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La Guerra dei Balcani vista dagli occhi di chi l’ha vissuta sulla propria pelle

La nuova puntata della rubrica di politica estera curata da Marco Cangelli questa volta ci porta in Bosnia

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Chiedete ad un ragazzo di vent’anni che cos’è stata la Guerra dei Balcani: Non lo saprà. Chiedete ad un ragazzo di venticinque anni: non lo saprà nemmeno lui. Chiedetelo ad uno di trent’anni: forse vi saprà accennare qualcosa in maniera confusionaria. Come è possibile che una guerra così truce e crudele, combattuta appena fuori i nostri confini, conclusasi all’incirca vent’anni fa, non se la ricordi più nessuno? La risposta è semplice quanto cruda: perché non si fa nulla per ricordarla, né qui dove si preferisce escluderla dai programmi scolastici, né là dove la politica preferisce dimenticare piuttosto che risolvere l’annoso problema dell’integrazione religiosa.

Contro l’oblio a Sarajevo, capitale della Bosnia – Erzegovina e centro dei combattimenti all’epoca, sono state create tre strutture museali (il War Childhood Museum, il Museo dei crimini contro l’umanità e del genocidio e la Galleria 11 luglio 1995), nate con l’intento di ricordare quanto sangue si è sparso inutilmente in quelle terre. Le tre strutture sono tutte finanziate da enti privati e gestite da giovani che all’epoca non erano altro che bambini che subivano le atrocità del conflitto, unici disponibili a metter a disposizione dell’umanità la propria esperienza personale. “La generazione che ci ha preceduto, quella che ha fatto la guerra, è condizionata dal peso politico del conflitto. – dichiara Suada Nozic – direttrice del Museo dei crimini contro l’umanità e del genocidio – Noi no. Credo sia questo il motivo che ci ha spinti a fondarli”. Questa reticenza da parte dei protagonisti della guerra ha portato i governi a preferire l’oblio alla memoria, cercando di dimenticare tutto ciò che c’è stato in passato piuttosto che riconciliare.

L’idea dei tre musei è di raccontare la guerra con tre diversi occhi, partendo dall’uso di documenti storici e cimeli per il Museo dei crimini contro l’umanità e del genocidio, dall’utilizzo di istantanee scattate dal fotografo Tarik Samarah riguardanti il genocidio di Sebrenica per la “Galleria 11 luglio 1995”, mentre nel caso del War Childhood Museum la guerra si vede solo in maniera sfumata, con cappellini, mangianastri, scarpette da danza, confezioni di un gelato che in apparenza non dicono nulla, ma che in realtà ognuno di essi una storia da raccontare.

“I bambini furono vittime, certo. Ma noi vogliamo soffermarci sulla loro creatività, sulla loro capacità di adattamento” spiega la direttrice del War Childhood Museum Amina Krvavac. Un museo, quello sull’infanzia, che intende raccontare come si possa sopravvivere da innocenti in una guerra voluta da potenti, lontana da se stessi e lontana dalla realtà. Una guerra simile a quella che si sta combattendo in Siria e che si sarebbe potuta evitare se ci si fosse ricordati di quello che è successo nei Balcani.

Nel caso della “Galleria 11 luglio 1995” l’impatto è diverso, si entra in un mondo dove a dominare sono i particolari, gli sguardi di chi moriva per colpa di una fede, le mani di chi cercava di difendersi dalle angherie di un dittatore che voleva diventare il più potente del mondo. “L’intenzione è quella di personificare ciascuna vittima, al di là del numero, che per quanto grande possa essere non comunica l’immensità del crimine né tanto meno l’intensità della sofferenza di cui stiamo parlando. – spiega il portavoce del progetto, Ivica Pandžić – “Il silenzio è una reazione comprensibile, se si pensa alla carica di dolore che viene presentata in quest’esposizione.”

La guerra dei Balcani non può esser dimenticata dall’umanità visto il dolore ed il numero di morti che ha provocato. Le istituzioni continuano ad amplificare il cerchio dell’oblio, preferiscono scordare piuttosto che riappacificare, ma fortuna vuole che esista ancora qualcuno che ha vissuto quelle immani sofferenze e che ha voglia di raccontare affinchè tutto ciò non si ripresenti nuovamente.

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