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Lo spazzolino nella pancia, via l’orecchio come Van Gogh: gli autolesionisti in carcere

Qualcuno di voi si ricorda del nostro primo appuntamento qui su Bergamonews? Se ve lo siete perso mi presento brevemente, se ve lo ricordate saltate e andate direttamente al racconto! Sono Franco Bertè, attuale dirigente sanitario del carcere di via Gleno a Bergamo. Qui vi racconterò alcune storie vere tratte dai miei due libri “I nuovi giunti” e l’ultimo, ancora in libreria, “Passi perduti” di Cairo editore. Vi incontrerò, se vorrete, con un appuntamento mensile che vi farà entrare per qualche minuto e attraverso la lettura tra le mura altissime del penitenziario. Sarà
un palco virtuale dove sfileranno davanti a voi persone, non personaggi, anime che hanno perso occasioni, sbagliato momenti, travolgendo le loro vite e quelle dei loro cari con scelte sbagliate, a
volte solo semplicemente trovandosi nel posto sbagliato al momento sbagliato… potrete poi scrivermi lasciandomi le vostre idee per trovare magari un “ponte” tra voi e loro, o solo per farmi
sapere cosa pensate del carcere, proporre azioni, o dirmi se la storia vi è piaciuta…

Ma ora è il momento di “entrare”: vi aspettano gli “autolesionisti”. Non avete idea di quanti si facciano volontariamente del male in carcere, un po’ per noia, più spesso per farsi notare, per trovare scuse per andare magari in ospedale che rappresenta per loro parte del mondo “fuori” e quindi buono anche se ci si arriva se si è fatti male! Ma vi lascio alla lettura. Alla prossima, stay tuned!

Spesso il carcere intimorisce anche me. Succede spesso quando sto per entrare. Passato il blocco di ingresso il tempo si ferma. I problemi che mi assalgono sono talmente tanti, veri o presunti, che potrei lasciare l’orologio a casa.

Quella mattina c’era un’atmosfera strana: qualcosa mi preoccupava, mi pareva persino di avere difficoltà a respirare. L’impressione opprimente venne amplificata dallo spettacolo dei parenti in visita ai detenuti. All’esterno code interminabili di uomini, donne e bambini tenuti per mano. A turno in fila per incontrare i propri cari per quell’unica ora di contatto col mondo esterno. Superata la carraia un metal detector permette di accedere a un lungo corridoio buio che termina con una porticina blindata. Questa si apre lentamente e di nuovo torna la luce e il carcere, quello vero. Si notano subito: le finestre delle celle accolgono gli indumenti ad asciugare e la frutta tenuta al fresco. Superata anche la porta che si chiama “ingresso” che, al contrario delle altre entrate dove lavorano a turno fisso agenti di esperienza è sorvegliata a volte da agenti nuovi.

La storia è vecchia ma sempre uguale. Quando arrivo in doppiopetto e cravatta il saluto canonico è: ”Buongiorno dottore va in infermeria?” Ma le volte che mi presento in jeans e camicia l’approccio è : “Chi sei? Dove vai?”.

Quel giorno continuavo a non spiegarmi quell’aria così pesante, pensavo a una premonizione, una rivolta: “Mi prenderanno in ostaggio” era un timore che non mi lasciava. Arrivai alla mia stanza, ma era ancora presto per le visite, così mi lasciai sommergere dalle richieste di firma e dalle scartoffie. Mi consolai pensando che avrei potuto finalmente sbrigare un po’ di infinita burocrazia, ma poi un rumore assordante mi fece scattare. Ecco lo sapevo… la mia premonizione! No, era solo la battitura: ogni mattina alla medesima ora un agente passa con un’asta di ferro che batte su tutte le sbarre delle celle e delle finestre per sventare eventuali propositi di fuga dei detenuti.

Andai al bar per un caffè ma non feci in tempo a berlo. Mi cercarono al telefono per avvisarmi che Mimmo, il detenuto artista, si era tagliato un orecchio buttandolo poi fuori dalla cella! I medici di guardia lo stavano medicando all’ospedale sperando di riattaccare il pezzo mancante… Mimmo tornò dopo due ore. Aveva la testa fasciata e l’orecchio… era andato, non c’era stato niente da fare. Gli chiesi se avesse voluto emulare Val Gogh ma lui era infuriato. Gli avevano proibito di lavorare, di dipingere.

Imprecava e ce l’aveva con un artigiano esterno che divideva con lui il laboratorio: “Do fastidio a quella specie di cane malato… spero che quando passerà sotto il metal detector si dimentichino di staccarlo così con tutte le sue valvole cardiache ci resta secco, quel bavoso!”. Cercai di calmarlo promettendogli che mi sarei interessato per fargli riavere il laboratorio, ma un urlo rimbombò per l’intera infermeria e ci zittì tutti. Compreso Mimmo.

franco bertè

Mi affacciai alla porta e gli agenti mi fecero segno di correre in quella direzione. Vi andammo tutti. In fondo al corridoio notai un biondino dai capelli ricci, poco più di un ragazzo, senza barba, glabro, nudo e con una bottiglia in mano. Era bagnato, almeno mi pareva così da lontano. Mi avvicinai, ma un agente mi sbarrò il passo: “Attento si è cosparso di alcool ed ha in mano un accendino!”

