riuscì a farle svalutare. Con quell’operazione dimostrò come una società privata potesse avere ragione sulla politica monetaria di un Paese sovrano. Sono passati vent’anni, la finanza internazionale è cresciuta a dismisura ed ora prende di mira non solo un Paese, ma una valuta continentale come l’euro. Per questo motivo va difeso. Senza dimenticare i benefici che abbiamo ottenuto in questi dieci anni: dal basso costo del denaro, allo scudo contro l’inflazione che è rimasta attorno al 2%. Non era mai capitato nei 150 anni di storia del nostro Paese. Bisogna davvero fare attenzione a usare il sentimento antieuropeo in chiave elettorale: è una scommessa pericolosissima e autolesionistica”.

Abbiamo parlato di solidarietà, ma Angela Merkel non vuole sentire parlare di Eurobond.

“È un atteggiamento comprensibile, perché la storia ci ricorda che anche la Germania dopo la prima guerra mondiale fu umiliata con gli accordi di Versailles, provocando immense svalutazioni del marco negli Anni Venti. Soffiarono le fiamme dell’esasperazione dando fuoco alla tragedia del nazionalsocialismo. È comprensibile, dicevo, che i tedeschi abbiano una estrema diffidenza per le politiche “allegre” di bilancio che potrebbero generare nuova inflazione. Tuttavia la storia è una grande maestra di vita, la Germania deve guardare alla sua storia per comprendere che non deve commettere gli stessi errori. Per questo mi aspetto che al prossimo vertice europeo la Germania si presenti con una proposta valida e concreta che guardi all’unità dell’Europa. Sarebbe un azzardo morale se questo non avvenisse”.

Senza dimenticare però che non basta l’Euro per fare gli europei.

“Sì. Occorre che si instauri in tutti noi un sentimento verso l’Europa, perché gli europei condividono molte radici comuni, a partire dal cristianesimo, e buona parte di cultura e di storia. C’è stato un periodo storico lungo cinquecento anni in cui buona parte dell’Europa era unita ed era punto di orgoglio per i suoi cittadini affermare “Civis romanus sum”. Sogno il momento nel quale i cittadini europei possano con orgoglio affermare “Civis europeum sum”.

L’orgoglio di essere europei potrebbe rinverdirsi se questa crisi finisse? E a proposito ha una fine questa crisi?

Questa non è una crisi, questo è un momento di trasformazione strutturale. Dobbiamo comprendere che non assisteremo a un ripetersi di cicli economici come è avvenuto negli ultimi trent’anni. Ci aspetta una lunga traversata nel deserto. Le politiche sul debito attuate dall’Italia peseranno sui prossimi dieci, vent’anni. Si potrà migliorare, ma difficilmente assisteremo nel breve a nuovi boom economici. La globalizzazione ha iniziato a ridistribuire le ricchezze in altri Paesi e dobbiamo ricordarci che da noi, a confronto, non si vive male. Dovremo abituarci.

L'ultima domanda è per l’Italia. Ce la faremo? Le imprese familiari che compongono l’asse portante della nostra economia sapranno far fronte a questa difficile rivoluzione economica?

Si, ci salveremo, ma si salva l’Italia se si salva l’Europa. Come italiani abbiamo un prezioso livello di imprenditorialità diffusa e di imprese familiari, vincenti perché vantano azionisti di lungo periodo: non sono azionisti miopi che non vedono oltre alla trimestrale. Chi possiede un’impresa familiare guarda ai dieci anni ai vent’anni, osserva con orgoglio la propria azienda e ci mette sempre del proprio. Il problema è la dimensione troppo spesso inadatta a navigare nell’Oceano Globale. Mentre è bellissima la governance delle imprese familiari, l’impegno del futuro è farne crescere la dimensione, ad esempio tramite aggregazioni,  superando il campanilismo che ci pone seri limiti. In fondo, è un po’ come per l’Europa: imprese più coese, collaborative e lungimiranti avrebbero un impatto sui mercati decisamente più importante.

 

* Lucio Cassia è professore ordinario, preside vicario della Facoltà di Ingegneria e membro del Consiglio di Amministrazione dell'Università degli Studi di Bergamo. È docente di Strategic Management, Corporate Strategy, Competition and Growth e Entrepreneurial Strategy in corsi di laurea, master e dottorato di ricerca. È direttore del CYFE-Center for Young and Family Enterprise. È, inoltre, membro della Faculty della SdM-School of Management e del MIP-Politecnico di Milano. Svolge attività di ricerca, formazione e consulenza nell'ambito dell'imprenditorialità e della strategia d'impresa e della gestione delle imprese familiari.

Commenti

Cini Roberto:
i risultati del nostro lavoro sia come evoluzione industriale,automazioni ecc. che come metodologie di lavoro e,dopo aver chiuso qui le attività produttive,trasferiti nel terzo mondo dove il costo finale è di sicuro inferiore perché mancante di contributi per sanità,istruzione,assistenza e quant'altro paragonabili al nostro sistema di vita (almeno finora).Dirci che dobbiamo essere competitivi col terzo mondo significa dirci che dobbiamo morire giovani e ignoranti come avviene là,ma si preferisce dire che dobbiamo fare le riforme.Secondo me c'è una sola maniera di avere tempo per ripensare al nostro sistema,e cioè distribuire meglio la ricchezza e avere una classe dirigente capace di operare

Lucio Cassia:
Caro Roberto, Lei solleva temi di vasta portata in nome dei quali l'umanità ha combattuto guerre e provocato devastazioni inenarrabili: come distribuire la ricchezza e chi deve stabilire le regole del vivere civile. Non so affrontare questi argomenti con proprietà e sintesi. Però ho la convinzione che dobbiamo trovare un modo affinché la globalizzazione non debba essere una livella verso il basso, ma uno sforzo corale per innalzare gli ultimi. Probabilmente l'Occidente dovrà tendere ad una maggiore sobrietà e a una crescita più modesta. A conforto dovremmo ricordare che i nostri nonni avrebbero fatto di tutto per poter vivere con un tenore di vita anche decisamente inferiore all'attuale.

