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Giovedi 2 Settembre 2010 - Ultima modifica: 19:44
Sul Sole 24 Ore - Il Sole24Ore ha scelto la Abe di Caravaggio per raccontare una delle tante storie di imprenditori che nonostante la crisi riescono a sopravvivere. La piccola azienda della Bassa Bergamasca diffonde il digitale terrestre in tutto il mondo.
Piccoli imprenditori, grandi idee
A Caravaggio i "maghi"
del digitale terrestre
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Piccoli imprenditori, grandi idee. Il Sole24Ore ha scelto la Abe di Caravaggio per raccontare una delle tante storie di imprenditori che nonostante la crisi riescono a sopravvivere. La piccola azienda della Bassa Bergamasca diffonde il digitale terrestre in tutto il mondo.

L'ultimo "cassone" intelligente è in partenza per la cittadina di Iwo. Duecentoquarantamila euro di impianto per diffondere il digitale terrestre nelle tv di migliaia di nigeriani. Dal mese prossimo, questo strano armadio elettronico sarà il trasmettitore di potenza più grande del paese. Tre tecnici stanno finendo il collaudo, prima di imballarlo, destinazione Nigeria. Ma nel grande magazzino dai soffitti chiari, in zona industriale a Caravaggio, il paese del santuario di Santa Maria del Fonte, ci sono bolle e scatoloni con destinazione mezzo mondo: codificatori per Hong Kong, parabole per l'Armenia e luoghi impronunciabili sul lago Baikal, trasmettitori per la Cina e l'Azerbaigian. La Abe di Roberto Valentin, appena 25 addetti, fa l'85% del suo fatturato (6 milioni) per lo più in paesi extra Ue e persino in zone di guerra, dove arriva e "riaccende" le trasmissioni. Una specie di mini fronte tecnologico del made in Italy ai tempi della crisi.
Dei "Piccoli del capitalismo diffuso" in questi mesi si è soprattutto raccontato il rischio che se ne perda per strada un pezzo. Il saldo delle imprese artigiane sceso per la prima volta in negativo (-12.600 unità) a gennaio-settembre 2009, un milione e mezzo di nuovi potenziali disoccupati, gli auto-convocati che imprecano contro la finanza apolide, le banche, una moratoria/debiti che sembra più che altro fumo statistico, e una politica che non taglia le tasse né accorcia i tempi di pagamento della Pa. Troppo poco, invece, dei tanti Piccoli innovativi che della crisi si fanno un baffo e sono in grado d'offrire modelli virtuosi per uscire più forti dallo tsunami.
La fotografia è ancora tutta finanziaria, schiacciata sul lato costi. Cassa integrazione in quelle aziende che dipendono molto dall'intensità degli addetti, internalizzazione del lavoro, dilatazione dei pagamenti ai fornitori. E per chi è messo peggio riduzione del ciclo vendite e produzione acquisti. Si produce solo su ordinativi e meno per il magazzino, massimizzando le code degli incassi. Tutte misure che hanno impatto sul breve, in attesa che passi la nottata, ma senza una visione industriale di medio-lungo. Nel frattempo la cassa funziona ancora da materasso. Doveva saltare il Nord-Est, ma così non è stato: è ammaccato ma sempre al suo posto. Né si vedono per ora licenziamenti di massa in quei 100 distretti che il ministro Tremonti non cambierebbe mai «con i 50 campioni industriali francesi». È come se la globalizzazione accelerasse le crisi, ma ne attutisse anche gli effetti. Così il pendant paradossale dell'emergenza di questi mesi è un certo sconfinamento auto-assolutorio del carattere nazionale, lo stellone del Belpaese che reagisce meglio di altri alla crisi globale. Una lettura che rischia di tenere calcato un pericoloso velo di Maya sulle tante fragilità nazionali, proprio adesso che per acchiappare la ripresa bisognerebbe aumentare la produttività e l'utilizzo degli impianti rimasti in ghiaccio per mesi, recuperando profitti da reinvestire in nuovi macchinari.