Il ragazzo urlava. Mi avvicinai, non senza paura per cercare di capire. Era in cura psichiatrica e sosteneva che il suo tempo era terminato e che lo tenevano lì contro la sua volontà. Volevo inventarmi qualcosa per tranquillizzarlo, per fermarlo, ma bastò una scintilla e lui si trasformò in una torcia umana. Correva urlando e chiedendo disperatamente aiuto.

Corsi pure io cercando una coperta mentre due agenti intervenivano con un estintore. Lo coprimmo e lo cospargemmo d’acqua… poi lo portai in infermeria. Ustioni su gran parte del corpo rischiava la vita. Arrivò l’ambulanza o lo portammo in ospedale. Fuori. Lì, seppi poi, rimase tre mesi ma si salvò la vita.

Tornai alla scrivania senza più aria nei polmoni. Aprii la finestra e guardai di sotto godendomi il passeggio dei carcerati della quinta sezione. Andavano frettolosamente avanti e indietro per l’ora d’aria, dentro un cortile rettangolare grande quanto un campo da tennis. C’era chi giocava a carte, chi faceva ginnastica, chi correva. Ma anche stavolta i miei pensieri vennero interrotti. “Un detenuto vuole parlare urgentemente con te” disse l’appuntato responsabile della sicurezza in infermeria. “Se non lo chiami subito combinerà di certo qualcosa!” “E’ un ricatto? Ho tempo di stendere due relazioni urgenti?” “Vedi tu – rispose l’appuntato – Io vado a dirgli che fra poco lo chiami ok?”.

Invece tornò indietro quasi immediatamente “A posto?” Gli chiesi. “A posto ‘sti cazzi!” rispose senza mezze parole e con il suo marcato accento pugliese aggiunse: “S’è ficcatu un
spazzolino da denti dinta la panz”. “E’ scemo???” minimizzai io. “No, no vieni c’è già il medico di guardia!”

Andai in cella e trovai il ferito sdraiato sul lettino a castello. La maglietta sollevata e lo spazzolino da denti dritto, conficcato per qualche centimetro nella fossa iliaca. Proprio dove in genere si effettua l’intervento di appendicite. Ordinai agli infermieri di stenderlo su di una lettiga e di portarlo nella sala delle medicazioni. Lui, serissimo chiese: “Mi manda in ospedale?”. “No!” Troncai reciso.

Giunti nella sala, pregai tutti i presenti di uscire di lasciarmi solo con lui. “Volevi parlare con me?” Gli domandai. E lui: “Lo spazzolino lo lasciamo?”. “Certo”, gli risposi, cercando di non ridere, “L’hai messo dentro bene!”. E aggiunsi: “Sai da quanto tempo faccio il medico in carcere? 18 anni!” Al che, mangiata la foglia, mi interruppe: “Secondo lei io mi sarei praticato un taglietto con una lametta e poi ci avrei ficcato dentro lo spazzolino?”. “Bravo!”, feci io con un cenno del capo. Mi toccò allora la solita domanda: “Lei è calabrese?”. “Sì”, lo soddisfai. “Va bene! Le racconto tutto…”.

E cominciò con la solita storia: “In carcere non posso starci, non tollero la detenzione. Ho una frattura al bacino, una alla spalla, e il ginocchio spaccato. Devo essere operato. Insomma, non posso stare qui!”. “Come è successo?”, chiesi. “Vuol sapere la verità?”. “Certo!”. “Mi fido!”, continuò. “Mi avevano commissionato un furto in una villa nella quale avrei trovato un po’ di tutto, e tra le altre cose un prezioso Rolex, un pezzo da collezione! Anzi, guardi, dovevo trafugare esattamente un Rolex come il suo, dottore!”. Mi fissava con interesse l’orologio che portavo al polso. “Insomma”, proseguì, “Dovevo introdurmi nella villa arrampicandomi sul tetto, per poi calarmi su di un terrazzo dell’ultimo piano. Il lavoretto sembrava facile, ma… la sorte non la pensava allo stesso modo. Sono riuscito ad arrampicarmi, ma ho avuto la sfortuna di attaccarmi al filo dell’antenna televisiva. Che si è spezzata, facendomi precipitare dal terzo piano, nel bel mezzo del giardino. Sono così sfortunato che nella caduta mi sono procurato non so quante fratture. Tanto era il dolore che non avevo nemmeno la forza di urlare. Il fiato mi usciva a fatica… sebbene i
miei sospiri fossero impercettibili, quel bastardo del custode mi sentì. E lui vedendomi in condizioni drammatiche ha avuto compassione di me. Come si fa con i cavalli azzoppati, mi prese a legnate. Sissignore, me ne ha date tante di mazzate, una peggio dell’altra, che le poche ossa salvate dalla caduta si sono fratturate tutte. Adesso porto tante di quelle placche di acciaio, fili di ferro e chiodi che farei impazzire qualunque metal detector. Adesso capisce, dottore, perché non posso stare qui in carcere?”

Capii, eccome se capii! Era un autolesionista. Un altro! Io lo feci subito ricoverare in ospedale.

Nella foto la provocazione di un artista russo, Petr Pavlensky che si è tagliato l’orecchio destro con un coltello da cucina nella Piazza Rossa di Mosca

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