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Ma le mie Mura son cambiate, io stasera “Un’esco” foto

Si firma Marcovaldo, come il protagonista delle novelle sulla città di Italo Calvino. E come Calvino ci propone un ricordo malinconico e tenero ma critico della sua città, Bergamo, o meglio delle Mura, diventate patrimonio dell'umanità per decreto dell'Unesco.

Si firma Marcovaldo, come il protagonista delle novelle sulla città di Italo Calvino. E come Calvino ci propone un ricordo malinconico e tenero ma critico della sua città, Bergamo, o meglio delle Mura, diventate patrimonio dell’umanità per decreto dell’Unesco.

Ricordo le salite a piedi sulle mura quando, dal paesello della prima valle, sgambettavo adolescente con un paio di amici, una chitarra e solo la voglia di stare seduti al fresco degli spalti o nelle quinte sceniche di Piazza Vecchia. Se si voleva esagerare si prendeva un litro di rosso sfuso nelle bottiglie di vetro trasparente, giusto per cantare meglio.

E quando la curva alcolica scendeva dal picco euforico alle note basse e malinconiche anche la voce taceva e si trovava qualche giro di blues con tanto di stop in sordina al ponte per quell’atmosfera più raccolta che altro alla musica lasciava ascoltare magari non i grilli ma le parole di chi nel frattempo si era fermato. E poco prima di rinfoderare il legno e ritornare a valle, la sorpresa di un amante del blues, quello vero, che con l’armonica a bocca faceva dei numeri che nemmeno con la Infascelli.

Poi, crescendo, la chitarra era il pretesto e le ragazze il fine ultimo, o meglio le panchine e i lastroni di arenaria dove, senza bisogno di lasciare il segno o accecarsi con dispendiose luminarie, lasciavamo al terzo incomodo rimirare il panorama delle luminarie della bassa.

E poi di giorno a dondolare su per le salite con quelle bici da corsa dai nomi improbabili, rimediate dai rigattieri che te le smollavano per meno di ventimila lire. E chi arrivava a San Vigilio occupava i tavoli per prendere tutti il ghiacciolo.

Ma non erano gli anni di Bartali, Coppi o Gimondi, non erano le domeniche senza benzina da cui erano passati i nostri genitori. Non era nemmeno un giocare a fare i finti poveri, nemmeno un sentirsi poveri, ma solo si usciva per essere meno soli, claustrofobici o integrati. Si usciva perché tutti gli altri erano davanti ai caroselli della TV o nei loro piccoli gruppetti, strascico delle “Compagnie” anni 80, quelle che dovevi passare il test di ammissione in base a quante patacche di marche commerciali sfoggiavi sugli abiti. Uscivamo, ma non dagli schemi o dalle righe, solo dalle abitudini di una città magari non lottizzata a sua volta ma un po’ stretta per la nostra genuinità senza nome, più nostrana del nostrano.

Oggi, sarà l’età saranno gli impegni ma soprattutto il disagio di una “ville aute” che sembra un bazar a cielo aperto, dove non c’è tranquillità o privacy, senza che si abbia qualcosa da nascondere, ma è un’atmosfera diversa, di moto, musiche, tendoni e animali da cocktail per non dire “chiringuito“, termine furbescamente esotico che certo non rende giustizia alla bellezza dello spalto, così com’è. Chioschetti da spiaggia là dove il mare non c’è ma il bere è comunque salato, al contrario di quando erano in funzione le verdi vedovelle, ormai in estinzione.

E allora permettetemi di abbracciare il ricordo di quelle mura che ci difendevano da questo circo edonistico e di storpiare ironicamente il nome dell’agenzia delle Nazioni Unite per ribadire che io non apprezzo lah che ha invaso quei luoghi naturalmente belli. Io stasera “UN’ESCO, resto a casa tranquillo”.

Marcovaldo

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