Cini Roberto:
Gentile professore mi sento personalmente molto pessimista nei riguardi del nostro futuro perché non vedo nessuno che prenda seriamente coscienza della situazione reale in cui ci troviamo.Come nella vita quotidiana il cieco è diventato un non vedente e il sordo un non udente così l'imprenditore è diventato solo un "guadagnante utile".Invece in una società a modello capitalista l'imprenditore è la figura chiave che con le sue capacità merita un livello di vita superiore perché capace di organizzare i gli altri e produrre ricchezza.Abbiamo avuto un progresso enorme,basti pensare alle applicazioni del computer, che avrebbe dovuto consentire a tutti di vivere meglio,invece sono stati presi

Lucio Cassia:
Caro Roberto, difficile non essere d'accordo con Lei. Nei primi anni '90 pensavamo che l'avvento delle nuove tecnologie avrebbero donato all'umanità un lungo periodo di prosperità. "The Long Boom" titolava Wired in quegli anni. Le cose sono andate diversamente mostrando ancora gli elementi della humana fragilitas che ci accompagnano e i limiti del modello liberistico, che pure ci ha donato un tenore di vita molto superiore a quello dei nostri avi. Ma non è vero che "non c'è nessuno che prenda coscienza": quanto meno c'è Lei. E tanti come Lei che hanno consapevolezza e si mettono in gioco ogni giorno. Forse non dobbiamo cercare altri. Forse la soluzione è in ognuno di noi.

padreterno:
Buongiorno Egregio professore, non sono d'accordo sul ritenere l'Europa cristiana, perchè dovremmo discriminare altri europei solo perchè professano altre religioni? Lasciamo fuori la religione dalla politica, ha già fatto parecchi danni e ancora li sta facendo. Voglio un'Europa laica!!!

Lucio Cassia:
Caro "padreterno", ricorderà certamente le discussioni sul tema che hanno preceduto l'approvazione del Trattato di Lisbona e in particolare il "preambolo". I Capi di Stato decisero di non far riferimento alle "comuni radici cristiane", ma alle "eredità culturali, religiose e umanistiche".Tutto ciò perché la religione, comunque la si veda, è parte della storia e del vissuto dell'umanità, e il cristianesimo, nel rispetto che va garantito alle diverse confessioni ma anche ai cristiani, ha forgiato l'Europa degli ultimi due millenni. Condivido questa posizione, pur da sostenitore come Lei dell'operare laico dello Stato, rispettoso delle convinzioni e della dignità di tutti.

Sabrina:
Egregio Professor Cassia, essere studente in erasmus in Spagna, in questo periodo, e leggere un suo articolo che da fiducia anche a noi giovani che ogni giorno ce la mettiamo tutta senza sapere poi cosa ci aspetterà la fuori, è davvero confortante. Inoltre, come ogni sua lezione, è davvero piacevole ammirare come un panorama così complesso possa essere trasmesso nella sua sostanza a chiunque, senza mai scadere nel semplicismo. Cordialmente.

Lucio Cassia:
Cara Sabrina, Le sono molto grato anche perché Le confesserò che anche i "senior", apparentemente sostenuti da granitiche certezze, hanno bisogno di sentire condivisi i propri sforzi. Voi "junior" avrete a breve la responsabilità di condurre un mondo diverso, con problemi nuovi ma anche con opportunità che ancora non sono emerse. La mia generazione ha la responsabilità di traghettare tra il vecchio e il nuovo, in un momento di snodo globale. Se ci mettiamo insieme, tra le generazioni, ce la faremo.

Renato:
C'ha provato Napoleone ad imporre l'orgoglio di essere europei, con le baionette, e sappiamo con che risultato malgrado la lungimiranza del personaggio. Figuriamoci se ci riescono le anemiche democrazie con le chiacchiere dei loro cattedratici. Ma per piacere! Non avete sentito l'ultima del bocconiano: 'ci siamo allontanati dal bordo del precipizio, ma il precipizio si ė allargato. Siamo al punto di prima'. Ma dove vogliamo andare con questa gente: toglietegli la cattedra

Lucio Cassia:
Caro Renato, probabilmente se a me fosse stato imposto con la forza di sentirmi orgogliosamente europeo, sarei diventato un convinto sostenitore degli stati nazionali in chiave antieuropea. In effetti Lei sottolinea un punto interessante: non è dalla forza e dalla costrizione che matura l'orgoglio, ma dalla consapevolezza e dal senso appartenenza, purché sostenuti dalla forza trascinante di leader nei quali riconoscersi. Io penso che questo sia il grande tema, e il grande dramma, dell'Europa di oggi, ovvero la mancanza di una leadership convinta dell'orgoglio, e non solo dell'interesse, di sentirci europei. In fondo essere europei non può essere misurato con il termometro dello spread.

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