La storia di Roberto Valentin è di grande aiuto per questo. In trent'anni tondi, e con appena 25 dipendenti, la sua Abe (Advanced Broadcasting Electronics) è diventata tra le più apprezzate costruttrici mondiali di trasmettitori televisivi e reti di comunicazione a microonde. I clienti sono occidentali e orientali. Israele e Gaza, dove la piccola impresa bergamasca ha riacceso due volte gli impianti della tv di Arafat, distrutti dai missili di Tsahal. La tv di stato cubana alla vigilia dello storico viaggio di Papa Wojtyla (1998), tanto che Valentin tiene in bella vista sulla scrivania la lettera di encomio dell'ambasciata di Castro a Roma. E poi le tv di Bosnia e Kosovo dopo la mattanza balcanica e quella irachena dopo la caduta di Saddam, a Baghdad e Bassora. «L'impianto di trasmissione lo abbiamo ripristinato su commessa di un contractor del Pentagono», spiega orgoglioso l'imprenditore.
Certo non fa solo quello, ma Abe arriva sui teatri post-bellici appena dopo i marines, i cingolati, i genieri. I suoi tecnici verificano, sostituiscono e ripristinano. È una specie di peace keeping mediatico, il loro, che vale l'8% dell'intero fatturato. «La nostra tecnologia è apprezzata. Forniamo hardware e consulenza per risolvere i problemi», prosegue Valentin. Per lui è normale fare impresa così. Rompendo il tabù di chi pensa che i Piccoli non hanno massa critica per fare innovazione. «Faccio le stesse cose da trent'anni, solo più evolute, perfezionando costantemente i modelli», chiosa quasi stupito dello stupore.
Valentin è appassionato di elettronica fin da bambino. A 9 anni ha costruito la sua prima radio, a 13 il primo rice-trasmettitore. Poi al 4° anno di Politecnico ha smesso di studiare per fondare Abe. Correva l'anno 1979 e lui, originario della Val Badia, ne aveva 23. «Decisi di fermarmi a Caravaggio perché un mio compagno di università con cui fondammo e attrezzammo la prima radio privata della zona, radio Liberty, era di Treviglio», ricorda non senza emozione, sfiorandosi la spilletta dei Lions sul bavero della giacca. «Poi qui conobbi la mia futura moglie. Insomma, i casi della vita...». 
Oggi Valentin ha due figli grandi (27 e 23 anni) e continua a tornare in Alto Adige a sciare. Per il resto, si divide tra casa, azienda e aeroporti. Uno sguardo cosmopolita che gli fa investire su R&S il 20% del proprio fatturato, impiegando nella divisione progettazione 7-8 ingegneri (altri 8 periti si occupano della produzione/collaudo), e gli ha fatto firmare un co-branding con Alcatel, a cui Abe fornisce la tecnologia per vedere la tv sui videofonini. «Adesso - spiega - stiamo lavorando sui codificatori Mpeg 4 (oggi le trasmissioni tv vanno con Mpeg 2). Contiamo di uscire sul mercato a febbraio». Ma sotto il capannone bianco e verde di Caravaggio quest'anno non si è fatta nemmeno un'ora di cassa, i conti correnti sono in attivo, e c'è una camera anecoica per fare i test elettromagnetici sulle radiofrequenze. Abe è una delle pochissime aziende ad averla. Valentin ci ha investito un milione di euro per restare sempre un passo avanti. Il nostro segreto? «Passione, un po' di fantasia e qualche regola di buon senso», si schermisce timido. Uno. «Si deve ricorrere al credito solo in fase di start up o per finanziare grandi investimenti». In tempi di business regolare «le aziende devono lavorare con mezzi propri ed essere ben patrimonializzate, solo così hai fiato nelle crisi».
