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Università più “magra” Cda dimezzati e addio alle Facoltà

Stefano Paleari, rettore dell’Università di Bergamo e segretario della Crui (la Conferenza dei rettori delle Università italiane) commenta la riforma che cambia il volto degli atenei italiani.

Gli atenei si rifanno il look: meno burocrazia e Cda dimezzati. Tutti i 79 atenei hanno infatti approvato i nuovi statuti, figli della riforma Gelmini e della legge 240/10 sulle norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario.

Un provvedimento che ha portato a un netto taglio all’interno dei consigli di amministrazione: prima della riforma Gelmini erano 1.265 i membri all’interno dei Cda delle Università, ora sono 669, il 45% in meno. In media quindi ogni Cda sarà composto da 9 o 11 membri e, tra questi, saranno 2 o 3 quelli “esterni”, ovvero non provenienti dal mondo accademico, e rappresenteranno circa il 28% dei Cda.

Sono questi i risultati di un’indagine condotta dalla Crui, la Conferenza dei rettori delle Università italiane, insieme all’Università di Bergamo. “Ci saranno bandi pubblici e si dovranno dimostrare capacità gestionali, penso che si faranno avanti imprenditori, ex alunni di prestigio, rappresentanti del territorio o scienziati di chiara fama” ha affermato Stefano Paleari, rettore dell’Università di Bergamo e segretario della Crui, nonché coordinatore dell’indagine.

La riforma prevede anche la fine della distinzione tra Facoltà e Dipartimento: ci saranno solo i Dipartimenti che si occuperanno sia della ricerca che della didattica e che saranno in tutto 724 (prima erano 2072 ai quali si aggiungevano le 513 Facoltà).

“È la dimostrazione che le università stanno facendo il loro dovere nell’applicazione della riforma – conclude Paleari. Chi non ha tenuto fede ai patti è il Governo attuale e quello precedente che avevano promesso, in cambio di questo cambio, di non toccare le risorse. Invece il prossimo anno a malapena pagheremo gli stipendi”.

Commenti

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  1. Scritto da MAURIZIO

    Conosco un docente in ruolo all’università di Bergamo che : 1. prende uno stipendio sproporzionato rispetto all’impegno in facoltà 2. sfrutta il ruolo per avere, e le ha, numerosissime consulenze esterne 3. ha fondato un centro studi privato 4. partecipa ai congressi pagato dall’università 5. scrive numerosi libri di bassa qualità, sempre sullo stesso argomento, non portando alcuna innovazione. Semplicemente ripete 6. i suoi libri vendono pochissimo, ma gli studenti sono obbligati a comperarli per sostenere l’esame 7. convoglia nel suo centro studi i suoi studenti. Il docente è : insegnante, scrittore, manager, conferenziere, studioso, ricercatore. Fa male tutte queste cose.

  2. Scritto da MAURIZIO

    Il docente guadagna : 1. dallo stipendio statale fisso troppo elevato che gli garantirà una pensione immeritata 2. dalla pubblicazione di libri, pur di scarsa qualità, da lui adottati come testi di esame (1° conflitto di interessi) 3. dalle consulenze avute solo grazie al ruolo di docente universitario e non in virtù di un confronto con altri professionisti e altri progetti in un libero mercato virtuoso 3. attraverso i suoi studenti da lui convogliati e iscritti al suo centro studi privato (2° conflitto di interessi) 4. dalle conferenze tenute solo grazie al ruolo universitario. Poco talento didattico. Scarsa innovazione scientifica. Posto fisso. Pensione sicura. Conflitto di interessi.

  3. Scritto da studente

    Buone le intenzioni ma bisogna fare di più.
    Alle solite si usano argomentazioni strumentali, dunque lo faccio anch’io.Rafforzo quanto già espresso nei commenti precedenti specie sui conflitti di interesse e aggiungo che in Francia e Germania studiare costa meno e si hanno servizi migliori : nessuno difende gli studenti, valiamo davvero così poco?

  4. Scritto da Laurea?

    Abbiamo bisogno di idraulici, non di laureati.