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Venerdi 30 Luglio 2010 - Ultima modifica: 01:08
L'intervista al nuovo rettore - Stefano Paleari, docente di Ingegneria, eletto a capo dell'Ateneo, parla delle sue prospettive: "Il cambiamento migliore è consolidare i risultati ottenuti. Le persone al centro. Senza sogni non si percorrono nemmeno i primi tratti di realtà".
"Voglio trasformare l'Università di Bergamo
in una fucina di talenti"
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Stefano Paleari è il nuovo rettore dell’Università di Bergamo. Preside vicario di Ingegneria, è stato eletto il 14 settembre, si insedierà il primo di ottobre (leggi l'articolo con i dati sul turno elettorale). Ha 44 anni, e la sua età balza all’occhio: è uno dei più giovani rettori d’Italia e si pone alla guida di un Ateneo che il ministero ha recentemente classificato al quarto posto nella Penisola. Lo abbiamo intervistato tra una telefonata di congratulazioni e l’altra, mentre si recava in via dei Caniana per le strette di mano di molti colleghi che hanno puntato su di lui.

Professore, anzi Rettore Stefano Paleari, data anche la sua età è scontato pensare che punterà molto sul rinnovamento dell’Ateneo bergamasco, in continua crescita?
Il cambiamento migliore è consolidare i traguardi raggiunti, impensabili fino a qualche anno fa.

Consolidare con continuità o serviranno per forza elementi di cambiamento?
I cambiamenti non li impongo io, li impongono i contesti che cambiano. Sono cambiati i contesti. Viviamo un periodo difficile sotto il profilo macroeconomico. E questo è il principale cambiamento con cui dovremo interagire. Ma in questa Università c’è un ambiente positivo, che credo sia di buon auspicio.

Qual è il suo progetto, a cosa pensa?
Ecco appunto, il progetto conta. Tornando alla mia età vorrei sottolineare che non ha vinto una persona di 44 anni, ha vinto un progetto e hanno vinto le persone che ci hanno creduto.

Appunto, ha ottenuto un voto massiccio, non può trattarsi solo di consolidamento. C’è un segnale forte…
Punterò molto sulla valorizzazione delle persone, e in particolare dei giovani. Dobbiamo avere la motivazione e la creatività necessarie per creare delle opportunità migliori in favore dei giovani. Se l’università riesce ad attrarre talenti riesce ad essere fertile per il suo territorio, a creare tanta ricerca. Voglio un'università di talenti. Il territorio ci chiede di guardare lontano, non di fermarci alle situazioni contingenti.

A giugno parlò dell’Università americana, degli atenei statunitensi che sono al centro della società, che sono il luogo dove il candidato presidente degli Stati Uniti tiene il suo ultimo discorso elettorale. In Italia, a Bergamo, siamo pronti culturalmente per un salto del genere?
E’ vero, parlai di quella bella realtà, ma guardo alle Università di tutto il mondo, che spesso sono molto diverse da quelle italiane. Penso che se uno non ha dei sogni non riesce a percorrere nemmeno i primi tratti della realtà. Non si tratta di stravolgere, ma di raccogliere dei semi. Servono passi per coinvolgere, per motivare. Per arrivare all’Università al centro di tutto serve un processo culturale, che per definizione è sempre di lungo periodo

Semplicemente, ci dica cosa è mancato all’Università di Bergamo negli ultimi anni?
Non penso che ci siano cose che sono mancate. C’è stata e c’è una corsa incredibile. Non serve guardarsi indietro, non serve pensare a cosa può essere mancato in questi anni.
 

Lunedi 14 Settembre 2009
A. D. L.
dilandro@bergamonews.it
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