Invece, secondo Prometeia, le aziende famigliari italiane che hanno fino a 2,5 milioni di fatturato dispongono di una capitalizzazione inferiore del 30% rispetto ai competitor europei e internazionali. Idem da 2,5 a 10 milioni di ricavi. Quelle da 10 a 50 milioni sono sotto del 20% e quelle da 50 a 150 milioni del 18. Non basta. Secondo le ultime Considerazioni finali di Mario Draghi, su 65mila imprese che si sono ristrutturate, soltanto 5mila hanno completato un decisivo risanamento finanziario. Come dire vitali ed elastiche, ma ancora troppo minute e sottocapitalizzate. Due. «La forbice tra break even point e capacità produttiva dev'essere ampia, altrimenti se arriva un po' di flessione sei fritto». Terza regola aurea, per Valentin: «Mai avere un singolo cliente che vale più del 20% dei ricavi». Infine innovazione tecnologica continua. «Questo vale non solo nel mio settore, ma anche nel made in Italy tradizionale». Ad esempio con l'altra sua società, che fa meccanica di precisione, chiuderà in utile anche il 2009. «Facciamo dalle viti ai bulloni, dagli scavetti in alluminio ai filtri. Lavoriamo un 20% per noi e un 80% per altri clienti».
Il che significa che Valentin è una figura a metà tra il terzista sapiente e l'imprenditore che cavalca i mercati con un proprio portafoglio. Un Giano bifronte che incarna il passato/presente di molto italico indotto e insieme il suo futuro industriale, indicando una via evolutiva a chi non vuol scomparire nel dopo crisi. Non più un terzismo 'ripetitivo' al carro di altri mercati, bensì 'innovativo', capace di affacciarsi sulla scena internazionale con articoli specialistici e propri prodotti, ricevendone stimoli per investire in ricerca e non restare indietro sul marketing e l'innovazione. Altrimenti succede che si pianta il mercato tedesco e tutto il Triveneto va in fibrillazione. «Certo il sistema paese non facilita», ammette Valentin. «Gli incentivi statali alla ricerca non esistono, basti vedere la farsa del click day». Ma le crisi sono il momento per osare. «Quando giro - si appassiona - mi accorgo che il made in Italy ha un suo appeal». Forse per questo si porta sempre in valigia, da regalare, qualche copia del libro su Guglielmo Marconi, esploratore dell'etere, che Abe ha promosso nel 2005. «Marconi fu anche uno straordinario imprenditore internazionale che fondò ben otto aziende, sapete? – ricorda – e noi italiani non siamo secondi a nessuno anche sulla tecnologia».
Uno zio gesuita che è stato a Formosa e nella Cina nazionalista, nelle vene di Valentin non manca un certo spirito missionario. Prossimo obiettivo, dice, l'Africa. Per la Nigeria sta partendo il primo "armadio" intelligente. «Quasi tutti gli impianti tv in Congo sono nostri. Ma è il sistema paese che deve scommetterci. Abbiamo la possibilità di servire un'embrione di ceto medio che si sta formando». Altrimenti l'ombra cupa di Cinafrica si materializzerà. Pechino ha già scalzato l'ex potenza coloniale francese nei volumi di scambio economico (69 miliardi di dollari contro i 56 di Parigi). E qui esce fuori l'altro paradigma di Abe. Il baricentro economico mondiale che ruota a Sud-Est e la comparsa entro il 2015 di un miliardo di nuovi consumatori (600 milioni tra Cina, India e Africa e 100 nell'Est Europa) che rischiano di spiazzare un paese che esporta il 72% delle proprie merci ancora in area Ue. La crisi dunque non fermerà l'incremento di quella middle class globale che in Occidente si sta inabissando né le occasioni di business nei paesi Bric o in Turchia. Una morale che le piccole Abe d'Italia, in fondo, dimostrano di avere colto: se si naviga in mare aperto e si allarga la pattuglia di imprese italiane a tutto export (170mila su un totale di 5 milioni) il nuovo mondo post crisi può diventare un'opportunità anche per i Lilliput del made in Italy...
Marco Alfieri

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Mercoledi 25 Novembre 2009


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